Carceri, Gianni Alemanno presenta a Trani «L’emergenza negata»: «La realtà ha il sapore della follia»
Al Palazzo delle Arti Beltrani la presentazione del saggio con il foro tranese: sovraffollamento, lavoro negato e la sfida della liberazione anticipata speciale
sabato 10 ottobre 2026
8.43
Al Palazzo delle Arti Beltrani di Trani, venerdì 9 ottobre, è stato presentato il libro di Gianni Alemanno «L'emergenza negata. Il collasso delle carceri italiane», dedicato alle criticità strutturali del nostro sistema penitenziario, l'incontro, moderato dall'avvocata Giuseppina Chiarello, ha affrontato nodi centrali quali il sovraffollamento, la tutela dei diritti fondamentali e l'effettivo reinserimento sociale dei reclusi. Ad aprire l'evento sono stati i saluti istituzionali dell'avvocato Francesco Logrieco (presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Trani), dell'avvocato Tullio Bartolini (presidente della Camera Penale di Trani), di Alessandra Inchingolo (presidente di ANAI Trani) e dell'avvocata Giusy Moscatelli (delegata nazionale de «Le Avvocate Italiane»).
Alemanno ha descritto un sistema segnato dalla drammatica carenza di personale specializzato: educatori e psicologi, chiamati a seguire centinaia di persone contemporaneamente, faticano a garantire percorsi individuali di recupero. A questo quadro si somma il dramma dei cosiddetti «liberi sospesi»: circa 100.000 persone che attendono una pronuncia sulle misure alternative alla detenzione. A portare la discussione sul piano concreto è stata l'esperienza personale vissuta dall'autore a Rebibbia. Ha ricordato il tentativo, rimasto senza esito per il silenzio della direzione, di attivare un orto urbano in sinergia con l'Università di Tor Vergata e la Coldiretti. Ma è soprattutto l'ozio coatto a svuotare di senso la pena: «Nel mio braccio, che è uno dei migliori del Lazio, ci sono una pizzeria e un call center, ma si tratta di possibilità limitate rispetto al numero delle persone recluse. Circa l'80% dei detenuti non fa nulla durante la giornata».
Un immobilismo che stride con i costi sostenuti dalla collettività — «un detenuto in Italia costa allo Stato 180 euro al giorno» — risorse che andrebbero invece orientate verso la formazione e la sicurezza. Nel dibattito sono emerse anche le condizioni materiali quotidiane: dalla scarsa qualità del vitto ai rincari del sopravvitto, fino a divieti giudicati sproporzionati (come quelli su filo interdentale e coperchi delle pentole) che alimentano continue tensioni. «Il carcere diventa un terreno di coltura per la rabbia umana. Fuori si dice che chi sbaglia paga: ma quando sbaglia lo Stato, chi paga?».
A dare un volto alle contraddizioni del sistema è stata la storia di un ex operaio del Luneur ed ex marinaio finito a vivere in strada per problemi fisici, condannato a sei mesi per pochi euro sottratti a un parchimetro: un caso emblematico di criminalizzazione della marginalità sociale. Di pari passo, è stato ricordato il caso dell'ottantottenne Antonio Russo, scarcerato dopo quattro anni grazie alla grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sul fronte delle risposte legislative, Alemanno ha richiamato la proposta di legge dell'onorevole Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale, su cui si è registrata anche l'apertura del presidente del Senato Ignazio La Russa, unitamente all'urgenza di defiscalizzare e incentivare le imprese che assumono persone recluse per abbattere la recidiva. Non sono mancate considerazioni aperte sulle complessità interne, dall'assistenza sanitaria delegata alle ASL fino agli attriti per il controllo degli spazi e alle prevaricazioni tra gruppi di reclusi. In chiusura, Alemanno ha definito l'istituto di pena «non buono e non cattivo, ma un posto folle», specchio fedele delle fragilità e delle contraddizioni della società contemporanea.
© Riproduzione riservata
Alemanno ha descritto un sistema segnato dalla drammatica carenza di personale specializzato: educatori e psicologi, chiamati a seguire centinaia di persone contemporaneamente, faticano a garantire percorsi individuali di recupero. A questo quadro si somma il dramma dei cosiddetti «liberi sospesi»: circa 100.000 persone che attendono una pronuncia sulle misure alternative alla detenzione. A portare la discussione sul piano concreto è stata l'esperienza personale vissuta dall'autore a Rebibbia. Ha ricordato il tentativo, rimasto senza esito per il silenzio della direzione, di attivare un orto urbano in sinergia con l'Università di Tor Vergata e la Coldiretti. Ma è soprattutto l'ozio coatto a svuotare di senso la pena: «Nel mio braccio, che è uno dei migliori del Lazio, ci sono una pizzeria e un call center, ma si tratta di possibilità limitate rispetto al numero delle persone recluse. Circa l'80% dei detenuti non fa nulla durante la giornata».
Un immobilismo che stride con i costi sostenuti dalla collettività — «un detenuto in Italia costa allo Stato 180 euro al giorno» — risorse che andrebbero invece orientate verso la formazione e la sicurezza. Nel dibattito sono emerse anche le condizioni materiali quotidiane: dalla scarsa qualità del vitto ai rincari del sopravvitto, fino a divieti giudicati sproporzionati (come quelli su filo interdentale e coperchi delle pentole) che alimentano continue tensioni. «Il carcere diventa un terreno di coltura per la rabbia umana. Fuori si dice che chi sbaglia paga: ma quando sbaglia lo Stato, chi paga?».
A dare un volto alle contraddizioni del sistema è stata la storia di un ex operaio del Luneur ed ex marinaio finito a vivere in strada per problemi fisici, condannato a sei mesi per pochi euro sottratti a un parchimetro: un caso emblematico di criminalizzazione della marginalità sociale. Di pari passo, è stato ricordato il caso dell'ottantottenne Antonio Russo, scarcerato dopo quattro anni grazie alla grazia parziale concessa dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sul fronte delle risposte legislative, Alemanno ha richiamato la proposta di legge dell'onorevole Roberto Giachetti sulla liberazione anticipata speciale, su cui si è registrata anche l'apertura del presidente del Senato Ignazio La Russa, unitamente all'urgenza di defiscalizzare e incentivare le imprese che assumono persone recluse per abbattere la recidiva. Non sono mancate considerazioni aperte sulle complessità interne, dall'assistenza sanitaria delegata alle ASL fino agli attriti per il controllo degli spazi e alle prevaricazioni tra gruppi di reclusi. In chiusura, Alemanno ha definito l'istituto di pena «non buono e non cattivo, ma un posto folle», specchio fedele delle fragilità e delle contraddizioni della società contemporanea.
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