L'Editoriale | Il vuoto al comando e la fuga dal confronto: a Palazzo Palmieri va in scena l'eutanasia della politica

Toccato il fondo? La cronaca di un disastro politico che paralizza Trani fino al 15 ottobre

giovedì 1 ottobre 2026 10.52
A cura di Tonino Lacalamita
Non giriamoci attorno: ci sono momenti in cui l'esercizio democratico cessa di essere dialettica per ridursi a mera sopravvivenza corporativa, ed è esattamente quanto andato in scena ieri, 30 settembre, a Palazzo Palmieri, un luogo che di quella dialettica dovrebbe essere la massima sintesi. In aula una maggioranza muta con tutti gli assessori presenti ma senza il sindaco dimissionario Marco Galiano — la cui presenza avrebbe potuto quantomeno segnalare un tentativo di ricucitura in corso —, ha tentato di fare quadrato nel peggiore dei modi, trincerandosi dietro le barricate, la coalizione ha fatto approvare una questione sospensiva che fa leva su un'interpretazione dell'articolo 58 del Regolamento comunale, cancellando d'un colpo quattordici interrogazioni consiliari e rinviandole a un futuro che sa drammaticamente di "mai".
A metterci la faccia, trincerandosi dietro la liturgia procedurale e tentando di allontanare da sé l'onere del collasso, è stato il Presidente dell'assise Fabrizio Ferrante, il quale ha provato a svelenire il clima sostenendo che «quando c'è una discussione animata, il Presidente del Consiglio sia sempre il capro espiatorio politico per ogni situazione», difendendo la validità formale dell'atto poiché, a suo dire, «c'è stata una richiesta di sospensiva proposta da cinque consiglieri comunali, sono state poste in votazione delle pregiudiziali e alla fine è stato posto in votazione il provvedimento così com'era stato proposto ed è stato approvato», concludendo che «il consiglio comunale, soprattutto sulle questioni regolamentari e sulla conduzione dei lavori, decide ed è sovrano».

Eppure, al netto delle acrobazie verbali e dell'autotutela regolamentare, la sostanza politica resta difficile da far capire ai cittadini, giacché sostenere, come ha fatto un consigliere di maggioranza, che «l'amministrazione non poteva prendere impegni a lungo termine rispetto alle interrogazioni già formalizzate» a fronte delle dimissioni del primo cittadino, equivale a certificare la fuga ingiustificata dalle responsabilità amministrative quotidiane, fingendo di ignorare che la giunta continua a percepire regolarmente le proprie indennità pur sottraendosi al dovere di rendere conto alla cittadinanza. Non è un caso che i banchi dell'opposizione siano insorti con inusitata durezza, denunciando un disegno chiaramente censorio, a partire da Raffaella Merra (Lista Guarriello), la quale ha gridato all'arbitrio avvertendo che «la deliberazione di rinvio dei lavori relativi a una seduta già notificata e calendarizzata non può essere deliberata a colpi di maggioranza» e che «se non faremo questo consiglio comunale usciremo sulla stampa, cammineremo per la città e racconteremo ai cittadini come si sono svolti veramente i fatti», prima di intimare senza mezzi termini che «bisogna tornare a casa, bisogna andare alle votazioni». A rincarare la dose ci ha pensato un furibondo Giacomo Marinaro, che smascherando l'alibi del vuoto di potere ha rimarcato come «la maggioranza si è rifiutata di discutere di questioni molto importanti, nascondendosi dietro le dimissioni del sindaco», ricordando con sdegno che «gli assessori sono qui, ci costano più o meno 60.000 euro al mese e non possono rispondere», per poi puntare il dito contro l'imminente disastro sociale del verde pubblico, gridando che «dal primo novembre 37 persone sono senza lavoro perché non ci sarà il servizio» e che «qui siamo oltre la politica, siamo veramente vicini a una dittatura».

Sulla stessa linea intransigente si è collocato il capogruppo di Fratelli d'Italia, Roberto Gargiuolo, il quale, nel manifestare il proprio dissenso per una seduta farsa, ha dichiarato che «è veramente vergognoso, dobbiamo pensare a una città che è ferma e in crisi mentre i paesi limitrofi vanno avanti benissimo», auspicando apertamente che Marco Galiano non ritiri il proprio addio poiché «è stato ricattato dalla sua maggioranza, lo ha dichiarato lui stesso, ed è una persona molto stabile che non dovrebbe tornare indietro», trovando immediata sponda nelle parole sferzanti di Antonio Loconte, che ha inchiodato l'esecutivo alle proprie colpe domandando sarcastico «mi spiegate il motivo per il quale l'assenza del sindaco dimissionario preclude le risposte ai quesiti?», e nella provocazione di Michele Centrone (Trani Libera), il quale ha chiesto provocatoriamente il blocco immediato di indennità e gettoni di presenza per l'intera compagine amministrativa. A completare il durissimo fronte contrario sono intervenute le argomentazioni di Pasquale De Toma, che ha gettato ombre inquietanti ricordando come «il sindaco ha fatto accuse precise, al limite del reato di concussione e di voto di scambio, dicendo chiaramente che è stato il Pd», e la lucida e amara disamina di Rosa Uva (Lista Prossimamente), la quale ha fotografato lo sfacelo etico dell'aula osservando che «quello che manca a Trani nella politica è la libertà di scegliere, di andare oltre, di osare, di realizzare», mentre la città sprofonda nuovamente «nel gioco dei veti individuali, dei piccoli rancori e delle ambizioni personali che vengono scambiate per visione».

Al di là delle asprezze del dibattito d'aula e della naturale foga delle parti contrapposte, resta la sensazione di un passaggio politico che richiederebbe, prima di ogni altra cosa, un momento di sincera responsabilità collettiva. Quando le istituzioni attraversano fasi così delicate, lo scontro procedurale rischia di oscurare il vero senso del mandato amministrativo, che appartiene tanto a chi governa quanto a chi vigila dai banchi della minoranza. I giorni che separano la città dal 15 ottobre non dovrebbero trasformarsi in una trincea o in un mero calcolo di sopravvivenza o di rivalsa, ma nell'occasione per interrogarsi con maturità su cosa sia davvero prioritario per Trani. Servizi essenziali, risposte ai bisogni quotidiani delle persone e ascolto della comunità meritano di ritrovare spazio al centro dell'agenda, superando le rigide barricate di schieramento. Perché, al termine di qualsiasi seduta consiliare e oltre ogni tecnicismo regolamentare, la credibilità della politica si misura sempre nella capacità di rimettere al primo posto il bene comune e la dignità della città. Scusate il disturbo | Editoriale.