Una traversata in sup per superare i propri limiti: l’impresa di quattro amici che hanno sfidato se stessi e il mare

Riccardo Rella, Vincenzo Calace, Gaincarlo Di Canosa e Davide Vurchio hanno sfidato il mare e se stessi in una traversata in sup

domenica 27 settembre 2026
A cura di Adriana Fabrizio
Il mare e la navigazione sono usati spesso come metafora della vita, delle difficoltà che ci presenta, degli ostacoli e dell'ignoto. Ce lo insegnano bene grandi classici come l'"Odissea", "Il Vecchio e il Mare" o "Ventimila leghe sotto i mari". A Trani ci sono stati quattro giovani hanno preso sul serio questa metafora, facendola diventare realtà. È così che Vincenzo Calace, Giancarlo Di Canosa, Davide Vurchio e Riccardo Rella hanno deciso di intraprendere una singolare sfida: compiere una traversata di 40 km in tre giorni con una tavola da sup e l'attrezzatura essenziale per potersi sostentare durante il viaggio. L'avventura è stata costellata di momenti esilaranti, misti a situazione che hanno messo alla prova i quattro giovani sia al livello fisico che psicologico ma, alla fine, ce l'hanno fatta. Questa traversata ha loro insegnato una grande lezione: nella vita bisogna sempre uscire dalla propria zona di comfort per poter superare i propri limiti e poter porsi nuovi obiettivi.
A parlare di questa fantastica impresa è stato proprio uno di loro, Riccardo Rella, unico istruttore federale FISSW nella Provincia BAT, che ha guidato il gruppo durante la traversata.

D: Oltre a te, chi sono i protagonisti di questa traversata?
R: Davide Vurchio di Andria che è un personal trainer e fisioterapista; da quando ho iniziato a praticare questo sport ha iniziato a uscire in mare con me, essendo amici, ed è diventato di pari passo bravo. Stessa cosa per Giancarlo Di Canosa e Vincenzo Calace. Eravamo tutti e quattro equipaggiati con delle tavole performanti - nel gergo tecnico tavole Race - quindi anche molto strette e lunghe e, di conseguenza, abbastanza instabili e, tra l'altro, eravamo anche molto pesanti nella navigazione a causa dell'attrezzatura caricata sulle tavole. Quindi non è stato facile.

D: Quanti giorni è durata la traversata?
R: Allora, l'atto pratico è durato due giorni e mezzo, perché siamo partiti la mattina per arrivare al punto di partenza, che è Punta Prosciutto, e scaricare l'attrezzatura. Siamo arrivati proprio nel giorno in cui fu emanata l'allerta meteo a Porto Cesareo, dove ci fu la tromba d'aria: il mare era agitato e il vento fortissimo. Quindi siamo arrivati proprio nel momento peggiore. È ironico se pensiamo che l'avevamo organizzata già un mese prima.
Quindi, siamo arrivati lì intorno all'ora di pranzo, abbiamo scaricato l'attrezzatura e poi io e Davide siamo andati, con le nostre rispettive auto, al punto di arrivo, lasciando una delle due auto per tornare al punto di partenza. Proprio in quel momento ha cominciato a piovere a dirotto e, pur avendo una timeline da rispettare, nel senso che dovevamo partire per forza quel giorno, abbiamo deciso di aspettare che la pioggia si calmasse e ne abbiamo approfittato per montare le nostre tende e cucinare qualcosa.

D: Alla fine, siete riusciti a partire?
R: Dopo un'ora o forse due, quando la pioggia ci ha concesso una tregua, abbiamo deciso di entrare in acqua. Neanche l'ingresso in acqua è stato facile, perché siamo partiti da una scogliera, in due persone per caricare una tavola e, finalmente, una volta entrati in mare, abbiamo iniziato a pagaiare. Fortunatamente il mare si stava calmando e, piano piano, tutte le increspature si stavano distendendo, anzi, c'era un'onda che ci favoriva visto che andava nel nostro verso di navigazione.

D: C'è stato un momento in cui siete stati molto preoccupati perché stava calando il buio, il sole stava tramontando e voi non avevate ancora raggiunto d'approdo. Cosa avete provato?
R: Quella è stata una scena molto divertente perché, appunto, noi ci stavamo dirigendo verso Porto Selvaggio, pensando di riuscire ad arrivare prima che tramontasse il sole. Tuttavia, quando il sole ha cominciato a tramontare, ci mancava ancora una grande distanza e davanti a noi avevamo solo scogli. Noi dovevamo trovare un punto di approdo che potesse essere una spiaggetta o, comunque, un posto dove ci fossero degli alberi per piazzare, magari, le amache e dormire. È stata una situazione paradossale: da una parte il sole caldo e un tramonto spettacolare, dall'altra la consapevolezza di essere in una situazione potenzialmente pericolosa. C'è stata una certa indecisione sul da farsi, perché c'era chi voleva continuare nonostante il buio, convinto che saremmo arrivati al punto d'approdo, mentre io ho deciso di tornare indietro, anche perché, nel frattempo, avevano percorso diverse decine di metri, continuava a fare buio, nonostante le torce frontali impermeabili, però comunque era rischioso. Fortunatamente, Davide aveva visto una spiaggetta, una lingua di sabbia che, in realtà, stava cercando senza che io l'avessi capito. Effettivamente, tornando indietro, ci siamo resi conto che era su quella tratta, però era molto nascosta. Arrivati col buio sulla spiaggia, abbiamo discusso proprio su questa decisione, perché secondo i miei amici mi ero fatto prendere dal panico. In realtà, la mia decisione di fermarci è stata la più saggia, perché l'indomani, quando abbiamo ripreso a pagaiare, siamo stati in acqua due ore e mezza prima di arrivare al punto di approdo.

D: Un passaggio critico di questa traversata è stato il momento in cui uno dei tuoi compagni di viaggio è caduto dalla tavola di sup. Come avete fronteggiato questa situazione?
R: L'ultimo giorno, dopo essere ripartiti da quella spiaggetta per approdare a Porto Selvaggio, come dicevo, dopo due ore e mezza di pagaiata, tra l'altro col mare abbastanza a sfavore, con il vento contrario e le onde di lato che ti fanno ballare molto la tavola. In questa circostanza, mentre eravamo in mare, non siamo più riusciti a vedere Giancarlo che, come ci ha raccontato, era caduto dalla tavola con tutta l'attrezzatura, e per lui è stato particolarmente difficile rimettersi su, così ha deciso di non seguirci. Noi abbiamo continuato alleggeriti dell'attrezzatura e, finalmente, nonostante fossimo costretti a pagaiare in ginocchio sulla tavola a causa della forza del vento, dopo un'ora e mezza e svariate centinaia di metri percorsi ce l'abbiamo fatta, eravamo felicissimi e abbiamo esultato quando siamo arrivati a Porto Selvaggio.

D: A proposito dell'attrezzatura: come l'avete caricata su una tavola così stretta?
R: Abbiamo usato zaini impermeabili, abbiamo cinghiato e fissato tutto con i moschettoni, le corde, le cinghie e quant'altro, un po' come potevamo e ci siamo proprio adattati in tutto e per tutto. Perché, tra l'altro, è sempre questo l'obiettivo di queste uscite in natura, di queste escursioni che spesso facciamo insieme: l'adattamento. Quindi, l'andare avanti con ciò che si ha, anche facendo fronte a degli imprevisti che, talvolta, possono essere pericolosi.

D: Quali emozioni avete provato avete finito quest'avventura?
R: La prima cosa che abbiamo pensato è stata: "Vabbè ragazzi siamo degli stupidi! roba da non rifare". A parte gli scherzi, abbiamo provato una grande emozione, un senso di gratificazione, come se avessimo vinto, non so… "una medaglia". Abbiamo provato quella sensazione che ti fa dire: "Ce l'ho fatta!"
In realtà, non abbiamo vinto niente, se non il fatto di aver superato con successo questa prova che ci siamo autoimposti, che non era difficilissima, non era estrema, ma non era neanche facile. È stato un modo per metterci alla prova in un'esperienza che, effettivamente, non abbiamo mai fatto: tre giorni di navigazione via mare, accampandoci dove trovavamo riparo, con tutto il necessario a bordo. È stata la prima volta che abbiamo pianificato e fatto un'esperienza del genere e ci è piaciuto un sacco, nonostante la fatica, specialmente durante la seconda giornata, in cui abbiamo pagaiato per un totale di sette ore, che sono tante in una giornata, soprattutto con la tavola carica. Il primo giorno abbiamo pagaiato nel pomeriggio per quattro ore; il terzo giorno altre cinque o sei. In totale comunque siamo a sedici ore, più o meno, in due giorni e mezzo e 40 km percorsi. È stata un'esperienza molto bella ma, al contempo, molto provante; però proprio sapere che abbiamo scelto di affrontare una prova di una difficoltà abbastanza elevata, per la durata molto breve rispetto alla tratta, che era invece molto lunga ci ha dato tanta soddisfazione. È stato molto gratificante perché abbiamo creduto di potercela fare insieme aiutandoci reciprocamente.
Ma è stato bello anche sondare la propria reazione ai momenti di stress, oltre che fisico anche mentale, perché veramente in certi momenti il corpo voleva solamente smettere di pagaiare e riposarsi. Abbiamo sofferto per i dolori articolari, tendinei, muscolari e quant'altro, nonostante la nostra preparazione fisica.
La gestione psicologica è stata anche fondamentale, come raccontavo prima, nel momento in cui ci siamo resi conto di essere in una situazione potenzialmente pericolosa.
Voglio lanciare un messaggio alle persone: sia quando fate attività personali che in generale nella vita, dovete uscire dalla comfort zone, perché è proprio lì che vi misurate con voi stessi e scoprite chi siete, cosa potete fare, quanto valete e quanto potreste ancora valere. Quindi, potete scoprire quali sono i vostri limiti e quanto potete spingervi oltre. Viviamo in una società in cui un po' ci istigano a stare in quelle quattro mura dell'agio: ci vendono l'agio, non ci vendono il disagio. Ma è proprio nel disagio che capiamo chi siamo, ci riconnettiamo a noi stessi e impariamo davvero, ecco perché abbiamo anche deciso di fare questa avventura, oltre a tutte le altre che facciamo: proprio per metterci alla prova e scoprire chi siamo.

D: Lo rifaresti?
R: Lo rifarei in una maniera un po' più organizzata e meno affannata; perché quello che abbiamo fatto noi è stato veramente un affanno; magari dovremmo calcolare anche un giorno bonus per degli imprevisti come quelli che ci sono capitati. Quello che abbiamo imparato è proprio mettere in conto gli imprevisti; noi abbiamo programmato e calcolato tutto come se andasse tutto liscio e perfetto e, appunto, abbiamo imparato che nella vita bisogna calcolare sempre gli imprevisti.