Toni², Tony al quadrato

Amore vero

C’erano, una volta, tre bellissime sorelle...

C'erano, una volta, tre bellissime sorelle con una madre cinica e arrivista e un padre sciocco e assente (in questa storiellina il padre non rientrerà più, proprio perché era sciocco e assente).

La borghesia era assai rampante allora, e la fame di successo che corrodeva tutte quelle donne era inaudita: bisognava ormai toccare il cielo con un dito, toccar con l'indice la divinità di principi e marchesi per diventar comproprietari del potere. Il potere, nell'immaginario di un bambino, si identifica, si sa, col diventare Re: ed è sempre e solo uno il posto libero per governare. Tutte, quindi, volevano sposare il principe. E profonda cresceva, seppur sorda, la conflittualità fra quelle tre sorelle. Due di loro s'organizzavano a perfezionare la bellezza (ma questo lo facevan tutte e s'abbassava la probabilità d'essere scelta: tutte belle, nessuna distinzione).

La sorella più intelligente capì che un'altra era la via per prepararsi al fatidico momento, quello in cui doveva aprirsi il cuor del giovincello principe quando fosse giunta l'occasione: le basi per giocarsi le proprie quote dovevano riflettersi sul diverso terreno della povertà, dell'ingiustizia, dell'impossibilità: attraverso l'umiltà, la sofferenza, il silenzio, la pietà.

Tutto doveva partire da lontano, e così, l'astuta ragazzina, sin da dentro casa, ancora ben lontano dal giorno delle nozze, fece in modo di instillare nella mente delle sue due sorelle belle, e della rampicante madre, l'idea che essa non potesse meritar futuro, carriera, ambizione: venne lentamente relegata in cucina, nel bagno, accanto al caminetto. La posa da sguattera di quel genietto venne cavalcata dalla sua coscienza stessa, e in casa, ormai, il gioco dei ruoli aveva, di essa, fatto una serva. Il costume dell'ingiusta privazione era messo, la maschera della silenziosa mortificazione calata giù fin dentro l'anima. Si fece sguattera dentro la mente, s'abituò a credersi giustamente relegata.

Arrivò quel giorno, il re emise il bando, il principe Babbeo doveva convolare a nozze. Tutte le ragazze del paese andarono in subbuglio: una si fece, com'era assai scontato, più bella dell'altra, ed eran tutte belle assai davvero. La servetta indossò la seta magica di due dimessi occhi, attese d'esser scelta per ballare, e quando questo finalmente avvenne, nel suo sguardo leggermente verso il basso c'era un silenzio sbigottito, il puro sguardo di chi non ha progetti: solo verità, dolcezza, sincerità. Ma non bastava, non si poteva essere certi di quel pericoloso paradosso: bisognava rafforzar l'impresa. Con la fuga. Una fuga che fissasse nella testa del principe Babbeo l'assenza d'ogni volontà, l'inesistenza d'un progetto, l'insussistenza d'alcun fine.

Egli venne soggiogato da tanta nulla vanità, dal vedere alcuna aspirazione! Ma andava lasciato un indizio per esser ritrovate, la finzione d'una casualità, la goffaggine a conferma eterna dell'ingenuità, d'un candore sprovveduto, d'un tonto indizio di spiritualità. E quando il principe, ritrovandola, le infilò quella scarpetta di cristallo, la ragazza smise di fingersi servetta e, in un solo istante, si trasformò in regina.
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