Toni², Tony al quadrato

Dalla parte degli altri

Era come se una povera Ferrari...

Era come se una povera Ferrari si ritrovasse ad essere guidata da un giovinetto appena patentato; come se la più bella delle aiuole, il più tenero disegno fatto con le viole del più bel giardino inglese di Versailles, fosse all'improvviso mantenuto da un idraulico con il vezzo dell'amatoriale giardiniere, come se la carne più tenera di fassone piemontese atta ad esser cucinata lentamente a far stracotto macerata col miglior vino e le migliori spezie, venisse lavorata da un cuoco da cambusa, dal garzone di un self-service, dal maitre d'un fast-food.

Era come se fosse una sciocca ragazza attenta a chiacchierar con le sue amiche invece di badare a quel che accade nel giardino ad insegnare ai piccoli studenti i primi passi a vivere e convivere, come se fosse un pivot a far da centravanti, o un centravanti a far da guardia pronta a far canestro, come se si domandasse a un uomo pigro di svegliarsi e agire in contropiede, precedere il destino, andar d'anticipo sul giorno, come se fosse una ragazza poco bella a far la passerella per dettare il gusto di una estate, come se un bambino decidesse di tener per mano un padre per accompagnarlo a scuola, o come se una giovane piccina cantasse la sua notturna ninna nanna ad una bella e stanca madre.

Quella sera, dopo tanti mesi, finalmente venne rimesso dentro al buio: chiuso, finito. Erano state settimane molto lunghe in cui, dalla gioia della sua apertura, dalla curiosità dovuta nell'immaginare quanta sensibilità, quanta intelligenza, quanta umanità avrebbero forse tratto spunto dalla sua chiamata in causa, tutto questo, lentamente e inesorabilmente, prese la smorfia d'una piccola amarezza prima, d'un'acida stanchezza dopo, d'una languida tristezza poi, d'un melanconico dolore infine.

Gli occhi di quel lettore erano sciocchi, ma non poteva fare nulla ad impedire il più inutile disturbo, il coinvolgimento più irritante, l'invasione più plebea. Come quando Venezia, certe volte, nel buio della notte, confida ad un amica di non farcela più, di non sopportare più quei passi stolti, quelle pupille uguali, quelle due sole iride del vermone a centomila piedi; come quando la Fenice, dentro lei, finito lo spettacolo più insulso senza aver potuto prima fare nulla per impedire quello svolgimento, finalmente sola comincia a respirare.

Era stato orizzontale da gennaio a maggio, poggiato sopra un comodino assai antiquato, alto, abbagliato da una gialla, setosa abat-jour. Ora se ne ritornava, verticale, in quella lunga libreria in cliegio: sperando che mai più occhi così sciocchi lo tenessero vivo, senza senso, in quel cimitero di giganti silenziosi, muti, che sopportavano modestamente la dannazione d'esser grandi classici, nella casa finemente tappezzata di un modesto uomo.
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