Toni², Tony al quadrato

Il vero viaggio

Aveva finalmente trovato il volo suo...

Aveva finalmente trovato il volo suo. Gli avevano spiegato quale fosse l'aereo dei suoi programmi, delle sue intenzioni, dei suoi desideri. Si precipitò in aeroporto con l'animo del fanciullo che vince un trofeo, felice di poter dire a tutti che ce l'aveva fatta, che aveva finalmente trovato il suo senso perché era finalmente riuscito a mettere la razionalità alla plancia, al posto di guida, dentro la cabina di pilotaggio.

La razionalità lo stava aspettando sotto la scala che conduceva alla carlinga, vestito ed impettito come il più impeccabile capitano in giacca blu e tesa bianca sulla testa. Il sorriso della sua razionalità era smaltato come i suoi denti: era castana e sulla trentina, infondeva una grande sicurezza. Si imbarcò in questo grande aereo, era solo, cominciò il viaggio: destinazione Occidente. Avrebbe continuato per ore ed ore ad andare verso il suo miglioramento, verso le sue aspirazioni, verso la giustizia, il buon significato delle cose, l'equazione di se stesso all'interno del sistema.

Erano passate alcune ore, s'era addormentato placido e felice. Al suo risveglio notò che il cielo intorno a lui era nero, molto nero. Secondo i suoi calcoli avrebbe dovuto sempre esserci il sole lungo quelle tante ore: era partito di mattina, e l'aereo seguiva la stessa rotta della luce. Andò nella cabina di pilotaggio e vide la sua razionalità sorridergli. Gli domandò cosa stesse accadendo, non sembrava quella la rotta giusta. La sua razionalità gli disse di non preoccuparsi.

Tornò verso le poltrone, si risedette: ma l'aereo sembrava andare indietro. Cominciò a camminare in lungo e in largo dentro la carlinga, uno strano istinto lo condusse giù nel vuoto cargo merci. Non sembrava esserci nulla, davvero nulla almeno fino a quando non notò qualcuno, piccolo piccolo, in fondo in fondo a questo immenso e vuote seminterrato del velivolo. Gli si avvicinò impaurito. Gli si fermò a cinque metri di distanza. Si guardarono a lungo. Gli chiese chi fosse.

Dietro di lui si scorgeva una porticina aperta che nascondeva quella che sembrava essere, ma certo non poteva, un'altra cabina di pilotaggio: lercia, fumosa, e piena di libri. Quel signore teneva una sigaretta in bocca, aveva un aspetto consunto, acuto, sornione, vissuto, un po' sporco e grinzoso. Sulla testa un cappello vecchio da pilota. Fece un sorriso. Il nostro uomo entrò dentro quella misteriosa stanza: un'altra plancia, altri vetri, era davvero un'altra cabina di pilotaggio. Davanti a sé uno spazio oscuro che veniva incontro a quei vetri: era quella la direzione, indiscutibilmente, ed era vero, l'aereo andava all'incontrario, andava verso oriente, e ci andava in modo tale che il sole fosse sempre lì lì per nascere senza mai riuscire a farlo.

«Chi è lei?» gli chiese urlando da dentro la cabina. Riuscì fuori. Lui non c'era più. Rientrò. Cercò, rovistò, frugò. Un solo indizio, una camicetta smunta appesa ad una gruccia, un'etichetta sporca ed annerita lì sopra il taschino al petto: c'era scritto «Psic...».
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