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La consapevolezza di chiamarsi Checco

Dietro dei capolavori non c’è sempre una volontà consapevole.

Ricordo ancora quando, in passato, partecipai all'incontro con l'autrice di un libro che avevo letto. Armata di taccuino e penna avevo preparato una serie di domande da sottoporre alla stessa: interrogativi pensati e derivanti da una serie di meditazioni sui significati più nascosti che potesse celare il manoscritto. Con mio grande stupore mi resi conto che nessuno dei miei dubbi si sposava con i pensieri dell'autrice, la quale, guardandomi allibita, mi disse che il suo libro non voleva svelare nulla a parte quello che poteva emergere dalle semplici parole utilizzate. Da allora sono convinta che, spesso, dietro dei capolavori non c'è sempre una volontà consapevole.

Prendiamo il caso di Checco Zalone, un ingenuo, direbbero i più, un fenomeno da baraccone, un giullare di massa. Beh, anche questa volta mi son dovuta ricredere. Perché Luca Medici è tutt'altro che inconsapevole. Mi chiedo, però, sempre e comunque, che approccio bisognerebbe adottare di fronte ai suoi film che puntualmente sbancano il botteghino e che promuovono la nostra terra meglio di una qualunque agenzia viaggi, fornendo un ritratto così tremendamente vero di una Puglia dai mille volti.

Checco è il sempliciotto, l'ingenuo e il credulone che dal meridione emigra a Milano, esportando i suoi meridionalismi e il suo buonismo e nel film riesce persino a sventare un attentato. Ma, questa volta, credo che ci sia una sfacciata consapevolezza dietro alle battute di Checco, battute studiate a tavolino. E dietro la celeberrima frase «In Italia che studi a fare? Non serve a nulla», la sala gremita di studenti ha sghignazzato.

Se guardiamo, per esempio, ai nuovi concorsi poco trasparenti di cui non si conosce il criterio adottato da chi nomina a propria discrezione o i bandi flash, non potremmo che pensarla come lui, in quei frangenti sempre più bui di quella corruzione ormai palese ed evidente. Ecco la consapevolezza di chiamarsi Checco.
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