"Liscio come l’odio”: la gabbia di Dario Agrimi che scuote le coscienze al Festival Castel dei Mondi
L'artista, tranese d'adozione, porta in Piazza Catuma ad Andria un'installazione provocatoria per la trentesima edizione della rassegna
domenica 6 settembre 2026
Una grande gabbia in Piazza Catuma nel cuore della città di Andria, al suo interno un uomo immobile, fuori un titolo che non lascia spazio all'indifferenza: "Liscio come l'odio". È l'installazione di Dario Agrimi, artista eclettico nato ad Atri nel 1980, che vive e lavora tra Roma e Trani e che torna protagonista del Festival Castel dei Mondi, giunto quest'anno alla sua XXX edizione. Agrimi partecipa al festival per la quarta volta, una collaborazione iniziata nel 2022, nata dall'incontro con Francesco Fisfola, che l'artista definisce una "colonna portante del festival" e che ringrazia per aver creduto nei suoi progetti. Per la realizzazione della grande struttura, Agrimi ha collaborato con Emmegi Grigliati di Gioia del Colle, grazie al sostegno del proprietario Paolo Montemuro, che ha sponsorizzato la gabbia rendendo possibile la realizzazione dell'installazione. Una presenza, quella di Agrimi al Festival, che si inserisce in un percorso artistico ormai consolidato. Opera nel campo dell'arte contemporanea dal 2001 e la sua ricerca attraversa pittura, scultura, fotografia, video, installazione e performance. Docente di Tecniche della Pittura all'Accademia di Belle Arti di Roma, ha esposto in Italia e all'estero, partecipando a numerose mostre, fiere internazionali e importanti rassegne, tra cui la 54ª Esposizione Internazionale d'Arte della Biennale di Venezia. Le sue opere sono presenti in collezioni italiane e internazionali.
L'intervista all'artista: ma cosa significa davvero "Liscio come l'odio"?
L'odio in questo periodo storico fila liscio. È ovunque. In ogni trasmissione. In ogni social», spiega Agrimi. Un sentimento che, secondo l'artista, entra nella quotidianità quasi senza che ce ne accorgiamo, alimentato da «ipocrisia e ignoranza e dalla continua ricerca di un nemico: qualcuno che rappresenti una minaccia, qualcuno da eliminare, per poi passare al bersaglio successivo». Ed è proprio qui che l'opera incontra il tema della XXX edizione del Festival, "Squilibri e misteri", che invita ad abitare l'incertezza, a esplorare ciò che sfugge alla norma e a riconoscere nel disordine creativo una forza generativa. L'odio, infatti, genera squilibrio, spesso in maniera imprevedibile, mentre ciò che lo alimenta rimane un mistero. «Quanti accadimenti generati da odio restano irrisolti? Quante volte questo sentimento brucia l'anima e fa prendere direzioni sconosciute?», si domanda l'artista. L'installazione diventa allora una riflessione sull'uomo contemporaneo, sulle sue paure, sui suoi giudizi e soprattutto sulla sua libertà. Dentro la gabbia c'è un prigioniero. Ma la sua prigionia non è soltanto fisica. È un uomo che non si muove, nemmeno di un metro, per leggere il significato dell'opera. È colui che pensa che il proprio giudizio abbia valore anche quando non possiede le competenze necessarie per formularlo. È chi non fa nulla per migliorare la propria condizione e non si domanda cosa potrebbe fare per diventare migliore. «Un prigioniero che si accontenta di non sapere», sintetizza Agrimi. Ed è forse questo il punto più inquietante dell'opera: «quel prigioniero siamo anche noi. Lì dentro c'è una parte di ognuno di noi. È solo una questione di percentuale. A quanto ammonta ciò che di noi non è realmente libero?». La gabbia diventa così una metafora della vita quotidiana e della distanza che separa le persone da ciò che accade intorno a loro. Una distanza che può essere alimentata dall'ignoranza, dall'indifferenza, dai pregiudizi e dalla convinzione di poter giudicare tutto senza necessariamente conoscere.
L'opera ha inevitabilmente suscitato reazioni contrastanti. C'è chi ne ha colto la provocazione e la genialità e chi, invece, ha parlato di scandalo e indignazione. Ma per Agrimi è proprio questo il senso dell'arte: «provocare una reazione, mettere in movimento il pensiero, anche attraverso il dissenso». «L'importante è che se ne parli», afferma. E aggiunge una riflessione particolarmente tagliente sul nostro tempo: «La TV ci rimanda immagini di devastazione ovunque e ci scivolano addosso come olio. Sui social si sviscera odio gratuito in quantità». Il paradosso è proprio nel titolo: ciò che dovrebbe scandalizzare spesso è diventato normale. L'odio scorre "liscio", entra nelle conversazioni, nei commenti, nelle immagini e nelle nostre giornate senza più provocare lo stesso sussulto. E allora la gabbia di Agrimi prova a fare il contrario: "disturbare". «C'è chi la trova oscena, ma in questo momento storico cosa lo è?», domanda l'artista. La sua provocazione si spinge fino a mettere in discussione la nostra stessa idea di scandalo: «Personalmente trovo più osceno vedere un bambino ipnotizzato da un telefono che una rappresentazione artistica di qualunque genere».
La ricerca di Agrimi, del resto, è da sempre orientata verso una rappresentazione capace di amplificare le emozioni e ridurre la distanza tra realtà e finzione. Le sue sperimentazioni più recenti nascono da una ricerca meticolosa, quasi maniacale, verso la perfezione del risultato artistico. Anche in questo caso, però, la perfezione formale lascia spazio a una domanda imperfetta e scomoda: quanto siamo davvero liberi? "Liscio come l'odio" non offre risposte rassicuranti. Costringe piuttosto a fermarsi davanti a una gabbia e a chiedersi quanto di quella prigionia appartenga anche a noi. Chi è allora Dario Agrimi? La risposta che dà di sé è breve, ma forse è la più coerente con tutta la sua ricerca: «Uno che non si accontenta. Che guarda perché non gli basta vedere». Ed è esattamente ciò che chiede al pubblico la sua opera: non limitarsi a guardare, ma provare a vedere davvero.
L'intervista all'artista: ma cosa significa davvero "Liscio come l'odio"?
L'odio in questo periodo storico fila liscio. È ovunque. In ogni trasmissione. In ogni social», spiega Agrimi. Un sentimento che, secondo l'artista, entra nella quotidianità quasi senza che ce ne accorgiamo, alimentato da «ipocrisia e ignoranza e dalla continua ricerca di un nemico: qualcuno che rappresenti una minaccia, qualcuno da eliminare, per poi passare al bersaglio successivo». Ed è proprio qui che l'opera incontra il tema della XXX edizione del Festival, "Squilibri e misteri", che invita ad abitare l'incertezza, a esplorare ciò che sfugge alla norma e a riconoscere nel disordine creativo una forza generativa. L'odio, infatti, genera squilibrio, spesso in maniera imprevedibile, mentre ciò che lo alimenta rimane un mistero. «Quanti accadimenti generati da odio restano irrisolti? Quante volte questo sentimento brucia l'anima e fa prendere direzioni sconosciute?», si domanda l'artista. L'installazione diventa allora una riflessione sull'uomo contemporaneo, sulle sue paure, sui suoi giudizi e soprattutto sulla sua libertà. Dentro la gabbia c'è un prigioniero. Ma la sua prigionia non è soltanto fisica. È un uomo che non si muove, nemmeno di un metro, per leggere il significato dell'opera. È colui che pensa che il proprio giudizio abbia valore anche quando non possiede le competenze necessarie per formularlo. È chi non fa nulla per migliorare la propria condizione e non si domanda cosa potrebbe fare per diventare migliore. «Un prigioniero che si accontenta di non sapere», sintetizza Agrimi. Ed è forse questo il punto più inquietante dell'opera: «quel prigioniero siamo anche noi. Lì dentro c'è una parte di ognuno di noi. È solo una questione di percentuale. A quanto ammonta ciò che di noi non è realmente libero?». La gabbia diventa così una metafora della vita quotidiana e della distanza che separa le persone da ciò che accade intorno a loro. Una distanza che può essere alimentata dall'ignoranza, dall'indifferenza, dai pregiudizi e dalla convinzione di poter giudicare tutto senza necessariamente conoscere.
L'opera ha inevitabilmente suscitato reazioni contrastanti. C'è chi ne ha colto la provocazione e la genialità e chi, invece, ha parlato di scandalo e indignazione. Ma per Agrimi è proprio questo il senso dell'arte: «provocare una reazione, mettere in movimento il pensiero, anche attraverso il dissenso». «L'importante è che se ne parli», afferma. E aggiunge una riflessione particolarmente tagliente sul nostro tempo: «La TV ci rimanda immagini di devastazione ovunque e ci scivolano addosso come olio. Sui social si sviscera odio gratuito in quantità». Il paradosso è proprio nel titolo: ciò che dovrebbe scandalizzare spesso è diventato normale. L'odio scorre "liscio", entra nelle conversazioni, nei commenti, nelle immagini e nelle nostre giornate senza più provocare lo stesso sussulto. E allora la gabbia di Agrimi prova a fare il contrario: "disturbare". «C'è chi la trova oscena, ma in questo momento storico cosa lo è?», domanda l'artista. La sua provocazione si spinge fino a mettere in discussione la nostra stessa idea di scandalo: «Personalmente trovo più osceno vedere un bambino ipnotizzato da un telefono che una rappresentazione artistica di qualunque genere».
La ricerca di Agrimi, del resto, è da sempre orientata verso una rappresentazione capace di amplificare le emozioni e ridurre la distanza tra realtà e finzione. Le sue sperimentazioni più recenti nascono da una ricerca meticolosa, quasi maniacale, verso la perfezione del risultato artistico. Anche in questo caso, però, la perfezione formale lascia spazio a una domanda imperfetta e scomoda: quanto siamo davvero liberi? "Liscio come l'odio" non offre risposte rassicuranti. Costringe piuttosto a fermarsi davanti a una gabbia e a chiedersi quanto di quella prigionia appartenga anche a noi. Chi è allora Dario Agrimi? La risposta che dà di sé è breve, ma forse è la più coerente con tutta la sua ricerca: «Uno che non si accontenta. Che guarda perché non gli basta vedere». Ed è esattamente ciò che chiede al pubblico la sua opera: non limitarsi a guardare, ma provare a vedere davvero.