Referendum costituzionale: "Riforma della Giustizia: sì o no?", un evento, promosso da Libera Trani
Giudici e Avvocate ne hanno discusso tra garanzie costituzionali e necessità di rinnovamento
mercoledì 11 febbraio 2026
9.04
Il 9 febbraio, la Sala Ronchi della Biblioteca "G. Bovio" di Trani ha ospitato un confronto sul Referendum costituzionale sulla giustizia 2026, dal titolo "Riforma della Giustizia: sì o no?". L'evento, promosso dall'associazione Libera Trani e dall'Università della Terza Età, è stato pensato come un esercizio di democrazia partecipata, volto a offrire ai cittadini gli strumenti per un voto più consapevole. Sotto la moderazione dei professori Gaetano Attivissimo, Direttore dell'Università della Terza Età di Trani, e Francesco Pacini, il tavolo dei relatori ha visto contrapporsi due visioni opposte: da un lato, le ragioni del "no" sostenute dalla Dott.ssa Marzia Guerra, Giudice civile Sezione fallimentare di Trani, e dalla Dott.ssa Marina Chiddo, Giudice per le Indagini preliminari di Trani; dall'altro, le ragioni del "si" argomentate dalle avvocate del Foro di Trani Alessia Agrimi e Lucia Corraro.
La Dott.ssa Marzia Guerra ha aperto il confronto descrivendo il progetto legislativo come un "iceberg". Se la punta visibile è la separazione delle carriere, la base nasconderebbe un mutamento costituzionale profondo. Secondo Guerra, la riforma non si limita a formalizzare una distinzione di ruoli già esistente, ma rischia di compromettere l'indipendenza della magistratura attraverso l'introduzione del sorteggio per i membri del CSM. Tale meccanismo, rappresenterebbe per la magistratura una ferita alla democrazia interna, lasciando alla politica un potere di nomina intatto e creando uno squilibrio pericoloso per la libertà del cittadino.
Il nodo cruciale rimane l'efficienza: "la riforma, sostiene Guerra, non affronta i tempi dei processi. La vera crisi della giustizia italiana sarebbe strutturale, legata alla cronica carenza di organico e alla precarietà del personale assunto con il PNRR, i cui tagli mettono a rischio la tenuta degli uffici".
Di segno opposto è l'analisi dell'Avv. Alessia Agrimi, che considera la riforma una necessità storica per superare un modello anacronistico. L'unicità delle carriere è vista come un retaggio del passato che stride con il principio di parità tra accusa e difesa.
L'avvocata ha inoltre posto l'accento sulla responsabilità e sul fallimento dei sistemi di "filtro" delle indagini. Agrimi dice: "l'alto numero di assoluzioni in dibattimento non sarebbe un vanto, ma il sintomo di un sistema che non riesce a fermare prima i processi infondati, con costi umani ed economici devastanti per chi subisce ingiuste detenzioni".
Spostando il focus sul fronte opposto, la Dott.ssa Marina Chiddo ha rigettato l'immagine di un giudice "appiattito" sulle tesi del Pubblico Ministero. Chiddo sostiene che: "I dati sulle assoluzioni dimostrerebbero, al contrario, l'autonomia del giudicante. Il timore è che, recidendo il legame tra PM e cultura della giurisdizione, si crei un "super-poliziotto" focalizzato solo sulla condanna e non sulla ricerca della verità. Una separazione netta, secondo Chiddo, renderebbe la magistratura più debole e soggetta alle influenze della politica.
L'Avv. Lucia Corraro ha completato il quadro definendo la riforma come l'atto necessario per dare una "veste costituzionale" a un'esigenza già latente nello spirito della legge. Corraro
sottolinea che: "il processo deve vedere il Giudice al vertice, equidistante da Accusa e Difesa. Se un tempo la disparità era fisica, con il PM seduto in posizione sopraelevata nelle aule, oggi la distanza deve diventare sostanziale e scritta nella Carta Costituzionale". Secondo questa visione, la riforma servirebbe anche a spezzare il legame tra magistratura e correnti politiche, riportando il CSM alla sua funzione originaria di alta amministrazione.
Il dibattito sulla giustizia non è un semplice scontro tecnico tra esperti di leggi, ma una scelta di civiltà che definisce il volto della nostra democrazia. Tra chi teme un indebolimento dell'indipendenza giudiziaria e chi invoca una maggiore efficienza e imparzialità, resta ferma la necessità di un confronto che metta al centro i diritti del cittadino e la dignità del sistema giudiziario.
La Dott.ssa Marzia Guerra ha aperto il confronto descrivendo il progetto legislativo come un "iceberg". Se la punta visibile è la separazione delle carriere, la base nasconderebbe un mutamento costituzionale profondo. Secondo Guerra, la riforma non si limita a formalizzare una distinzione di ruoli già esistente, ma rischia di compromettere l'indipendenza della magistratura attraverso l'introduzione del sorteggio per i membri del CSM. Tale meccanismo, rappresenterebbe per la magistratura una ferita alla democrazia interna, lasciando alla politica un potere di nomina intatto e creando uno squilibrio pericoloso per la libertà del cittadino.
Il nodo cruciale rimane l'efficienza: "la riforma, sostiene Guerra, non affronta i tempi dei processi. La vera crisi della giustizia italiana sarebbe strutturale, legata alla cronica carenza di organico e alla precarietà del personale assunto con il PNRR, i cui tagli mettono a rischio la tenuta degli uffici".
Di segno opposto è l'analisi dell'Avv. Alessia Agrimi, che considera la riforma una necessità storica per superare un modello anacronistico. L'unicità delle carriere è vista come un retaggio del passato che stride con il principio di parità tra accusa e difesa.
L'avvocata ha inoltre posto l'accento sulla responsabilità e sul fallimento dei sistemi di "filtro" delle indagini. Agrimi dice: "l'alto numero di assoluzioni in dibattimento non sarebbe un vanto, ma il sintomo di un sistema che non riesce a fermare prima i processi infondati, con costi umani ed economici devastanti per chi subisce ingiuste detenzioni".
Spostando il focus sul fronte opposto, la Dott.ssa Marina Chiddo ha rigettato l'immagine di un giudice "appiattito" sulle tesi del Pubblico Ministero. Chiddo sostiene che: "I dati sulle assoluzioni dimostrerebbero, al contrario, l'autonomia del giudicante. Il timore è che, recidendo il legame tra PM e cultura della giurisdizione, si crei un "super-poliziotto" focalizzato solo sulla condanna e non sulla ricerca della verità. Una separazione netta, secondo Chiddo, renderebbe la magistratura più debole e soggetta alle influenze della politica.
L'Avv. Lucia Corraro ha completato il quadro definendo la riforma come l'atto necessario per dare una "veste costituzionale" a un'esigenza già latente nello spirito della legge. Corraro
sottolinea che: "il processo deve vedere il Giudice al vertice, equidistante da Accusa e Difesa. Se un tempo la disparità era fisica, con il PM seduto in posizione sopraelevata nelle aule, oggi la distanza deve diventare sostanziale e scritta nella Carta Costituzionale". Secondo questa visione, la riforma servirebbe anche a spezzare il legame tra magistratura e correnti politiche, riportando il CSM alla sua funzione originaria di alta amministrazione.
Il dibattito sulla giustizia non è un semplice scontro tecnico tra esperti di leggi, ma una scelta di civiltà che definisce il volto della nostra democrazia. Tra chi teme un indebolimento dell'indipendenza giudiziaria e chi invoca una maggiore efficienza e imparzialità, resta ferma la necessità di un confronto che metta al centro i diritti del cittadino e la dignità del sistema giudiziario.