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Eventi e cultura
L’intelligenza artificiale ci renderà più liberi o più controllati? Il confronto ad Hub Portanova
IA come opportunità fra nuove tecnologie, rischi, libertà, controllo e regole per governare l’innovazione
Trani - martedì 3 novembre 2026
21.37
All'HUB Porta Nova di Trani si è tenuto un dibattito dedicato all'impatto dell'intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie sulla società contemporanea. L'incontro, moderato da Lucia Cariati, docente del Liceo De Sanctis, ha messo a confronto visioni ed esperienze multidisciplinari: il sociologo Sergio D'Angelo, il professor Fedelucio Narducci del Politecnico di Bari, l'attivista per l'innovazione sociale Fabrizio Tamma e il linguista William Vastarella. Ad aprire il confronto è stato Sergio D'Angelo, che ha invitato a superare letture semplicistiche: «L'essere umano è un animale tecnologico», ha ricordato, evidenziando come l'IA generativa sia solo l'ultima tappa di una lunga evoluzione. D'Angelo si è soffermato sui paradossi della comunicazione odierna «Con il linguaggio facciamo di tutto, tranne che comunicare» e ha richiamato le tesi di Luciano Floridi sull'Artificial Agency, l'autonomia d'azione dei sistemi artificiali, da qui il monito centrale: non abdicare mai al controllo umano, investendo in educazione critica e regole condivise.
Il prof. Fedelucio Narducci ha chiarito che l'IA non nasce affatto con ChatGPT nel 2022, ma permea da anni la quotidianità attraverso filtri antispam e dispositivi domestici. Spiegando il funzionamento dei modelli generativi, Narducci ha fatto ricorso all'immagine del «pappagallo stocastico»: algoritmi probabilistici che combinano sequenze di parole senza comprenderne il senso, generando spesso «allucinazioni» (informazioni prive di fondamento). Ha quindi illustrato l'architettura RAG (Retrieval-Augmented Generation), che ancora le risposte a fonti documentali esterne per migliorarne la verificabilità, pur senza azzerare i margini di errore.
Sui limiti intrinseci e sui bias culturali dell'IA è intervenuto William Vastarella. Poiché gli algoritmi apprendono da banche dati prevalentemente occidentali, tendono a replicare visioni parziali e stereotipi. Diventa perciò essenziale la formulazione accurata dei prompt. A titolo esemplificativo, Vastarella ha citato una simulazione sulla guerra in Ucraina in cui il sistema ha prospettato perfino l'opzione nucleare: «Questo dimostra che non possiamo prendere per buono tutto ciò che ci restituisce una macchina. L'IA non ragiona come un essere umano». Il docente ha poi collegato la riflessione alla scuola, ricordando i dati del 59° Rapporto Censis 2025: il 72% degli studenti delle superiori impiega l'IA per motivi di studio o personali. La priorità pedagogica non è dunque vietare lo strumento, ma insegnare a verificarne gli esiti tutelando l'autonomia di giudizio.
Fabrizio Tamma ha invece illuminato il costo umano e sociale della filiera tecnologica, a partire dalle data factory del Sud del mondo (in Paesi come Kenya e Uganda), dove migliaia di persone etichettano dati, moderano contenuti e addestrano algoritmi a fronte di paghe minime e scarse tutele: «Come produciamo la tecnologia e chi paga davvero il prezzo del suo sviluppo?». Tamma ha infine toccato il tema del disagio giovanile, evidenziando il ricorso di molti ragazzi a ChatGPT come surrogato del supporto psicologico: un fenomeno che denuncia la carenza di servizi sanitari pubblici e gratuiti, ricordando che nessun software può sostituire le relazioni umane e la cura professionale.
La discussione si è conclusa interrogando il futuro del lavoro e le trasformazioni occupazionali. Davanti alla paura che l'automazione svuoti di valore le competenze umane, la sfida primaria non risiede nelle potenzialità tecniche della macchina, ma negli scopi collettivi che intendiamo assegnarle: stabilire quale società vogliamo edificare e governare l'innovazione senza diventarne spettatori passivi.
Il prof. Fedelucio Narducci ha chiarito che l'IA non nasce affatto con ChatGPT nel 2022, ma permea da anni la quotidianità attraverso filtri antispam e dispositivi domestici. Spiegando il funzionamento dei modelli generativi, Narducci ha fatto ricorso all'immagine del «pappagallo stocastico»: algoritmi probabilistici che combinano sequenze di parole senza comprenderne il senso, generando spesso «allucinazioni» (informazioni prive di fondamento). Ha quindi illustrato l'architettura RAG (Retrieval-Augmented Generation), che ancora le risposte a fonti documentali esterne per migliorarne la verificabilità, pur senza azzerare i margini di errore.
Sui limiti intrinseci e sui bias culturali dell'IA è intervenuto William Vastarella. Poiché gli algoritmi apprendono da banche dati prevalentemente occidentali, tendono a replicare visioni parziali e stereotipi. Diventa perciò essenziale la formulazione accurata dei prompt. A titolo esemplificativo, Vastarella ha citato una simulazione sulla guerra in Ucraina in cui il sistema ha prospettato perfino l'opzione nucleare: «Questo dimostra che non possiamo prendere per buono tutto ciò che ci restituisce una macchina. L'IA non ragiona come un essere umano». Il docente ha poi collegato la riflessione alla scuola, ricordando i dati del 59° Rapporto Censis 2025: il 72% degli studenti delle superiori impiega l'IA per motivi di studio o personali. La priorità pedagogica non è dunque vietare lo strumento, ma insegnare a verificarne gli esiti tutelando l'autonomia di giudizio.
Fabrizio Tamma ha invece illuminato il costo umano e sociale della filiera tecnologica, a partire dalle data factory del Sud del mondo (in Paesi come Kenya e Uganda), dove migliaia di persone etichettano dati, moderano contenuti e addestrano algoritmi a fronte di paghe minime e scarse tutele: «Come produciamo la tecnologia e chi paga davvero il prezzo del suo sviluppo?». Tamma ha infine toccato il tema del disagio giovanile, evidenziando il ricorso di molti ragazzi a ChatGPT come surrogato del supporto psicologico: un fenomeno che denuncia la carenza di servizi sanitari pubblici e gratuiti, ricordando che nessun software può sostituire le relazioni umane e la cura professionale.
La discussione si è conclusa interrogando il futuro del lavoro e le trasformazioni occupazionali. Davanti alla paura che l'automazione svuoti di valore le competenze umane, la sfida primaria non risiede nelle potenzialità tecniche della macchina, ma negli scopi collettivi che intendiamo assegnarle: stabilire quale società vogliamo edificare e governare l'innovazione senza diventarne spettatori passivi.
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