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Agricoltura pugliese, si produce ma non si guadagna: l’UNSIC chiede un tavolo con le istituzioni
Nel 2025 i prezzi agricoli sono cresciuti in Italia, ma in Puglia sono scesi: il sindacato chiede un confronto permanente per difendere il reddito delle imprese e il futuro delle campagne
Trani - lunedì 5 ottobre 2026
Comunicato Stampa
In Puglia i campi continuano a produrre, ma per un numero crescente di aziende agricole il lavoro non si traduce più in reddito. È questa, secondo l'UNSIC, la vera emergenza del settore: un paradosso che né i volumi della produzione né il prestigio delle eccellenze regionali, apprezzate sulle tavole italiane e sui mercati esteri, bastano a nascondere. I dati Istat sul 2025 aiutano a misurarlo. A livello nazionale la produzione agricola è cresciuta dello 0,3% in termini reali, mentre l'occupazione è scesa dello 0,5%. Nello stesso anno i prezzi dei beni e dei servizi utilizzati dalle aziende sono aumentati dell'1%, con rincari su trasporti, sementi e concimi. E se in Italia i prezzi di vendita dei prodotti agricoli sono saliti in media del 3,8%, in Puglia hanno preso la direzione opposta, con un calo dell'1,7%. Produrre di più, insomma, non significa guadagnare di più. È da qui che parte Nicola Signorile, componente della Segreteria nazionale UNSIC e coordinatore regionale per la Puglia, che invita a guardare alla reale sostenibilità economica delle imprese e non soltanto ai dati produttivi. Sulla stessa linea Domenico Corraro, dirigente sindacale UNSIC di Trani, che richiama l'attenzione sul rapporto tra ciò che l'azienda produce, ciò che spende e ciò che, alla fine della stagione, le resta davvero.
Tra il campo e lo scaffaleQuando entra in un supermercato, il consumatore vede il prezzo finale di una bottiglia d'olio, di una cassetta di ortaggi o di frutta, di una bottiglia di vino. L'agricoltore conosce l'altra metà della storia. Prima che quel prodotto arrivi sullo scaffale ha già pagato il terreno, le sementi, i concimi, i trattamenti, il carburante, l'acqua, la manodopera, la manutenzione dei mezzi e la raccolta. E lo ha fatto dopo mesi di lavoro, senza sapere quale prezzo riuscirà a ottenere. Il prezzo pagato da chi compra non coincide con quello riconosciuto a chi produce, così come il fatturato non coincide con il reddito dell'impresa. Ma per l'UNSIC la soluzione non passa da una guerra tra operatori. «Non è nostro interesse contrapporre l'agricoltore alla distribuzione, all'industria o agli altri operatori della filiera», spiega Signorile. «Ogni anello ha i propri costi e svolge una funzione essenziale. Ma una filiera può dirsi davvero sostenibile soltanto quando anche chi produce alla base dispone di condizioni economiche sufficienti per continuare a farlo. Se il produttore non riesce più a coprire i propri costi, prima o poi il problema diventa di tutta la filiera.»
Costi certi, prezzi incerti
Il vero banco di prova sono i costi di produzione. Corraro parte dal gasolio, indispensabile per preparare i terreni, lavorare le colture, effettuare i trattamenti, irrigare, raccogliere e trasportare. «Oggi il suo costo pesa sempre di più sui bilanci delle aziende agricole», osserva. A questo si sommano la manutenzione dei macchinari, i ricambi, l'energia, l'acqua, i concimi, le sementi e i prodotti fitosanitari.Sono spese che non si possono rinviare. Una coltura va lavorata nel momento giusto, un trattamento segue precise esigenze agronomiche, la raccolta non aspetta. Il risultato è uno squilibrio strutturale: i costi si sostengono con certezza, mentre il prezzo di vendita si conosce spesso soltanto dopo. Quando a costi più alti si somma una stagione climatica difficile, che riduce le rese ma lascia intatte le spese già affrontate, si arriva al paradosso di spendere di più per produrre di meno.
L'acqua è un'infrastruttura produttiva
In Puglia il tema dell'acqua pesa più che altrove. Scarsità della risorsa, siccità e precipitazioni irregolari incidono direttamente sulla possibilità di programmare le produzioni. L'agricoltore può preparare il terreno, comprare le sementi e sostenere tutti i costi della coltivazione, ma se l'acqua non arriva quando serve una parte dell'investimento va perduta. E i costi, ricorda l'UNSIC, non vengono cancellati dal raccolto mancato.Per Signorile l'acqua va trattata come una vera infrastruttura produttiva: servono reti efficienti, manutenzione, capacità di accumulo, riduzione delle perdite e una programmazione che dia alle imprese maggiore certezza sulle condizioni in cui potranno lavorare. Nel ragionamento rientra anche l'efficienza degli enti di bonifica. «L'agricoltore non può essere chiamato soltanto a pagare quando il servizio non risponde pienamente alle esigenze produttive», avverte Corraro. «Occorre un sistema trasparente, efficiente e orientato alla competitività delle imprese.»
Senza acqua non c'è programmazione, senza programmazione non c'è investimento. E senza investimento non c'è futuro agricolo.
Non esiste una sola agricoltura
Le campagne pugliesi non sono un blocco unico. Ci sono grandi imprese strutturate, in grado di sostenere investimenti importanti e di distribuire i costi su volumi elevati. Ci sono aziende medie, punto di equilibrio tra dimensione produttiva, organizzazione e capacità di investimento. E ci sono migliaia di piccole aziende familiari, il cui principale capitale è il lavoro dell'imprenditore e della sua famiglia.Realtà che, sottolinea Signorile, hanno esigenze e capacità finanziarie diverse e non possono essere trattate allo stesso modo. Una grande azienda dispone di più strumenti per assorbire una stagione negativa. Una piccola può trovarsi rapidamente davanti a una scelta drammatica: continuare a produrre in perdita o abbandonare. È su questo terreno, secondo l'UNSIC, che la politica agricola deve dimostrare di saper leggere la realtà, senza lasciare indietro chi ha meno risorse.
Manodopera: regolare, formata e sicura
Le imprese agricole pugliesi si avvalgono anche di lavoratori stranieri, componente importante di numerose filiere. «La questione non va affrontata in termini di nazionalità, ma di regolarità, professionalità, formazione e sicurezza», afferma Signorile. «Non è più possibile pensare a una manodopera improvvisata per attività che richiedono competenze specifiche.»Corraro insiste sulla formazione come investimento. Visite preventive, prevenzione e corretta preparazione nell'uso dei macchinari e dei prodotti fitosanitari sono, a suo avviso, strumenti indispensabili per tutelare il lavoratore e, insieme, l'impresa. «Un'agricoltura moderna deve essere competitiva», conclude, «ma deve esserlo anche attraverso il rispetto delle regole e della sicurezza.»
Olio e vino, il primo anello sotto pressione
Il problema diventa evidente nelle produzioni simbolo della regione. Prima del frantoio c'è l'oliveto; prima della bottiglia ci sono anni di potature, concimazioni, trattamenti, manutenzione, raccolta e trasporto. Non si può parlare del valore dell'olio confezionato senza considerare quanto è costato produrre le olive. «Tutelare l'olio pugliese significa tutelare innanzitutto l'olivicoltore», sintetizza Signorile.Lo stesso vale per l'uva e per il vino. La Puglia ha una straordinaria capacità produttiva e denominazioni riconosciute sui mercati, ma il nodo non è soltanto produrre: è riuscire a vendere a condizioni sostenibili. «Oggi il paradosso è particolarmente evidente nel comparto vitivinicolo», spiega Corraro. «L'uva da vino viene pagata a prezzi bassi, mentre il costo del gasolio è alle stelle e continuano a pesare tutte le altre voci necessarie per coltivare, raccogliere e trasformare. Così si mette sotto pressione proprio il primo anello della filiera: chi coltiva la vigna.»
E quando il vino resta invenduto, l'impresa continua a sostenere i costi della vigna, della trasformazione, della conservazione e della gestione delle scorte. Gli strumenti dell'OCM Vino e le misure di crisi, compresa la distillazione quando ne ricorrono le condizioni, possono offrire una risposta d'emergenza. Ma, avverte l'UNSIC, non possono diventare la normalità: la politica agricola deve creare le condizioni perché la produzione trovi mercato e venga valorizzata. «L'emergenza si può gestire», è la sintesi del sindacato, «ma la crisi strutturale va risolta.»
Giovani: entrare non basta, bisogna restare
Lo stesso principio vale per il ricambio generazionale. Gli incentivi per i giovani sono importanti e favoriscono l'ingresso di nuove energie nel settore, riconosce Signorile. Il vero problema, però, arriva dopo. Un giovane può ricevere un contributo per avviare l'impresa, ma se poi deve fare i conti con costi crescenti, difficoltà di accesso all'acqua, prezzi incerti, credito difficile e mercati complessi, il rischio è che quell'insediamento non diventi mai un'attività stabile. «Il miglior incentivo per un giovane agricoltore», osserva Signorile, «è la possibilità concreta di vivere del proprio lavoro.»Tre giornate di lavoro in una
C'è poi un sacrificio che nelle statistiche non compare. Corraro lo descrive così: agricoltori che lavorano dall'alba alla sera, che concentrano su una sola persona attività che richiederebbero più lavoratori, che rinunciano al proprio tempo e a una parte del proprio reddito pur di tenere aperta l'azienda. «Tre giornate di lavoro concentrate in una non sono una soluzione», afferma. «Sono il sintomo di una difficoltà.» Quando l'imprenditore deve compensare con il proprio lavoro ciò che l'impresa non riesce più a generare, il modello economico è sotto una pressione che non può essere scaricata all'infinito sulle famiglie agricole.Il rischio dell'abbandono
Quando i conti smettono di tornare arriva il rischio più grave: l'abbandono dei terreni. Per Signorile le conseguenze vanno ben oltre la singola azienda. Un terreno incolto significa meno presidio del territorio, meno lavoro, meno manutenzione, meno attività economica e, nel tempo, una possibile concentrazione delle superfici nelle mani degli operatori più forti.La domanda che l'UNSIC pone alle istituzioni è semplice: se le piccole aziende non riescono più a sostenere i propri terreni, chi sarà in grado di acquistarli? Una domanda da affrontare, avverte il sindacato, prima che il fenomeno diventi irreversibile.
Fotovoltaico: la transizione energetica non cancelli quella agricola
Lo stesso principio deve guidare il dibattito sul fotovoltaico. La transizione energetica è necessaria e lo sviluppo delle rinnovabili è un obiettivo strategico, riconosce l'UNSIC. Ma resta una questione che non si può eludere: si vuole davvero arrivare al punto in cui un'azienda agricola non riesce più a vivere della propria produzione, mentre il suo terreno rende di più se coperto di pannelli?
Per Corraro non si tratta di una contrapposizione ideologica tra agricoltura ed energia, ma di pianificazione del territorio. Prima di consumare nuovo suolo agricolo occorre utilizzare, dove possibile, superfici già impermeabilizzate, aree industriali, coperture e spazi compatibili. E quando si parla di agrivoltaico, la funzione agricola deve essere effettiva, verificabile e davvero integrata con quella energetica. «La Puglia ha bisogno di energia», sottolinea, «ma ha bisogno anche di produrre cibo.»
Quando chiude un'azienda, si indebolisce un territorio
Dietro ogni azienda agricola non c'è soltanto l'agricoltore. Ci sono meccanici, tecnici, agronomi, trasportatori, rivenditori di macchinari e ricambi, fornitori di sementi, concimi e fitofarmaci, frantoi, cantine, trasformatori, imprese di servizi e lavoratori. Signorile richiama l'attenzione proprio su questo indotto: quando un'azienda chiude non scompare un'attività, si indebolisce una parte dell'economia locale.
Per questo, secondo l'UNSIC, la crisi agricola non è una questione di categoria. Riguarda l'economia regionale, l'occupazione, la sicurezza alimentare e il futuro del territorio.
La richiesta: un tavolo permanente con le istituzioni
Da qui la proposta. Signorile e Corraro chiedono di superare la logica degli interventi frammentari e delle risposte solo emergenziali, aprendo un tavolo di confronto serio, concreto e permanente con le istituzioni. Sul tavolo, il costo dei fattori produttivi, la tutela del prezzo all'origine, la gestione dell'acqua, l'efficienza delle infrastrutture e degli enti di bonifica, la formazione e la sicurezza dei lavoratori, il sostegno ai giovani, la crisi del vitivinicolo, la tutela dell'olivicoltura e la difesa dei terreni agricoli. Con un'avvertenza: discutere di piccole, medie e grandi imprese senza contrapporle, riconoscendo le esigenze di ciascuna.«Non chiediamo un'agricoltura sottratta al mercato», precisa Signorile, «ma un mercato nel quale l'agricoltore possa continuare a produrre senza essere condannato a lavorare in perdita. Non chiediamo privilegi: chiediamo condizioni.» Nessuno vuole fermare la transizione energetica, purché non avvenga a scapito della produzione agricola. E nessuno vuole penalizzare le grandi imprese, purché le piccole e medie non siano costrette ad abbandonare la terra perché non riescono più a sostenerne i costi.
«La Puglia non può limitarsi a celebrare le proprie eccellenze», conclude Corraro. «Deve mettere chi le produce nelle condizioni di continuare a farlo.» Perché dietro una bottiglia d'olio, un grappolo d'uva o una cassetta di frutta non c'è soltanto un prodotto: c'è il lavoro di un imprenditore, una famiglia, una filiera, un territorio. E l'agricoltore, in fondo, chiede una cosa sola: poter continuare a vivere del proprio lavoro.
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