Foto Tonino Lacalamita" />Editoriale: Scusate il Disturbo | La terra svenduta e l’oro verde che non sfama: la ferita aperta della Provincia Barletta Andria Trani
Dalle campagne alle tavole di tutta Italia, il collasso di una filiera strozzata dai costi. Dopo il corteo del 23 ottobre, il fronte compatto per istituire l'Unità di Crisi
I numeri della crisi olearia che investe Trani, Andria, Barletta, Corato, Bisceglie e l'intero agro federiciano non lasciano spazio a interpretazioni. Se nella scorsa annata le olive venivano ritirate ai frantoi a circa 110 euro al quintale garantendo un minimo margine, per la campagna in corso le stime sono precipitate a picco verso i 40-45 euro al quintale, una cifra che coincide esattamente con il solo costo vivo della manodopera per staccare il frutto dall'albero. «In questo modo nemmeno la metà dei guadagni ci sono, non riesci a coprire le spese. A me conviene lasciare il prodotto direttamente sull'albero», confessano gli olivicoltori rassegnati. A fronte di compensi da fame, i costi vivi sono esplosi: il gasolio agricolo è ai massimi, i concimi sono schizzati da 27 a 47 euro al quintale, mentre acqua e balzelli consortili continuano a pesare come macigni. Nei frantoi, dove in queste settimane d'autunno avrebbe dovuto regnare il frastuono operoso della molitura, regna invece un silenzio spettrale, con milioni di euro di olio invenduto stipato nelle cisterne e svalutato dalle importazioni selvagge.La contabilità della disperazione: lavorare in perdita
A dare peso istituzionale alla mobilitazione è stata la presenza del sindaco di Trani, Marco Galiano, che ha sfilato in testa al corteo insieme agli amministratori dei Comuni limitrofi della BAT. Salito sul cassone a conclusione della marcia, il primo cittadino si è fatto carico delle istanze della piazza, annunciando l'impegno solenne di portare all'attenzione dell'imminente Consiglio comunale, come primo firmatario, un documento strutturato per istituire formalmente un'«Unità di Crisi» permanente. Un organismo indispensabile per vigilare sulle speculazioni, dialogare con la Regione e fare pressione sul Governo nazionale affinché vengano riformati i meccanismi di mercato, i controlli doganali e le etichettature.L'impegno istituzionale per l'Unità di Crisi
A dare voce all'esasperazione della categoria è intervenuto Carlo Nuzzolese, giovane agricoltore e fra gli organizzatori della protesta: «Sono contento di aver mosso più di un intero comparto. I problemi sono tanti, ma l'unica cosa certa è che non dobbiamo farci finanziare con i soliti contentini: oggi ci finanziano, domani non lo sappiamo. Il nostro scopo principale è che ci siano le leggi! Leggi che garantiscano per l'olio un prezzo unico per tutti ed evitino le speculazioni; una legge che non blocchi le importazioni, ma che le faccia arrivare nel momento in cui servono, perché prima dobbiamo vendere il nostro prodotto e poi far entrare quello estero, non che il nostro debba restare bloccato a marcire a casa nostra!» Nuzzolese ha poi affondato il colpo sulla forbice ingiustificabile tra campi e scaffali: «Noi produttori, dopo un anno di sacrifici tra acqua, sole e pioggia, ci vediamo svalutare il raccolto a pochi centesimi sul campo: le olive a 40 euro, il pomodoro a 8 o 30 centesimi, e poi sullo scaffale ce lo ritroviamo a 9 o 10 euro. Il problema non è del trasportatore o dell'agricoltore: c'è un passaggio finale che non va bene e quel passaggio va beccato e va bloccato, perché la speculazione dura ormai da troppi anni. Non vogliamo più accontentarci degli spiccioli: vogliamo leggi che ci permettano di andare nei campi e raccogliere con dignità il nostro prodotto».Il grido dell'agricoltore Carlo Nuzzolese: «Vogliamo leggi, non mance»
Le conclusioni dei tavoli romani non scaldano gli animi di chi la terra la vive ogni giorno. «Da domani mattina la situazione è pari e pari a quella di oggi e di un mese fa. Noi quest'anno ci rimbocchiamo le maniche e ci piangiamo i guai, perché i provvedimenti presi dal Governo sono poca rispetto al problema, ci vogliono soluzioni strutturali che contemplino i controlli di filiera su chi specula sul nostro lavoro caricando il carello della spesa dei consumatori finali ». Resta l'amarezza di chi si trova ostaggio di meccanismi opachi in cui chi produce deve supplicare per vendere: «Noi abbiamo il prodotto e dobbiamo chiedere "quanto mi vuoi dare?", è mortifiante». Eppure, non si chiedono regali né elemosine: «Noi stiamo parlando di lavoro. Non vogliamo i soldi dallo Stato o soldi regalati: io voglio essere pagato il giusto di quello che faccio, punto! Non è così difficile». Perché in fondo, la radice di questa battaglia è tutta racchiusa nella voce rotta di chi non si rassegna all'ingiustizia: «Il vero problema principale è che non si può essere poveri lavorando. È una cosa disumana, disumana! Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». Ed è da questo senso di dignità calpestata che la terra della BAT non intende più arretrare. Scusate il disturbo, ma qui ci vuole coraggio ed olio di.. gomito per risolvere la situazione.«Non si può essere poveri lavorando»

Ricevi aggiornamenti e contenuti da Trani .jpg)








