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Manifestazoine contro il "Caro - Vita". Foto Tonino Lacalamita
Attualità

Editoriale: Scusate il Disturbo | La terra svenduta e l’oro verde che non sfama: la ferita aperta della Provincia Barletta Andria Trani

Dalle campagne alle tavole di tutta Italia, il collasso di una filiera strozzata dai costi. Dopo il corteo del 23 ottobre, il fronte compatto per istituire l'Unità di Crisi

«Noi stiamo facendo la fame! Quando ritorno a casa mia, da uomo, da padre e da cittadino italiano, non mi devo vergognare con i miei figli perché noi non facciamo più reddito: è una vergogna!». C'è la disperazione cruda e autentica della nostra terra in queste parole che ho raccolto durante la manifestazione a Trani ma comune alle vicine piazze, una sofferenza dignitosa affiancata dal grido soffocato di chi muove le merci su gomma: «Non ce la facciamo più. È assurdo che un'azienda non può pagare i dipendenti perché o mette il gasolio o paga l'autista». È un paradosso davvero crudele quello che si consuma tra le distese di ulivi della Provincia di Barletta-Andria-Trani, culla di oltre la metà dell'olio che rende celebre l'Italia nel mondo. È il paradosso di chi si spacca la schiena dall'alba al tramonto e scopre con rabbia di non riuscire a garantire il pane alla propria famiglia, una realtà al collasso, la stessa che lo scorso venerdì 23 ottobre ha spinto centinaia di persone a scendere pacificamente ma con determinazione per le vie di Trani. Non una semplice sfilata di categoria, ma una protesta corale: agricoltori, autotrasportatori, commercianti con le saracinesche abbassate al passaggio dei mezzi e intere famiglie con i loro bambini. Tutti uniti dalla consapevolezza che se muore l'agricoltura, muore l'intero Mezzogiorno.

La contabilità della disperazione: lavorare in perdita

I numeri della crisi olearia che investe Trani, Andria, Barletta, Corato, Bisceglie e l'intero agro federiciano non lasciano spazio a interpretazioni. Se nella scorsa annata le olive venivano ritirate ai frantoi a circa 110 euro al quintale garantendo un minimo margine, per la campagna in corso le stime sono precipitate a picco verso i 40-45 euro al quintale, una cifra che coincide esattamente con il solo costo vivo della manodopera per staccare il frutto dall'albero. «In questo modo nemmeno la metà dei guadagni ci sono, non riesci a coprire le spese. A me conviene lasciare il prodotto direttamente sull'albero», confessano gli olivicoltori rassegnati. A fronte di compensi da fame, i costi vivi sono esplosi: il gasolio agricolo è ai massimi, i concimi sono schizzati da 27 a 47 euro al quintale, mentre acqua e balzelli consortili continuano a pesare come macigni. Nei frantoi, dove in queste settimane d'autunno avrebbe dovuto regnare il frastuono operoso della molitura, regna invece un silenzio spettrale, con milioni di euro di olio invenduto stipato nelle cisterne e svalutato dalle importazioni selvagge.

L'impegno istituzionale per l'Unità di Crisi

A dare peso istituzionale alla mobilitazione è stata la presenza del sindaco di Trani, Marco Galiano, che ha sfilato in testa al corteo insieme agli amministratori dei Comuni limitrofi della BAT. Salito sul cassone a conclusione della marcia, il primo cittadino si è fatto carico delle istanze della piazza, annunciando l'impegno solenne di portare all'attenzione dell'imminente Consiglio comunale, come primo firmatario, un documento strutturato per istituire formalmente un'«Unità di Crisi» permanente. Un organismo indispensabile per vigilare sulle speculazioni, dialogare con la Regione e fare pressione sul Governo nazionale affinché vengano riformati i meccanismi di mercato, i controlli doganali e le etichettature.

Il grido dell'agricoltore Carlo Nuzzolese: «Vogliamo leggi, non mance»

A dare voce all'esasperazione della categoria è intervenuto Carlo Nuzzolese, giovane agricoltore e fra gli organizzatori della protesta: «Sono contento di aver mosso più di un intero comparto. I problemi sono tanti, ma l'unica cosa certa è che non dobbiamo farci finanziare con i soliti contentini: oggi ci finanziano, domani non lo sappiamo. Il nostro scopo principale è che ci siano le leggi! Leggi che garantiscano per l'olio un prezzo unico per tutti ed evitino le speculazioni; una legge che non blocchi le importazioni, ma che le faccia arrivare nel momento in cui servono, perché prima dobbiamo vendere il nostro prodotto e poi far entrare quello estero, non che il nostro debba restare bloccato a marcire a casa nostra!» Nuzzolese ha poi affondato il colpo sulla forbice ingiustificabile tra campi e scaffali: «Noi produttori, dopo un anno di sacrifici tra acqua, sole e pioggia, ci vediamo svalutare il raccolto a pochi centesimi sul campo: le olive a 40 euro, il pomodoro a 8 o 30 centesimi, e poi sullo scaffale ce lo ritroviamo a 9 o 10 euro. Il problema non è del trasportatore o dell'agricoltore: c'è un passaggio finale che non va bene e quel passaggio va beccato e va bloccato, perché la speculazione dura ormai da troppi anni. Non vogliamo più accontentarci degli spiccioli: vogliamo leggi che ci permettano di andare nei campi e raccogliere con dignità il nostro prodotto».

«Non si può essere poveri lavorando»

Le conclusioni dei tavoli romani non scaldano gli animi di chi la terra la vive ogni giorno. «Da domani mattina la situazione è pari e pari a quella di oggi e di un mese fa. Noi quest'anno ci rimbocchiamo le maniche e ci piangiamo i guai, perché i provvedimenti presi dal Governo sono poca rispetto al problema, ci vogliono soluzioni strutturali che contemplino i controlli di filiera su chi specula sul nostro lavoro caricando il carello della spesa dei consumatori finali ». Resta l'amarezza di chi si trova ostaggio di meccanismi opachi in cui chi produce deve supplicare per vendere: «Noi abbiamo il prodotto e dobbiamo chiedere "quanto mi vuoi dare?", è mortifiante». Eppure, non si chiedono regali né elemosine: «Noi stiamo parlando di lavoro. Non vogliamo i soldi dallo Stato o soldi regalati: io voglio essere pagato il giusto di quello che faccio, punto! Non è così difficile». Perché in fondo, la radice di questa battaglia è tutta racchiusa nella voce rotta di chi non si rassegna all'ingiustizia: «Il vero problema principale è che non si può essere poveri lavorando. È una cosa disumana, disumana! Ci sentiamo abbandonati a noi stessi». Ed è da questo senso di dignità calpestata che la terra della BAT non intende più arretrare. Scusate il disturbo, ma qui ci vuole coraggio ed olio di.. gomito per risolvere la situazione.
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