Lia Piano, Anita Guarnieri e Piero Dorfles ai Dialoghi di Trani. <span>Foto Marina Laurora</span>
Lia Piano, Anita Guarnieri e Piero Dorfles ai Dialoghi di Trani. Foto Marina Laurora
Eventi e cultura

Lia Piano, Anita Guarnieri e Piero Dorfles, “L’arte di perdersi. Storia dei miei traslochi” ai Dialoghi di Trani

Piazza Quercia ha fatto da sfondo a uno degli appuntamenti più intimi e stimolanti di questa XXV edizione

In un soleggiato pomeriggio di settembre, Piazza Quercia ha fatto da sfondo a uno degli appuntamenti più intimi e stimolanti della XXV edizione dei Dialoghi di Trani. Una piazza attenta e partecipe ha accolto la scrittrice Lia Piano, protagonista dell'incontro dedicato al suo romanzo L'arte di perdersi. Storia dei miei traslochi, in un dialogo arricchito dagli interventi del giornalista e critico letterario Piero Dorfles e dell'architetto Anita Guarnieri, dirigente della Soprintendenza per le province di Barletta-Andria-Trani e Foggia. Un incontro che, partendo dalla letteratura, ha progressivamente allargato lo sguardo fino a interrogarsi sul significato più profondo dell'abitare. Perché una casa non è soltanto un luogo fisico nel quale vivere, ma può diventare memoria, rifugio, ostacolo, desiderio e, soprattutto, specchio delle trasformazioni che attraversano la nostra esistenza.
Piano Guarnieri Dorfles I Dialoghi di TraniPiano Guarnieri Dorfles I Dialoghi di TraniPiano Guarnieri Dorfles I Dialoghi di TraniPiano Guarnieri Dorfles I Dialoghi di Trani
Al centro del romanzo di Lia Piano c'è una donna che attraversa una fase di profonda trasformazione e ridefinizione personale. La vicenda prende avvio da una premessa narrativa amara e al tempo stesso sottilmente ironica: la ricerca di un luogo ideale sembra finalmente concretizzarsi grazie a un'eredità inattesa, lasciata da una prozia ancora viva, in piena salute e, soprattutto, animata da una manifesta avversione nei confronti della protagonista.
Ma, come emerge fin dalle prime battute della presentazione, se il rapporto tra la protagonista, la casa e l'eredità procedesse senza intoppi, non ci sarebbe materia sufficiente per costruire un romanzo. Ed è proprio qui che la storia prende una direzione inattesa: l'immobile ereditato viene dichiarato immediatamente inagibile e inabitabile.

Quella che avrebbe dovuto rappresentare la soluzione diventa così l'inizio di un nuovo percorso. Una vera e propria doccia fredda che costringe la protagonista a confrontarsi con ostacoli, attese e imprevisti, trasformando la ricerca di una casa in un percorso di conoscenza di sé. Un viaggio nel quale, come sottolinea l'autrice, «la bellezza e il valore dei sogni sono sempre proporzionali alla fatica necessaria per raggiungerli». Ed è proprio il tema del viaggio, inteso non tanto come spostamento geografico quanto come trasformazione interiore, a emergere con forza nel corso dell'incontro. Perdersi, in questo senso, non significa necessariamente smarrire la propria direzione: può voler dire abbandonare certezze consolidate, attraversare luoghi sconosciuti e concedersi la possibilità di cambiare.

Tra le pagine del libro e gli spunti emersi nel dialogo con Piero Dorfles, particolarmente intensa è la scena in cui la protagonista, affacciata alla finestra di un'abitazione che ancora non sente propria, viene raggiunta dall'aroma di una torta di mele appena sfornata da un vicino. Un profumo semplice, familiare, quasi domestico, che diventa improvvisamente un detonatore di memoria e nostalgia. Quel profumo le restituisce il senso di tutte le torte già preparate, ma anche di quelle ancora da fare, delle esperienze vissute e soprattutto delle possibilità che la vita non ha ancora avuto il tempo di realizzare. Un'immagine delicata che racchiude una delle intuizioni più profonde del romanzo: spesso sono proprio i dettagli apparentemente insignificanti a rivelarci ciò che desideriamo davvero.

Il confronto con Piero Dorfles ha permesso di entrare nella struttura narrativa dell'opera, caratterizzata dall'intreccio tra dimensione autobiografica, vicende personali e una galleria di personaggi capaci di accompagnare la protagonista nel suo percorso. La casa diventa così molto più di uno scenario: è un personaggio silenzioso, capace di condizionare umori, ricordi, relazioni e prospettive. A portare la riflessione sul piano dell'architettura e della tutela del patrimonio è stata Anita Guarnieri, che ha intrecciato il contenuto letterario del romanzo con il proprio lavoro quotidiano a tutela dei luoghi e dei beni culturali. Il suo intervento ha posto l'accento sulla necessità di superare una concezione puramente funzionale degli spazi. Non esistono soltanto luoghi da visitare, fotografare o conservare, ma luoghi con una propria identità, capaci di instaurare con le persone una relazione profonda.

«Non siamo noi che abitiamo le case e basta: sono le case che abitano noi a loro volta», ha sottolineato Guarnieri, evidenziando come gli spazi possiedano una personalità e una sostanza tali da incidere sul nostro modo di essere e di vivere.
Una riflessione che vale per le abitazioni quotidiane, ma anche per i grandi luoghi della cultura e della storia: dai castelli di Puglia al Castello di Trani, fino a Castel del Monte e ai musei che siamo chiamati non soltanto a visitare, ma in qualche modo ad abitare, conoscere e custodire. Ed è proprio questo il punto di incontro tra la storia raccontata da Lia Piano e la riflessione dell'architetto: abitare non significa semplicemente occupare uno spazio, ma entrare in relazione con esso. Una casa può accoglierci oppure respingerci, può apparire inizialmente estranea e inospitale e, nel tempo, diventare il luogo nel quale riconoscersi.
Allo stesso modo, può accadere che un luogo apparentemente perfetto non riesca mai a diventare davvero "casa". Da qui una delle domande più interessanti emerse durante il confronto: cosa accade quando un luogo ci respinge e, proprio per questo, finisce per esercitare su di noi una forte attrazione? Qual è il momento in cui uno spazio smette di essere semplicemente un ambiente e diventa un luogo dell'anima? E attraverso quale meccanismo nasce quella sintonia, spesso difficile da spiegare razionalmente, che ci permette di dire: "questa è casa"? Domande che il romanzo non pretende di risolvere definitivamente e che, proprio per questo, hanno trovato una particolare risonanza nel pubblico di Piazza Quercia. Perché, in fondo, ogni trasloco racconta qualcosa di noi. Cambiare casa significa lasciare alle spalle una parte della propria storia e, allo stesso tempo, aprire uno spazio per quella che deve ancora arrivare. Le stanze conservano tracce, i muri custodiscono memorie, le finestre cambiano il nostro modo di guardare il mondo. E anche quando pensiamo di essere noi a scegliere i luoghi nei quali vivere, sono spesso quei luoghi a modificare, lentamente, il nostro modo di essere.

L'incontro dedicato a L'arte di perdersi ha lasciato così al pubblico una consapevolezza che va oltre la dimensione letteraria: gli spazi che viviamo non sono contenitori inerti, ma luoghi vivi, capaci di custodire le nostre memorie e accompagnare le nostre trasformazioni.E forse è proprio questo il senso più autentico dell'arte di perdersi: smarrire per un momento la strada conosciuta per scoprire, passo dopo passo, un luogo nuovo nel quale poter finalmente riconoscere se stessi.
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