Le ragioni del sì al referendum giustizia: il confronto a Palazzo "Beltrani"
L'incontro organizzato dalla casa editrice Ad Maiora con professionisti di alto profilo
lunedì 16 marzo 2026
9.26
Il referendum è sempre più vicino, per questo le occasioni di confronto sui temi più scottanti si susseguono senza sosta. Nella serata di sabato, Palazzo della Arti "Beltrani" ha ospitato un convegno sulle ragioni del sì, organizzato dalla casa editrice Ad Maiora. I professionisti che si sono confrontati sono di alto profilo: gli avvocati Carmine Di Paola e Giovanni Stefaní, Carlo Dibello, magistrato presso il TAR Puglia e l'avvocato ed ex sindaco di Trani Gigi Riserbato. Ha partecipato in collegamento anche il vice ministro della Giustizia, l'avvocato Francesco Paolo Sisto. Ha moderato il dibattito l'avvocato Luca Volpe.
I Saluti affidati all'editore e organizzatore Giuseppe Pierro, Cavaliere O.M.R.I., hanno introdotto una serata di confronto e dibattito.
Si sono susseguiti, poi, i vari interventi dedicati alle ragioni del sì; l'avvocato Di Paola ha affermato che questa riforma è una testimonianza di civiltà giuridica, definendo le posizioni del no come reazionarie e conservatrici, smentendo che la riforma sia una crociata contro la magistratura, bensì un percorso cominciato molto tempo fa con la riforma del processo penale del 1989; una riforma che però, a sua dire, è rimasta a metà, giacché persiste ancora oggi quell' anomalia italiana" che vede giudici e pubblici ministeri come dei "fratelli di sangue". Secondo lo stesso i pubblici ministeri dovrebbero essere estromessi dalla magistratura.
Il dott. Dibello ha sottolineato, invece, il livello di bassa maturità della democrazia italiana, che vede oggi contrapposti due schieramenti su due posizioni distinte e nette. Se i sostenitori del NO paventano una serie di rischi per la democrazia, il dott. Dibello invita, invece, a leggere la riforma, in particolare l'articolo 104 della Costituzione riformato, che porterebbe delle tutele ancora maggiori al PM, che rimane indipendente da ogni altro potere. Inoltre, ha ricordato che la Costituzione non è intoccabile: più volte è stata riformata, come nella riforma recentissima che ha introdotto la tutela ambientale in Costituzione, grazie al procedimento di revisione previsto dal suo articolo 138. Chiosando, il magistrato riflette su un dato di fatto: la riforma non prevede un controllo diretto del pubblico ministero da parte dell'esecutivo; se si volesse introdurre questo controllo si dovrebbe fare un'altra legge costituzionale.
L'intervento più atteso è stato sicuramente quello dell' onorevole Francesco Paolo Sisto, che ha affermato che la riforma è semplice: chi giudica non può essere collega del pm e queste due figure si scambiano giudizi di professionalità. Il giudice terzo deve essere separato dal pubblico ministero. Il vice ministro ha, inoltre, ricordato che questa è una riforma che prende le mosse dalla sinistra liberale e progressista. Secondo lo stesso, la separazione delle carriere è profondamente costituzionale.
"Il giudice separato" afferma ancora, "è migliore, perché diventa autonomo rispetto al pm" e ricorda che rimane una delle più grandi garanzie nella Costituzione: l'obbligatorietà dell'azione penale.
Per quel che riguarda la velocizzazione del processo, l'onorevole Sisto ha ricordato dell'assunzione dei magistrati, della stabilizzazione dei funzionari dell'ufficio per il processo, dell'aumento degli spazi a disposizione, scacciando ogni critica contro la riforma. Sisto ha inoltre affermato che per il cittadino avere due CSM separati è un vantaggio: si avrebbe il magistrato giusto nel posto giusto, mettendo fine al controllo delle correnti sull'avanzamento di carriera dei magistrati. Ammette che il sorteggio è inelegante ma è l'unico modo per spezzare il legame patologico fra giudizi, avanzamenti di carriera e correnti. Al contrario, ha negato che con la riforma si voglia togliere rappresentanza ai magistrati; li si libera dalle correnti. "E poi il sorteggio è già utilizzato. Tutti hanno organi disciplinari diversi dai consigli, perché i magistrati non possono avere un'alta corte disciplinare?", ha concluso il vice ministro.
Mentre l'avvocato Di Paola ha auspicato che il pubblico ministero esca dalla giurisdizione, l'avvocato Giovanni Stefaní, ricorda che ancora si aspetta che l'avvocato entri nella giurisdizione. I padri costituenti non parlano di esercizio del potere giurisdizionale ma di esercizio della funzione giurisdizionale; per questo la separazione delle funzioni, che già esiste, sarebbe completata dalla separazione delle carriere, ponendo sullo stesso piano pubblici ministeri e avvocati, equidistanti dal giudice. La riforma, inoltre, ricorda l'avvocato, conserva l'articolo 107 sulle garanzie del pubblico ministero.
Ha concluso la serata la testimonianza dell'ex sindaco di Trani, l'avvocato Gigi Riserbato, vittima di un procedimento durato otto anni e che ha poi sancito la sua innocenza. Tuttavia, Riserbato in quegli otto anni ha sofferto insieme alla sua famiglia, ha visto la sua carriera politica distrutta e ha sopportato il peso di un procedimento penale che, tra gli altri capi d'imputazione, conteneva anche quello più grave dell'associazione a delinquere. Proprio per questo, l'avvocato ha affermato con forza che voterà sì alla riforma della giustizia: non per una sorta di vendetta nei confronti di chi ha condotto le indagini contro di lui (e che a sua volta è stato condannato proprio per le sue condotte poco chiare all'interno di questo procedimento), ma per avere una giustizia che sia sana e che riduca al minimo episodi come quello accaduto all'ex sindaco.
I Saluti affidati all'editore e organizzatore Giuseppe Pierro, Cavaliere O.M.R.I., hanno introdotto una serata di confronto e dibattito.
Si sono susseguiti, poi, i vari interventi dedicati alle ragioni del sì; l'avvocato Di Paola ha affermato che questa riforma è una testimonianza di civiltà giuridica, definendo le posizioni del no come reazionarie e conservatrici, smentendo che la riforma sia una crociata contro la magistratura, bensì un percorso cominciato molto tempo fa con la riforma del processo penale del 1989; una riforma che però, a sua dire, è rimasta a metà, giacché persiste ancora oggi quell' anomalia italiana" che vede giudici e pubblici ministeri come dei "fratelli di sangue". Secondo lo stesso i pubblici ministeri dovrebbero essere estromessi dalla magistratura.
Il dott. Dibello ha sottolineato, invece, il livello di bassa maturità della democrazia italiana, che vede oggi contrapposti due schieramenti su due posizioni distinte e nette. Se i sostenitori del NO paventano una serie di rischi per la democrazia, il dott. Dibello invita, invece, a leggere la riforma, in particolare l'articolo 104 della Costituzione riformato, che porterebbe delle tutele ancora maggiori al PM, che rimane indipendente da ogni altro potere. Inoltre, ha ricordato che la Costituzione non è intoccabile: più volte è stata riformata, come nella riforma recentissima che ha introdotto la tutela ambientale in Costituzione, grazie al procedimento di revisione previsto dal suo articolo 138. Chiosando, il magistrato riflette su un dato di fatto: la riforma non prevede un controllo diretto del pubblico ministero da parte dell'esecutivo; se si volesse introdurre questo controllo si dovrebbe fare un'altra legge costituzionale.
L'intervento più atteso è stato sicuramente quello dell' onorevole Francesco Paolo Sisto, che ha affermato che la riforma è semplice: chi giudica non può essere collega del pm e queste due figure si scambiano giudizi di professionalità. Il giudice terzo deve essere separato dal pubblico ministero. Il vice ministro ha, inoltre, ricordato che questa è una riforma che prende le mosse dalla sinistra liberale e progressista. Secondo lo stesso, la separazione delle carriere è profondamente costituzionale.
"Il giudice separato" afferma ancora, "è migliore, perché diventa autonomo rispetto al pm" e ricorda che rimane una delle più grandi garanzie nella Costituzione: l'obbligatorietà dell'azione penale.
Per quel che riguarda la velocizzazione del processo, l'onorevole Sisto ha ricordato dell'assunzione dei magistrati, della stabilizzazione dei funzionari dell'ufficio per il processo, dell'aumento degli spazi a disposizione, scacciando ogni critica contro la riforma. Sisto ha inoltre affermato che per il cittadino avere due CSM separati è un vantaggio: si avrebbe il magistrato giusto nel posto giusto, mettendo fine al controllo delle correnti sull'avanzamento di carriera dei magistrati. Ammette che il sorteggio è inelegante ma è l'unico modo per spezzare il legame patologico fra giudizi, avanzamenti di carriera e correnti. Al contrario, ha negato che con la riforma si voglia togliere rappresentanza ai magistrati; li si libera dalle correnti. "E poi il sorteggio è già utilizzato. Tutti hanno organi disciplinari diversi dai consigli, perché i magistrati non possono avere un'alta corte disciplinare?", ha concluso il vice ministro.
Mentre l'avvocato Di Paola ha auspicato che il pubblico ministero esca dalla giurisdizione, l'avvocato Giovanni Stefaní, ricorda che ancora si aspetta che l'avvocato entri nella giurisdizione. I padri costituenti non parlano di esercizio del potere giurisdizionale ma di esercizio della funzione giurisdizionale; per questo la separazione delle funzioni, che già esiste, sarebbe completata dalla separazione delle carriere, ponendo sullo stesso piano pubblici ministeri e avvocati, equidistanti dal giudice. La riforma, inoltre, ricorda l'avvocato, conserva l'articolo 107 sulle garanzie del pubblico ministero.
Ha concluso la serata la testimonianza dell'ex sindaco di Trani, l'avvocato Gigi Riserbato, vittima di un procedimento durato otto anni e che ha poi sancito la sua innocenza. Tuttavia, Riserbato in quegli otto anni ha sofferto insieme alla sua famiglia, ha visto la sua carriera politica distrutta e ha sopportato il peso di un procedimento penale che, tra gli altri capi d'imputazione, conteneva anche quello più grave dell'associazione a delinquere. Proprio per questo, l'avvocato ha affermato con forza che voterà sì alla riforma della giustizia: non per una sorta di vendetta nei confronti di chi ha condotto le indagini contro di lui (e che a sua volta è stato condannato proprio per le sue condotte poco chiare all'interno di questo procedimento), ma per avere una giustizia che sia sana e che riduca al minimo episodi come quello accaduto all'ex sindaco.