Martedì sera entra lo Yom Kippur dell'anno ebraico 5777
Tutti gli ebrei della Puglia si uniranno in preghiera presso Scolanova
lunedì 10 ottobre 2016
7.35
Martedì sera dalle ore 18 con il rito dell'accensione delle candele comincerà lo Yom Kippur dell'anno ebraico. Di seguito vi pubblicheremo il messaggio inoltrato dalla comunità ebraica.
I Maestri, da sempre, ammoniscono sul profondo significato che assumono nei giorni che precedono Kippur e nello stesso Giorno dell'Espiazione (Yom Kippur), la Teshuvà (il "ritorno", da molti indicato anche come "perdono"), la Preghiera (Tefillà) e il far bene ai meno fortunati e dotati (la Tzedakà, da molti indicata come "carità", ma il richiamo letterale è alla Giustizia, per cui la carità è tale se assume il valore di atto di riparazione equitativa, di ribilanciamento della diseguaglianza economica e dunque sociale).
Soffermiamoci, sulla scia di quanto con le autorevoli citazioni sopra richiamato, al Tema che si offre alla condivisa riflessione: Cosa posso fare? Cosa mi è richiesto, individualmente e come popolo? Rav Dante Lattes z''l, nel suo "L'Idea d'Israele", pubblicato nel 1951 per le Edizioni La Rassegna Mensile di Israel, scriveva, attorno al concetto di Teshuvà: "È il ritorno a Dio, è il bene al posto del male, la giustizia e l'amore in luogo della prepotenza e dell'avidità; è il ritrovar la via; è una radicale trasformazione interna, spirituale, ma anche un rovesciamento della condotta, nell'atto; è una resurrezione. Il castigo è in funzione di questo ritorno; non è una vendetta, ma un richiamo. Tornare a Dio vuol dire cercarlo nelle sue vie per imitarlo; esser giusti e pietosi; viver del proprio lavoro e della propria fatica e non del sudore degli altri, del pianto dei poveri; odiare il male e amare il bene; attendere il giorno del Signore in una trascinante passione di giustizia. È l'azione buona senza la quale l'atto del culto, l'omaggio alla divinità sono un'offesa: i sacrifici, le feste, le offerte, gl'inni, la musica sacra sono vane, empie cerimonie se "la giustizia non scorre impetuosa come un fiume in piena" (Isaia, XI, 9).
Concludeva Rav Segre: «Questo compito è quindi un dovere che tocca tutti noi. Non è un obbligo che spetti ad un numero ristretto di persone o solo ai rabbini o a chi sente una speciale vocazione. (…) L'Ebraismo non è per nostra fortuna un vano argomentare dietro a formule vane, ma ha valore e significato solo in quanto ciascun ebreo realizzi degnamente in sé, per sé, nella sua vita pubblica e privata, e per gli altri ciò che la storia ebraica e il pensiero ebraico gli hanno trasmesso».
Le notevoli difficoltà, da più parti lamentate, e che traggono la loro origine dalla assimilazione che colpisce in varie forme, con le sue pericolose seduzioni, la nostra generazione, allontanandola tragicamente da tutto ciò che è ebraico, sorgono, secondo noi il più delle volte, proprio dalla mancanza di questa volontà di passare dal pensiero all'azione, dall'astratto al concreto, di assumere una posizione più impegnativa, più seria, e moralmente più idonea delle vuote parole e dell'inutile sentenziare. Trasformare in azione ebraica l'insegnamento e il sentimento ebraico, ecco il nostro semplice e preciso dovere. Non vi sono altre vie per chi voglia essere ebreo nel senso comune e normale della parola, per chi pensi in questi giorni sacri alla meditazione e alla tradizione, ad una vera teshuvà, ad un vero pentimento, a fare ritorno cioè nella via tracciata dai nostri Padri.
Non ci sono altri ritorni all'infuori di questo, che è unico, non sottomesso al limite di alcuno. Non vi è altra teshuvà, altro ritorno se non per arare e seminare, con fatica e con speranza, il campo del Signore".
L'appena trascorso mese di Elul ha portato tanti di noi, auspicabilmente tutti, a ripensare a quanto compiuto e a quanto resta da fare. Già Rosh haShanà, il Capo dell'anno, l'abbiamo trascorso con il pensiero rivolto non alla festa per la festa, ma a quanto possiamo ancora fare per riparare i danni provocati dalle nostre azioni, volontarie e non. I dieci giorni che ci separano da Rosh haShanà a Kippur, e lo stesso giorno di Kippur, possono essere ben utilizzati per riparare le nostre azioni. Facciamolo senza indugio! Non sprechiamo il nostro tempo. Dalle "Massime dei Padri", Pirqè Avot, leggiamo: Rabbì Tarfòn diceva: «Il giorno è breve, il lavoro è grande, gli operai sono pigri, la ricompensa è tanta e il padrone di casa preme" (P.A., II, 16) Riprendiamo da Rav Augusto Segre, "Siamo giunti al "Yom ha-din" al "giorno del giudizio", al giorno in cui il Signore esamina l'opera dell'uomo e giudica le sue azioni; è giunto il giorno in cui ciascuno di noi fa un esame profondo del proprio operato, apre il suo animo a D-o, chiede pietà e misericordia per i propri errori, invoca la paterna clemenza divina, si ripropone di camminare sulla retta via, di rinnovarsi moralmente e spiritualmente».
Ancora: «Non v'è dubbio che in questi giorni il raccoglimento e la meditazione sono spontanei e sinceri. Non v'è dubbio che l'esame di coscienza è fatto con onestà, fino in fondo, perché ognuno di noi si rende conto di come sia fragile la vita umana e di come l'uomo in questo mondo sia solo un granello di sabbia, che un semplice soffio di vento può disperdere nel niente con tutte le sue illusioni, speranze, ambizioni e ricchezze. Ma i nostri Maestri, dai tempi più antichi fino ad oggi, ci insegnano che questi dieci giorni penitenziali che vanno da Rosh haShanà a Kippur, questi Yoanim Noraim questi giorni terribili non sono che una breve tappa che una volta l'anno l'ebreo deve percorrere. Questi giorni non rappresentano un fatto a sé, staccato dalla nostra vita e dagli altri ben più lunghi ed impegnativi giorni dell'anno. Essi sono un punto di partenza e non d'arrivo».
Rav Giuseppe Laras, Rabbino Capo emerito di Milano e Presidente del Tribunale Rabbinico del Nord Italia, in occasione di Rosh HaShanà ha recentemente scritto: «In questo giorno venerando e terribile, Tu, o Signore, affermi la sublimità del Tuo Regno e consolidi con la clemenza il Tuo trono. Su questo sei assiso per giudicare con verità e, in vero, sei Tu al contempo il Giudice, l'accusatore e il testimone». Così il piyyùt che si recita nel Mussàf di Rosh ha-Shanah e di Yom Kippur. Come è noto, Rosh ha-Shanah è tradizionalmente conosciuto come "yom ha-din", ossia come giorno di giudizio, in cui persino le schiere celesti compaiono dinanzi al Tribunale divino e in cui "tutti gli esseri mortali sfilano dinanzi a Te, come pecore dinanzi al pastore nel giorno di Rosh ha-Shanah". Rosh ha-Shanah apre un periodo delicato e difficile di giorni in cui meditare seriamente su se stessi e in cui si può e si deve orientarsi verso miglioramenti delle proprie rotte, che hanno come approdo il giorno di Kippùr. Per fare questo, è necessario lasciarsi interrogare dalla domanda "dove sei?", ovvero comprendere dove ci si trovi nella propria esistenza personale e comunitaria, come singolo ebreo e come Popolo di Israele.
(Testi raccolti da Yehuda Pagliara)
Yom Kippur 5777, orari delle Tefillot (Tempio Scolanova, piazzetta Scolanova - Trani):
Martedì 11 ottobre 2016 - 9 Tishrì 5777 (Erev Kippur - vigilia)
Accensione delle candele e inizio del digiuno: ore 18:00
Mercoledì 12 ottobre - 10 Tishrì 5777 YOM KIPPUR
Shachrit: ore 09:00
Parasha': ore 11:00
Musaf: ore 13:00
Minchà: ore 15:30
Azkarà neshamot: ore 17:30
Neilà: ore 18:00
Shofàr: ore 18:45
Fine del digiuno: 19:00
I Maestri, da sempre, ammoniscono sul profondo significato che assumono nei giorni che precedono Kippur e nello stesso Giorno dell'Espiazione (Yom Kippur), la Teshuvà (il "ritorno", da molti indicato anche come "perdono"), la Preghiera (Tefillà) e il far bene ai meno fortunati e dotati (la Tzedakà, da molti indicata come "carità", ma il richiamo letterale è alla Giustizia, per cui la carità è tale se assume il valore di atto di riparazione equitativa, di ribilanciamento della diseguaglianza economica e dunque sociale).
Soffermiamoci, sulla scia di quanto con le autorevoli citazioni sopra richiamato, al Tema che si offre alla condivisa riflessione: Cosa posso fare? Cosa mi è richiesto, individualmente e come popolo? Rav Dante Lattes z''l, nel suo "L'Idea d'Israele", pubblicato nel 1951 per le Edizioni La Rassegna Mensile di Israel, scriveva, attorno al concetto di Teshuvà: "È il ritorno a Dio, è il bene al posto del male, la giustizia e l'amore in luogo della prepotenza e dell'avidità; è il ritrovar la via; è una radicale trasformazione interna, spirituale, ma anche un rovesciamento della condotta, nell'atto; è una resurrezione. Il castigo è in funzione di questo ritorno; non è una vendetta, ma un richiamo. Tornare a Dio vuol dire cercarlo nelle sue vie per imitarlo; esser giusti e pietosi; viver del proprio lavoro e della propria fatica e non del sudore degli altri, del pianto dei poveri; odiare il male e amare il bene; attendere il giorno del Signore in una trascinante passione di giustizia. È l'azione buona senza la quale l'atto del culto, l'omaggio alla divinità sono un'offesa: i sacrifici, le feste, le offerte, gl'inni, la musica sacra sono vane, empie cerimonie se "la giustizia non scorre impetuosa come un fiume in piena" (Isaia, XI, 9).
Concludeva Rav Segre: «Questo compito è quindi un dovere che tocca tutti noi. Non è un obbligo che spetti ad un numero ristretto di persone o solo ai rabbini o a chi sente una speciale vocazione. (…) L'Ebraismo non è per nostra fortuna un vano argomentare dietro a formule vane, ma ha valore e significato solo in quanto ciascun ebreo realizzi degnamente in sé, per sé, nella sua vita pubblica e privata, e per gli altri ciò che la storia ebraica e il pensiero ebraico gli hanno trasmesso».
Le notevoli difficoltà, da più parti lamentate, e che traggono la loro origine dalla assimilazione che colpisce in varie forme, con le sue pericolose seduzioni, la nostra generazione, allontanandola tragicamente da tutto ciò che è ebraico, sorgono, secondo noi il più delle volte, proprio dalla mancanza di questa volontà di passare dal pensiero all'azione, dall'astratto al concreto, di assumere una posizione più impegnativa, più seria, e moralmente più idonea delle vuote parole e dell'inutile sentenziare. Trasformare in azione ebraica l'insegnamento e il sentimento ebraico, ecco il nostro semplice e preciso dovere. Non vi sono altre vie per chi voglia essere ebreo nel senso comune e normale della parola, per chi pensi in questi giorni sacri alla meditazione e alla tradizione, ad una vera teshuvà, ad un vero pentimento, a fare ritorno cioè nella via tracciata dai nostri Padri.
Non ci sono altri ritorni all'infuori di questo, che è unico, non sottomesso al limite di alcuno. Non vi è altra teshuvà, altro ritorno se non per arare e seminare, con fatica e con speranza, il campo del Signore".
L'appena trascorso mese di Elul ha portato tanti di noi, auspicabilmente tutti, a ripensare a quanto compiuto e a quanto resta da fare. Già Rosh haShanà, il Capo dell'anno, l'abbiamo trascorso con il pensiero rivolto non alla festa per la festa, ma a quanto possiamo ancora fare per riparare i danni provocati dalle nostre azioni, volontarie e non. I dieci giorni che ci separano da Rosh haShanà a Kippur, e lo stesso giorno di Kippur, possono essere ben utilizzati per riparare le nostre azioni. Facciamolo senza indugio! Non sprechiamo il nostro tempo. Dalle "Massime dei Padri", Pirqè Avot, leggiamo: Rabbì Tarfòn diceva: «Il giorno è breve, il lavoro è grande, gli operai sono pigri, la ricompensa è tanta e il padrone di casa preme" (P.A., II, 16) Riprendiamo da Rav Augusto Segre, "Siamo giunti al "Yom ha-din" al "giorno del giudizio", al giorno in cui il Signore esamina l'opera dell'uomo e giudica le sue azioni; è giunto il giorno in cui ciascuno di noi fa un esame profondo del proprio operato, apre il suo animo a D-o, chiede pietà e misericordia per i propri errori, invoca la paterna clemenza divina, si ripropone di camminare sulla retta via, di rinnovarsi moralmente e spiritualmente».
Ancora: «Non v'è dubbio che in questi giorni il raccoglimento e la meditazione sono spontanei e sinceri. Non v'è dubbio che l'esame di coscienza è fatto con onestà, fino in fondo, perché ognuno di noi si rende conto di come sia fragile la vita umana e di come l'uomo in questo mondo sia solo un granello di sabbia, che un semplice soffio di vento può disperdere nel niente con tutte le sue illusioni, speranze, ambizioni e ricchezze. Ma i nostri Maestri, dai tempi più antichi fino ad oggi, ci insegnano che questi dieci giorni penitenziali che vanno da Rosh haShanà a Kippur, questi Yoanim Noraim questi giorni terribili non sono che una breve tappa che una volta l'anno l'ebreo deve percorrere. Questi giorni non rappresentano un fatto a sé, staccato dalla nostra vita e dagli altri ben più lunghi ed impegnativi giorni dell'anno. Essi sono un punto di partenza e non d'arrivo».
Rav Giuseppe Laras, Rabbino Capo emerito di Milano e Presidente del Tribunale Rabbinico del Nord Italia, in occasione di Rosh HaShanà ha recentemente scritto: «In questo giorno venerando e terribile, Tu, o Signore, affermi la sublimità del Tuo Regno e consolidi con la clemenza il Tuo trono. Su questo sei assiso per giudicare con verità e, in vero, sei Tu al contempo il Giudice, l'accusatore e il testimone». Così il piyyùt che si recita nel Mussàf di Rosh ha-Shanah e di Yom Kippur. Come è noto, Rosh ha-Shanah è tradizionalmente conosciuto come "yom ha-din", ossia come giorno di giudizio, in cui persino le schiere celesti compaiono dinanzi al Tribunale divino e in cui "tutti gli esseri mortali sfilano dinanzi a Te, come pecore dinanzi al pastore nel giorno di Rosh ha-Shanah". Rosh ha-Shanah apre un periodo delicato e difficile di giorni in cui meditare seriamente su se stessi e in cui si può e si deve orientarsi verso miglioramenti delle proprie rotte, che hanno come approdo il giorno di Kippùr. Per fare questo, è necessario lasciarsi interrogare dalla domanda "dove sei?", ovvero comprendere dove ci si trovi nella propria esistenza personale e comunitaria, come singolo ebreo e come Popolo di Israele.
(Testi raccolti da Yehuda Pagliara)
Yom Kippur 5777, orari delle Tefillot (Tempio Scolanova, piazzetta Scolanova - Trani):
Martedì 11 ottobre 2016 - 9 Tishrì 5777 (Erev Kippur - vigilia)
Accensione delle candele e inizio del digiuno: ore 18:00
Mercoledì 12 ottobre - 10 Tishrì 5777 YOM KIPPUR
Shachrit: ore 09:00
Parasha': ore 11:00
Musaf: ore 13:00
Minchà: ore 15:30
Azkarà neshamot: ore 17:30
Neilà: ore 18:00
Shofàr: ore 18:45
Fine del digiuno: 19:00