Sacerdoti gay, tra caccia al "cinghiale" e album da pettegolezzo

L'indagine locale tra moralismo e anticlericalismo

lunedì 26 febbraio 2018 15.19
A cura di Giovanni Ronco
In principio vi fu la frase di Papa Francesco: "Chi sono io per giudicare un gay". Poi vennero le voci, svariate, e da diversi posti d'Italia, di sacerdoti che si davano alla bella vita (quindi non gay, anzi – basti citare "don euro") e/o docenti di religione e preti stessi che allungavano le mani sugli studenti (altra storia dal sapore penale, che oggi non trattiamo). Ora ci mancava solo la notizia, tra l'altro già diffusa dal Fatto Quotidiano con una settimana d'anticipo rispetto ai nostri media locali, del coinvolgimento di sacerdoti del Sud, compreso uno della nostra diocesi, in festini gay.

La materia è scivolosissima e rischia di intrecciare moralismo, anticlericalismo e condotte "allegre" dei sacerdoti, dei quali non spetta a noi la responsabilità, ma direttamente ai vescovi, che si diano una mossa e vadano a monitorare meglio condotte di preti e di alcuni prof di religione da loro stessi nominati.

Che ci fossero sacerdoti omosessuali, così come tanti omosessuali ci sono tra i cosiddetti laici, è cosa risaputa. Gruppetti che tentano, al di là dei voti, di "difendere" un proprio sentimento, una propria inclinazione intima, privata, che spesso infatti, non si estrinseca in una vita sessuale attiva. C'è dunque un crinale molto stretto. Torno alla frase di Francesco. Torno a pensare che un sacerdote gay che fa bene alla sua comunità e aiuta tanta povera gente, povera sia moralmente che materialmente, non meriterebbe, comunque, d'essere messo alla gogna. Così come in una società molto retrograda come la nostra, i gay vengono messi alla gogna sempre (basti vedere cosa succede a scuola con molti ragazzi, alcuni spinti al suicidio).

Resta da appurare la natura del festino: compito della magistratura e a questo punto dei vescovi (i sacerdoti accusati sono di svariate diocesi). Al di là dell'evoluzione finale di questa vicenda (a denunciare è un escort maschio, i preti coinvolti sarebbero una gruppetto), ciò che sarebbe opportuno evitare nella gogna mediatica e moralista dei salotti e dei social è, oltre al banale fascio di tutta l'erba, anche quel pruriginoso pettegolezzo provinciale che vorrebbe scoprire a tutti i costi il nome del sacerdote della nostra diocesi, il post su Fb che dà dello "sporcaccione" a tutto il gruppo - clero (quando la maggior parte è composto da persone irreprensibili, magari con qualche debolezza, al massimo, verso le leccornie del potere e dei soldi- ma a quel punto bisognerebbe distinguere), il mormorio ed i sospetti verso questo o quell'altro.

Ecco, in tempi come questi, di gogna e controriforma di ritorno su tutti e tutto, eviterei la "caccia al cinghiale", per "smascherare" il sacerdote gay da additare al pubblico ludibrio. Già su tanti altri argomenti qui a Trani, – vedi ultime peripezie circa la discarica, ad esempio- siamo campioni di gag e provincialismo. Già tanti genitori, tanto per fare un altro esempio, sulle tremebonde e plebee chat, giocano al "tiro al piccione" contro tanti colleghi prof, presi di mira per le più disparate ragioni. Non aggiungiamo adesso un'altra figurina, il prete – cinghiale gay da festino", al nostro corposo provinciale album del pettegolezzo.