San Francesco raccontato nel monologo di Daniele Ridolfi al Polo Museale di Trani
Il recital si inserisce nelle celebrazioni della Fondazione S.E.C.A. per le celebrazioni dell’VIII centenario del transito del Santo d’Assisi
domenica 7 giugno 2026
09.43
Come si può ricordare San Francesco, a 800 anni dalla sua morte, senza cadere in banali cliché? Ci ha provato Daniele Ridolfi col suo recital teatrale dal titolo "Potevo avere tutto. La fame racconta la storia di Francesco d'Assisi", ideato con Roberto Costantini. Lo spettacolo si è tenuto nella splendida cornice del Polo Museale tranese su iniziativa della Fondazione S.E.C.A. proprio in onore dell'ottavo centenario del transito di San Francesco.
Il recital, che ha visto Ridolfi solo, protagonista sul palco, indaga la vita del Santo d'Assisi prima ancora che lo stesso divenisse tale; scruta l'uomo, le sue inquietudini interiori, il rapporto con i genitori e con i suoi seguaci ma, soprattutto, con la fame, voce narrante per tutto lo spettacolo; lei che, per secoli è stata al servizio dei potenti, ora asservita alla volontà di un uomo che molti, all'epoca, hanno definito pazzo. Tuttavia, la lucida e apparente follia di Francesco ha riunito attorno a lui migliaia di seguaci provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto, persone che - come lui - sentivano il bisogno di spogliarsi del superfluo per ritrovare se stessi e il rapporto profondo con Dio.
Daniele Ridolfi ha raccontato l'opera in un'intervista.
D: Spesso si ricorda il Santo d'Assisi per l'expo cantico delle creature perché invece lo spettacolo teatrale si sofferma sul rapporto con la fame?
R: Allora noi abbiamo cercato di raccontare un Francesco nella sua evoluzione di rinuncia; quindi, tutto quello che è successo prima che lui diventasse davvero Santo. Dunque, chiudiamo con il Cantico delle Creature ma come compimento di un viaggio, un percorso e, poi, viene raccontato a posteri della Sua Santità, ma noi raccontiamo più l'uomo, quindi il cantico arriva, appunto, alla fine, come un'eredità per tutti noi.
D: Più Francesco abbracciava la fame, più riceveva abbondanza; è forse un riferimento al verso biblico che incoraggia a cercare le cose celesti e non quelle terrene?
R: Partiamo da un concetto molto semplice, che è quello della trasformazione, e Francesco è praticamente per noi l'emblema del cambio continuo, in ogni momento, in ogni epoca della sua vita. Lui ha abbandonato quello che c'era prima per trovare cose nuove, quindi, non sapeva cosa avrebbe trovato; però, sicuramente, sapeva cosa stava lasciando. Più cercava una semplicità e, quindi, di non possedere nulla di materiale e più, invece, trovava il seguito delle persone che la pensavano come lui, che avevano bisogno di questa semplicità. Ecco, quello che ricordavamo prima; perché in quell'epoca - nel 1200 - aveva comunque sia molti seguitori, molte persone che volevano seguire il suo stile di vita già all'epoca, quindi, non dopo, quando era Santo, ma proprio durante la sua vita. Aveva questa idea di rinuncia che, comunque, coincideva con quella di molte altre persone.
D: In un mondo fatto di apparenza, quanto conta tornare all'essenziale seguendo proprio i passi di San Francesco?
R: Conta… San Francesco è probabilmente, in questo momento almeno, dopo 800 anni dalla sua morte, un simbolo, un emblema o, forse, uno spirito guida da seguire per qualcuno o, semplicemente, un esempio che, forse, è la cosa più semplice da dire. Lui stesso ne parla nel cantico delle creature: noi siamo tutti delle "creature create" e noi stessi creiamo, quindi, se riusciamo a farlo nella nostra semplicità, appunto, nella rinuncia, riusciamo anche a fare spazio e a non dare troppa voce al rumore che c'è intorno. Quindi conta per riuscire in quello che vogliamo fare, probabilmente. La differenza sta lì: senza troppe distrazioni, probabilmente. Sì, conta per questo.
Il recital, che ha visto Ridolfi solo, protagonista sul palco, indaga la vita del Santo d'Assisi prima ancora che lo stesso divenisse tale; scruta l'uomo, le sue inquietudini interiori, il rapporto con i genitori e con i suoi seguaci ma, soprattutto, con la fame, voce narrante per tutto lo spettacolo; lei che, per secoli è stata al servizio dei potenti, ora asservita alla volontà di un uomo che molti, all'epoca, hanno definito pazzo. Tuttavia, la lucida e apparente follia di Francesco ha riunito attorno a lui migliaia di seguaci provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto, persone che - come lui - sentivano il bisogno di spogliarsi del superfluo per ritrovare se stessi e il rapporto profondo con Dio.
Daniele Ridolfi ha raccontato l'opera in un'intervista.
D: Spesso si ricorda il Santo d'Assisi per l'expo cantico delle creature perché invece lo spettacolo teatrale si sofferma sul rapporto con la fame?
R: Allora noi abbiamo cercato di raccontare un Francesco nella sua evoluzione di rinuncia; quindi, tutto quello che è successo prima che lui diventasse davvero Santo. Dunque, chiudiamo con il Cantico delle Creature ma come compimento di un viaggio, un percorso e, poi, viene raccontato a posteri della Sua Santità, ma noi raccontiamo più l'uomo, quindi il cantico arriva, appunto, alla fine, come un'eredità per tutti noi.
D: Più Francesco abbracciava la fame, più riceveva abbondanza; è forse un riferimento al verso biblico che incoraggia a cercare le cose celesti e non quelle terrene?
R: Partiamo da un concetto molto semplice, che è quello della trasformazione, e Francesco è praticamente per noi l'emblema del cambio continuo, in ogni momento, in ogni epoca della sua vita. Lui ha abbandonato quello che c'era prima per trovare cose nuove, quindi, non sapeva cosa avrebbe trovato; però, sicuramente, sapeva cosa stava lasciando. Più cercava una semplicità e, quindi, di non possedere nulla di materiale e più, invece, trovava il seguito delle persone che la pensavano come lui, che avevano bisogno di questa semplicità. Ecco, quello che ricordavamo prima; perché in quell'epoca - nel 1200 - aveva comunque sia molti seguitori, molte persone che volevano seguire il suo stile di vita già all'epoca, quindi, non dopo, quando era Santo, ma proprio durante la sua vita. Aveva questa idea di rinuncia che, comunque, coincideva con quella di molte altre persone.
D: In un mondo fatto di apparenza, quanto conta tornare all'essenziale seguendo proprio i passi di San Francesco?
R: Conta… San Francesco è probabilmente, in questo momento almeno, dopo 800 anni dalla sua morte, un simbolo, un emblema o, forse, uno spirito guida da seguire per qualcuno o, semplicemente, un esempio che, forse, è la cosa più semplice da dire. Lui stesso ne parla nel cantico delle creature: noi siamo tutti delle "creature create" e noi stessi creiamo, quindi, se riusciamo a farlo nella nostra semplicità, appunto, nella rinuncia, riusciamo anche a fare spazio e a non dare troppa voce al rumore che c'è intorno. Quindi conta per riuscire in quello che vogliamo fare, probabilmente. La differenza sta lì: senza troppe distrazioni, probabilmente. Sì, conta per questo.