Toni e timbri

La pappa nella pappa

Toni e Timbri 44 - di Tony D'Ambrosio

Ho letto io il racconto di D'Ambrosio. E posso raccontarvi di che parla... Ci sono istanti in cui i pesci in un acquario si muovono per dar conforto agli occhi istupiditi dei bambini che trasformano l'oceano in un cubo trasparente e assai gestibile (in fondo che differenza passa fra un acquario e un mappamondo?). Essi si muovono inerti - dire tristi è un pò retorico - ma certo allegri lì non paiono quei coda-buffa che riescono a guardare il mondo intero perché hanno un occhio che guarda la moglie e l'altro che controlla suo marito. Ma il più delle volte i pesciolini se ne stanno immobili e nascosti, ad attender che magari uno scrittore fantasioso metta loro ali o turbo o impresa e li muova a muoversi di più. Sicché, in uno di quei frangenti lunghi in cui la sospensione la fa da padroncina, i nostri pesci d'aria De Profundis Panciariccia e Pappansanta, più Satrapo e Finanzio e Gadamercolo Descartes più in definitiva Numerico e Gintristerrimo ed altri che non rimembro adesso, nell'attesa che qualcuno si decidesse a far di loro qualche cosa, lì, sospesi a galleggiar nella bocca del cratere della stella moncherina attendendo di precipitare giù da un momento all'altro, fra la paura di morire tutti e la strafottenza di Finanzio Tuttoquanto, fra la speranza generale ch'essendo personaggi, invece di sfracellarsi chissà dove, forse si rimbalzerà di galassia in galassia grazie ad un sedere molto molle e molto elastico, fra le insinuazioni, infine, di Gino Ancorpiùtriste che sottolineava al suo cinico nemico di non poter sapere quali fossero le pieghe del racconto del D'Ambrosio - che non si poteva esser certi di non aver famiglia, affetti, amici e chissà quanto ancora così beandosi di fredda indifferenza di fronte al destino di morire -, ebbene i nostri amabili figuri, in tutto questo ormai da chissà quanto, si ritrovarono per l'aria questa vocale vibrazione di Regalato Chissàcché.

Quale vocale vibrazione, voi domanderete? Quella lassù, quella che ho messo in testa a questa raccolta di parole e che faceva più o meno così: «Ho letto io il racconto di D'Ambrosio. E posso dirvi di che parla». Ora voi eccepirete che non era proprio così, che nella prima versione vi era scritto raccontarvi, nella seconda dirvi. E nella memoria dell'opera che stiamo scrivendo, voi direte ancora, cosa arriverà ai postumi - fosser'anco posteri di dopodomani -, la prima o la seconda? Perché – ti diranno – ti sei complicato la vita così, autore caro? Perché non hai trascritto sotto fedelmente l'incipit su in alto? Andava così bene «raccontarvi»! Ma ci sarà forse qualcuno che esclamerà, «è migliorativo il dirvi!». Ma qualcuno si domanderà altresì per qual motivo invece di metter per iscritto una versione differente, non si poteva tornar su con il cursore del computer e sostituire il raccontarvi con il dirvi. La risposta non è affatto semplice, ma provandoci si potrebbe dir che in fondo rimanendo fedeli a ciò che si definisce impronta, idea iniziale, non si finisce a raccontare strettamente il senso necessario, il necessario proceder della storiella: ma di più, forse, si disegna a chiare linee ciò che succede nella mente di chi scrive: come dire, quando si comincia a riaprire il corpo abbandonato della storia, si è freddi, l'aria nel motore non è calda; ma nel procedere di essa, si riscalda l'attinenza col carattere dei personaggi e l'andamento della situazione. Se Chissàcché dice «raccontarvi», ha un progetto verbale di una consistenza diversa che non quello contenuto dal più semplice, sfuggente, pauroso «dirvi»; non è della natura del nostro piccolo lettore impiegato un poco porco e tanto piccolo imporre all'attenzione di un uditorio così strano, così sospeso galleggiante incerto indeterminato ed impaurito e pure un po' eccitato, segnalarsi nella maggiore progettualità di un narrare, piuttosto che nella minuta evocazione di un dir soltanto che nella sua umiltà mette mani avanti già per farsi perdonare, come a dire «sono un semplice impiegato non badate a me». Adesso come si fa col personaggio? Il ripartir diverso che cosa poteva provocare nella coscienza di chi avea già detto raccontarvi ed ora dovrà proferire, così sembra, dire? D'Ambrosio fu molto sbrigativo, lo fece e basta.

- Ho letto io il racconto di D'Ambrosio. E posso dirvi di che parla...

- Siamo sordi? – gli graffiò l'anima la Sanpappana, sempre memore del suo ascendente.

- Nient'affatto – con un affanno rapido e un poco vile si affrettò a correggere il tiro Regalato – No, no, nient'affatto, pe... pe... perché 'sordi'?

- Hai già fatto questa domanda. L'hai già fatta l'hai già fatta l'hai già fatta.

- Perché ripeti 'l'hai già fatta'? - Panciariccia sospeso in aria come tutti del resto le chiese un po' pungente.

- Io ripeto quanto mi pare e mi pare che c'è gente che lo fa e che è l'ultima cosa che può fare. Allora ci regali questa perla? Ci dici perché ci rifai questa domanda, Regalato col nome da cambiare perché più che Regalato ti si dovrebbe chiamare Imposto?

Il problema era serio, Imposto non aveva alcuna colpa, povero: la domanda era stata rifatta per colpa mia perché mi ero dilungato sulla tastiera ad approfondir chissà che cosa e bisognava ricondurre il racconto al dialogo diretto. Lui era stato zitto per cause di forza maggiore, ed era stato obbligato a ripartire correggendo. Magari in quel lasso di tempo avrebbe sperato essere il progetto mio quello di fare prima o poi rispondere qualcuno alla domanda. Non ripetere la stessa. Ora, l'autore l'ha fatto a uso e consumo del lettore un po' distratto dall'approfondire, è vero, però io – poteva suppergiù assomigliare a questo il pensiero di Regalato – adesso come giustifico la mia petulanza, se in condizioni normali, non avendo avuto io alcuna risposta, avrei glissato senza insistere... Un momento...

- Scusate esimi... ma io la domanda l'ho rifatta perché nessuno mi ha risposto... – gongolò trionfante Regalato.

- Regalato scusa ma chi ha detto che a noi interessa quel che dici e le domanda che fai? Eppoi scusa ancora, piccoletto bello, ma perché non poni in essere il fatto che abbiamo forse di meglio da fare che ascoltar le tue cazz...

- ...aaahhhh!!... – come sempre deviò il tiro Catone Panciariccia.

- ...zaacchiate, e che poi hai pure hai cambiato la domanda? – Satrapo non gliene passava una. Quando la Sanpappana dimenticava di dover rovinare sulla testa del povero cittadino i suoi improperi, ci pensavano i calci di Satrapo, e in questo caso le sue parole a dire il ver sensate, a tenere il muso dell'altro triste e sottomesso.

- Mi sono fermato per colpa dell'autore che s'è messo a divagare come sempre.

- Questa è una vigliaccata perché l'autore adesso forse non ti sente e tu parli alle sue spalle – un Pancho Villariccia fiero mosse a difesa del Tonino Ambrosianelli.

Ecco, sto leggendo queste righe – non le sto scrivendo io perché è vero, Regalato me le ha dette alle mie spalle queste cose, e a me fan molto ridere... ma è pur vero che io non son D'Ambrosio, che qui scrivo e che D'Ambrosio è legato e sordo e in preda al sonno e devo sbrigarmi a uccider tutti questi topi di storiella perché si stan per cominciare le campagne elettorali che io muterò in città e mari elettorali e ho già in mente uno slogan tipo la spada nella pappa, no... la roccia nella sabbia, no... la fiffa nella peppa, no... la roccia nella steppa, no... la forchetta in mezzo ai monti, no... la forchetta in mezzo a mari e monti, no, sembra lo slogan di una trattoria di porto, no... la spada nella sabbia, sì, bello bello, no... meglio, la pappa sulla roccia... la pappa sulla sabbia... la pappa sulla pappa...

- Che stai scrivendo piccolo bastardo?...
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