Toni e timbri

Scrupoli e ambizioni

Toni e Timbri 40 – di Tony D’Ambrosio

Era di un buio pesto che a concentrarsi silenziosi senza ammazzare ansiosamente quel silenzio c'era da caderci giù, così, per lo stesso motivo per cui si decide spesso di lasciarsi andare nella bocca del drago per porre fine all'angoscia di cadervi: Franco Scalzi e Gino Triste e Numerico Morato e Gadamer e Satrapo Bistici e Finanzio Tuttoquanto e un pò d'altri strani alfieri della sede del partito Azione Riflession Saggezza e non Occupazione (al momento occupato dal sol secondo Panciariccia, il quale ormai imparato il mestiere dell'idraulico e avendo un poco paura del mondo ch'era fuori, ed annoiato assai dell'essere rimasto solo, dentro lì, in quel palazzo dov'eran rimasti solo quadri, s'era messo a fare buchi di proposito nei muri delle stanze dei piani del palazzo del paese di uno degli infiniti possibili mondi come per primo disse Giordanino Bruno un pò accaldato il quale evidentemente conosceva Zigghezzagghe anche s'era nato a Nola, respira Tony... s'era messo insomma, Panciariccia 2, a fare buchi, a bucare tubature, per saper come trascorrere quel tempo bucando e rattoppando, forando e suturando), ordunque tutti quei figuri un pò beati, un pò arrabbiati, come Gino Triste e Franco Scalzi e così via, se lo guardavano, quel cratere enorme e misterioso, con lo stupore di capir quanto fosse profondo e perché fosse 'sì nero.

La Sanpappana era esausta ormai del tale andirivieni così cosmico e insieme provinciale (se lo sapesse Platoncello Platovino, che Zigghezzagghe assomiglia al cosmo molto più di quanto non possa farlo una città con tutti i crismi): voleva sbarazzarsi di Regalato Chissàcché, voleva scrollarsi di dosso la sciocca gelosia di Panciariccia, voleva ritornare a correre su quella stella che non sapeva essere una stella, voleva prender a calci Gadamer con il suo genio un po' imbecille. Chissacché Chissacchecosa, intuendo che una certa delazione sarebbe stata forse la panacea di un tormento generale (ma anche suo, fra i calci che prendeva da Satrapo Bisticci, e questi viaggi improvvisi e allucinanti da un capo all'altro dell'universo intero fra le cosce e gli insulti del suo amato personaggio), si decise di regalare (tutti facciamo il nostro nome, portiamo all'estrema conseguenza il patronimico forse per ridare a questo un senso, perciò Regalato regala esattamente come Franco Scalzi scalza, Gino Triste trista, D'Ambrosio ambrosia, etc...), si convinse ch'era giunto l'attimo, orbenquinci, il nostro Regalato, di svelare agli stellari ospiti una sconvolgente verità. Perché lo fece?

- Lo fece perché... – pensò la coscienza giocosa dell'autore.
- Tony svela 'sta verità... – ingiunse la coscienza preoccupata dell'autore.
- No, non ancora. Dunque perché lo fece? Lo fece perché...
- Tony svela questa ve-ri-tà, ti prego! – ingiunse una metà di Tony all'altra metà di Tony.
- Perché? Perché 'sto subito? Che è 'sto subito?
- Se l'alternativa al subito non fosse l'eternità me ne starei zitta – riprese la coscienza preoccupata dell'autore - Sono mesi che fai correre sti matti intorno a questa stella, li prendi in giro, li fai girar come trottole costanti... la gente si rompe gli zibidèi se non vai al nocciolo...
- Il nocciolo non esiste e gli zibidèi lo sai solo tu che cosa sono... – puntualizzò la coscienza giocosa dell'autore – Il nocciolo puoi averlo dentro, ma devi insistere affinché le cose profonde si spieghino e poi avverino... E io spiego così!
- Sei un cocciuto – andandosene, sentenziò la coscienza preoccupata dell'autore.

La coscienza giocosa dell'autore continuò a scrivere... oddio che cos... ah sì... che Regalato voleva fare questa spiata perché sapeva che avrebbe così creato uno scompiglio tale che forse la stella se ne sarebbe andata, sarebbe sparita, che la Sanpappana, gli avrebbe chiesto di ritornare giù forse per sempre e chissà, magari ancora sotto la sua gonna, senza però il patema di percorrere nel baleno dell'immaginazione distanze troppo lunghe e, seppure di un istante, un poco faticose.

- Visto che ci siamo... che siamo qui su questa ste... su questa terra...
- Cos'è, balbetti adesso? – impietosa commentò Teresa Sanpappana.
- No, volevo solo dire che la stella moncherina, quella che rincorrete da quando la tubatura esplose...
- Eh... sì... – biascicò Panciariccia...

...c'è da dire, sospendendo per un attimo il tempo del dialogo (nella narratività secca, cioè quando l'autore parla per bocca sua, è in un certo senso più facile aprire nuovi fascicoletti; più difficile è interrompere un dialogo per aprire un pensiero che ci sta ma che, ci si potrebbe chiedere, perché non si è messo prima? Perché non si è messo dopo?); comunque, sospesa la cronicità del nativo dialogo (Panciariccia in questo momento mi sta odiando perché l'interruzione di un dialogo comporta un'immobilizzazione dei personaggi molto più violenta di quanto questa non lo sia tra una pubblicazione e l'altra delle puntate del racconto; perché in queste fasi settimanali, talvolta plurisettimanali - è capitato che Panciariccia sia stato fermo a lungo -, i personaggi sono sì professionalmente immobili, ma questa attesa li vede, nella noia, bivaccare, scherzare, mandare qualche insulto all'autore distratto, insomma plasmare anche, e per fortuna, un loro spirito di corpo, condividere, per così dire, una immobilità d'insieme; quando l'autore, mentre parlano, li interrompe per dissertare o chiarire qualche cosa, ne marca invece la solitudine, li lascia con la bocca semiaperta e storta, blocca il corpo loro in una strana posa che paralizza il gesto: sì, sì, Panciariccia mio, quanto mi stai odiando adesso, ed io continuo a trastullarmi su di te facendoti credere che per esempio mi sta venendo in mente un'altra cosa di dire su... tu hai appena detto 'eh, sì...', chissà, magari pensi di dover continuare, io che sto per scriver quel che c'è da mettere sulla tua lingua, su Tony, dai, fagli continuare la battuta... no, aspetta, un'altra cosa da dire su... ah ah ah, perché amo tanto fare infuriare Panciariccia?); da capo, insomma...

- Eh... sì... – biascicò Panciariccia, in piedi accanto a Regalato ed a sua moglie...

...eh no, scusate avevo dimenticato qual'era il vero motivo di questa digressione (scusa Panciariccetto mio...): volevo solo sottolineare la strana posa emotiva, un po' indecisa, un po' melliflua, assunta dal Panciariccia nostro davanti alla moglie un po' furiosa: perché sì, era geloso di quell'omino a testa ingiù fra le gambe della donna; ma è anche vero che sapeva, nonostante l'amore vero che lo legava a Sanpappan Teresa (improvvisamente veneta), quanto per lunghe leghe temporal-spaziali fosse stato - tra il rincorrere una stella, e il convincer questo mondo quanto due più due facesse cinque o sei, non certo quattro -, a dire il ver, verso di lei un poco negligente.

- Volevo dire insomma che la stella moncherina, quella che rincorrete da quando la tubatura esplose...
- L'hai detto, già va avanti – lo marcò stretto Teresa Sanpappana davanti al suo primo ammiratore.
- Eh no, l'ho ripetuto tale e quale perché l'autore aveva fatto una digressione e sapete, essendo un lettore, mi calo giustamente nei panni di chi legge e magari perde il filo...
- Vaaaaiii avaaaaantiiiiii!!!!!! – gli ingiunse la donna.
- Sì, certo... sapete, io il vostro racconto lo leggo dalla prima volta ch'è stato pubblicato... e quindi io so come... come questa stella... la stellina che aveva in mano Gadamer che con la lima le toglieva un raggio per farlo entrar nel tondino...
- Forza vai avanti... – Panciariccia voleva capire dove si arrivasse.
- Tra l'altro, cioè... mamma mia che bravi siete, eh?...
- Sei il più apocalittico str...!!! - sbottò la Sanpappana.
- ...Ahhhh...!!! – la placcò ancora in tempo l'ormai allarmato Panciariccia.
- ...oungarico che abbia mia visto!... smettila di strusciar la lingua, cos'è, tieni paura?
- No, no, anzi, quando vedete l'autor vostro, stringetegli la mano da par mia...
- Ha rotto il ca...!!!!
- ....Panciariccia!!!! – stavolta fu Teresa a bloccare il marito evidentemente contagiato.

Panciariccia strabuzzò gli occhi.

- Embè? Mo sto pulpito? – disse un po' romanamente guardando la moglie.
- Forza avanti parla... – la Sanpappana indifferente al marito riprese il filo con Regalato.
- Ebbene questa stella moncherina... da che se ne scappò dalla rampa delle scale un po' zoppetta perché la lima di Gadamer aveva fatto un po' di ammacco... vedete come ricordo tutto?...
- Parlaaaaaa!!!!!... – all'unisono si risposarono, praticamente, Panciariccia e Teresa Sanpappana.
- No, è che se Tony d'Ambrosio volesse farmi entrare come personaggio nel racconto ne ricaverebbe molte positività perché sono un attento lettore e diverrei uno scrupoloso personaggio...

Cominciarono a picchiarlo selvaggiamente. Anche chi era sdraiato - Scalzi, Triste, Morato, Bisticci, Tuttoquanto - si alzò e raggiunse la zuffa per prendervi parte pur senza conoscerne il motivo. La più irrefrenabile era la Sanpappana: prese Regalato per il bavero è cominciò a strattonarlo proferendo parole non trascrivibili. La zuffa cessò. Regalato era esausto, a terra. Tutti in piedi attorno a lui. Lo guardavano in silenzio.

- Qual era il quid? – chiese candidamente Franco Scalzi con qualche capello di Regalato ancora fra le mani.
- Ora te ne accorgerai... – rispose Panciariccia - Dicci che cos'è la stella moncherina... – ora rivolto a Chissàcché - Dicci dove sta, visto che sei un lettore scrupoloso... E se sei anche un uomo scrupoloso, diccelo subito sennò ti buttiamo nel cratere.
- Questa vostra stella moncherina... – non ci pensò due volte - è quella su cui siete da tanto tempo ormai: eccola, sotto i vostri piedi. Eccola qua...

Ci fu un attonimento generale, un silenzio assoluto. Panciariccia lo ruppe.

- Questo pianeta dove stiamo... tu vuoi dire... è la stella che cerchiamo?

Regalato, dal basso verso l'alto, se li guardò tutti. Gli facevano paura, in quell'istante, ma anche una tenerezza immensa.

- Sì.

Tutti, tutti, tutti, si misero improvvisamente a correre, anche i pochi che erano ancora sdraiati a guardare il cratere cupo e che avevano sentito proferir queste terribili parole; anche quelli in piedi; anche quelli che non c'erano; anche voi e me, e chissà chi: tutti furono presi come da un rantolo impazzito, ed ognuno si mise a correre in diverse direzioni. Tutti stavano amando tutta quella insensatezza; e se ne erano accorti proprio ora, lì ch'era perduta.

Il contrario del tormento, succede, è l'infelicità: perché allo spasmo dell'indeterminato, subentra la costernazione della determinazione. E la determinazione è lo spazio chiuso del senso, è il luogo dove muore la follia, dove l'Io si mette a galleggiare in fila in mezzo a centomila altri Io. Tutti avevano amato quel folle e costante correre; tutti vivevano felici di quell'infinita sospensione a ricercar qualcosa ma che cosa, e dove, e come, ma fame e sete non turbavano di nulla questa immarcescibile pausa dal vivere terreno; e nessuno, nessuno, nessuno avrebbe saputo spiegar meglio quell'amore, l'eccitazione di quel continuo correre e cercare ciò ch'era sotto non sapendolo, meglio di quanto lo potesse fare Teresa Sanpappana con la gioia metafisica di chi correva con un costante sorriso volitivo; niente avrebbe meglio potuto raccontare questo più del filosofare di Numerico Morato, della terra che diventa pianta che si fa serpente e prende il volo attraverso il quadrupede poi il bipede ed arriva al cielo attraverso l'ultima esalazione verso il sole, cioè il pensiero, questo stesso filosofar ch'è l'ultima evaporazione di materia; nulla, più del filosofare anche Gadamerico e Panciaricciano; nulla, meglio del prendere a pedate un uomo senza senso: come se tutto quel correre, quel ricercare, quel ricercare il correre, fermasse qualcosa, chissà cosa... come se fermasse... come posso dire... insieme a tutto quel rincorrer l'invisibilità di certe stelle... anche la visibilità di queste mie parole...
    Toni e timbri

    Toni e timbri

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