Toni e timbri

Peripli e dèmoni

Toni e Timbri 41 – di Tony D’Ambrosio

Geppino Fottuttio era un uomo di una bellezza impressionante: le sue mani, lunghe, affusolate, ricordavano la vibrazione di una materia in procinto di diventare aria... no, troppo... il suo viso ovale, perfetto per armonia e proporzioni... ricordava quello di Tarzan, l'eroe di Burroughs... b-u-r-r-o-u-g-h-s, sì... si scrive così...

Il passaggio dal buio di un sonno comatoso alla luce del risveglio può davvero equipararsi al lento sovvenire, come per ordine, in fila, di tutto quello che sappiamo delle cose: la misura spazio-temporale della loro definibilità, il nesso causale che muove il senso del divenire e del molteplice, insomma ogni 'che' che ci ha costruiti. Quando ci si sveglia da un sonno di sei settimane almeno, deve tutto 'resettarsi', tutto essendo ormai lontano tropp'assai dall'inerzia meccanica con cui facciamo contemporaneamente due milioni di cose senza accorgercene. Era senz'altro scioccante non tanto l'esser vivi, quanto la sensazione che si fosse qualcosa come 'morti'. Come dire, 'ero morto, e non lo sapevo'. Molte cose sono chiare col senno del poi: ma come era chiaro a Tony nelle fasi del suo risveglio da quella lunga sonnolenza, com'era chiaro che era stato morto e non semplicemente dormiente, poche cose, nella sua vita, erano state chiare. Eh già, perché la realtà vista con gli occhi di chi si risveglia da un coma è molto più attendibile, nella determinazione in-determinata delle sue forme e dei suoi sensi, di quanto non lo sia attimo per attimo la nostra lucida osservazione della vita. Gli attimi del vomito, per esempio, terribili e violenti, ricordano senz'altro lo spasmo del peccato originale, questo shock di una separazione che si vive, anche se a distanza di pochi centimetri dalla terra, come se fosse, anzi come essendo, anzi 'essendo' irraggiungibile la stessa. Pochi istanti chiari. Come forse, pochi istanti chiari erano quelli che ebbe Tony quando tutto il mondo, dapprima negli scuri abbozzi delle forme, poi nella sagomatura progressiva ma ancora priva di sinapsi fra una forma e l'altra, si stava ripigliando le sue idee, ma non ancora totalmente. Il mondo è una nostra organizzazione. Se ci scordiamo di questa organizzazione, il mondo è un'altra cosa. Anzi, non è. Tony vedeva Geppino sulla sua scrivania, ma per ricordarsi cosa fosse, chi fosse quello strano figuro, ci mise un po'. Stava per giunta mettendo a fuoco cosa fosse quell'ambiente, cosa fosse quel suo vivere, che mondo ci potesse essere fuori dalla porta ch'era chiusa. Anche le sue stesse mani, ci volle un po' per collegarle con il resto del suo corpo, del resto anch'esso non congiunto immediatamente al suo sguardo, anche quello non ancora collegato al senso del suo IO.

Sulla stella moncherina la mandria dei figuri da poco consci ch'era la stella che cercavano quella su cui stavano viaggiando, era ancora pazza: Geppino scriveva, e Tony lo guardava con il lento sovvenire di tutto quello che era il mondo: dal fatto che le cose fossero tante, che avessero un nome, al fatto che la loro scomparsa andasse considerata come morte (perché se le cose non sono 'sole', epperciò determinate da un concetto, non muoiono mai – in fondo sono i concetti a morire, i nomi, a morire è la piega psichica, la piega mentale che due milioni di anni fà prese l'Homo Habilis di separare le cose le une dalle altre); dal fatto che vendeva auto, che aveva una famiglia, degli amici, che s'era messo questa strana idea di scrivere e raccontare le storielle di un gruppo di compari di provincia anche un po' cosmica, al fatto che aveva conosciuto Geppino Fottuttìo, un personaggio in tutti i sensi, che era stato irretito dalle sue strane, frenetiche richieste, ma che, soprattutto, era certamente un parto della sua fantasia eppure lo vedeva inspiegabilmente lì, in carne ed ossa, a fare cosa non si sa... al computer... a scrivere... chissà che cosa... "... b-u-r-r-o-u-g-h-s-, sì... si scrive così... lo sguardo acuto, l'onestà profonda, la bellezza dell'anima, la totale assenza di ambizione..."...Oddio sta continuando a scrivere il racconto!... oddio ora ricordo! vuole diventare sindaco e se lo starà aggiustando da par suo!... Mi devo alzare, forza Tony su... achhh!... Oddio non ce la faccio, che succede, ho tutto il corpo che formicola, come addormentato... gli urlo di fermarsi... non esce nulla!!... la mia voce!! Non esce!!! Sono come paralizzato!... Ma questo che fa alla mia tastiera?... che sta scrivendo, perché ha quella faccia beata...? - Tony tutto bene? Sono sette settimane che dormi qui siamo tutti preoccupati anche se gli affari vanno bene... sono passate spesso tua moglie e le tue figlie a chiedere di te, dicevo loro che ti sarei venuta a svegliare e loro mi bloccavano, contente che ti stessi finalmente riposando... come va? – chiese la Giovanna Alberotanza dall'anticamera dello studio del D'Ambrosio. - Bene, bene, bene... – si sentì rispondere con la netta, inequivocabile voce di Tony. Com'era possibile, com'era possibile una voce così perfettamente identica alla sua? Tony aveva gli occhi aperti e guardava esterrefatto il buon Geppino che, non accortosi del risveglio del suo autore, continuava beatamente a digitar parole. Tutti i personaggi sulla stella moncherina si agitavano come orfani di tutto, come ancora alla ricerca di un qualcosa l'evidenza della quale, lo stesso mondo cui erano da tanto ormai poggiati, era troppa, troppa da poter essere accettata. C'era chi imprecava contro il destino, chi diceva le più irriportabili parolacce contro D'Ambrosio, chi si lamentava di non averlo capito prima, chi malediceva Gadamer, chi - a dir la verità un po' tardivamente - affermava di averlo sempre saputo - per inciso, Gino Triste (che non perdeva occasione così, in fondo, di fornire a Franco Scalzi il pretesto per esser maltrattato). Era divertente guardarli, divertente e tragico: perché il crinale che divide ogni tanto il comico dalla tragedia è solo la lente con cui si decide di guardar la stessa cosa, la medesima sostanza: o la distanza con cui ci si pone ad osservar le sorti d'una guerra: chi s'ammala di emozioni a guardare la feroce lotta che talvolta le formiche fan tra loro? E se guardassimo le cosa del mondo dalla stella moncherina, come credete che staremmo a veder scempi e paci, guerre e poi sorrisi? Non vedremmo forse la stessa cosa?... la stessa cosa che vediamo adesso, che ci sediamo su altra stella, ad osservar la tentazione di tutti quei figuri di gettarsi nel cratere a suicidarsi dopo tanta assai fatica...? - Perché??!!!... D'Ambrosio???!!!... Perchéééé!!!!... – urlava disgraziato Panciariccia con dietro Gadamer come un ombra a fargli l'eco. - Perchéééé! Perchééé mia stella moncherina, mon chérina alla francese visto che ho studiato quella lingua.... adesso io mi buttoooo nella bocca universaleeeee!!.... In molti lo seguirono. Qualcuno pensò bene di tornare a picchiare Regalato colpevole d'una 'sì scomoda verità. Regalato non credeva sarebbe stato quello il ringraziamento per aver fatto la spia come soltanto un lettore avrebbe potuto fare. Franco Scalzi e Satrapo Bisticci, quindi, e guarda un po', lo ripresero a buscar. Gli altri che seguirono Gadamerino, arrivaron tutti sull'orlo del cratere spaventoso, ma nessuno ebbe davvero il coraggio di precipitare giù; nessuno riuscì a portare all'estrema conseguenza quella rabbia, la disillusione, la stizza del bambino che si rende conto, mentre la madre scuote lui il braccio ridestandolo dal sonno, che la vacanza con la classe era stato solo un breve sogno. Nessuno. Nessuno. Ma è pur vero che nessuno, nessuno, ebbe la forza di chetare il rinculo tragico ed energico di quell'agnizione dolorosa: e memori (e già comunque un poco malinconici) i corpi loro di quel correre continuo che li aveva sollevati per chissà quanto tempo in quel vivere spaziale e pure un po' speciale, la corsa, piccolo placebo del passato, riprese lungo il cratere, in fila tutti quanti, in testa Gadamer e Panciariccia, e poi la Sanpappana e Pincolo Difretta, Pascolo Piulento, Numerico Morato e Gino Triste e Finanzio Tuttoquanto, e poi tardivi dopo aver di botte un po' corcato Regalato Oraillividito, anche Franco Scalzi e Satrapo Bisticci. Correvano, correvano: correvano guardando assai sovente giù, a decidersi di andare, offesi e ancora innamorati della stella che li aveva ai loro occhi un po' traditi.


- Dov'è quel buco? – chiedeva Panciariccia.
- Quale buco? – rispondeva Gadamer.
- Il buco della stella...
- Questo qui?
- No, no, il quasi buco che hai lasciato limando la stella moncherina...
- Nessuno eternamente qui lo sa...
- Ma se questa è la stella moncherina, dov'è la polvere del raggio un dì tagliato?
- Non fu tagliato un solo dì, ma tanto tempo fu sprecato...
- E voi sprecare fiato evitare non potete...? – la Sanpappana rimarcò correndo come e più di tutti gli altri.
- Sarà finita senza gravità nel cosmo intero... – aggiunse Gadamer.
- E se questa è la stella moncherina, c'è anche il tondo a sua volta così grande dove una volta si tentava di infilar la stella quand'era più piccina?...

Chi lo chiese non si sa. Tutti si arrestarono di botto. Si guardarono. Oddio, pensaron molti, la stellina era pur stella, ma il tondo in cui cercava d'infilarla Gadamer cos'era? Una forma? O una materia? Una pietra? O una miniera?...
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