Una vita fa

La storia di Pina, scampata alle bombe tedesche

Racconto familiare dei fatti del '43

Le commemorazioni hanno il nobile e preciso scopo di perpetuare il ricordo, per non dimenticare come si suol dire ma soprattutto per accrescerci mediante la comprensione degli avvenimenti. In queste giornate di settembre sia a livello nazionale che locale si parla dei fatti del 1943. Situazioni e storie distanti dalla mia generazione, figlia degli anni '90, forse per una sorta d'inconscia legittima difesa, dovuta alla paura del futuro che ci vuole vivere alla giornata tristemente distaccati e forse troppo virtuali. Forse a causa dello stile di vita odierno, nonostante l'allungamento dell'età media, siamo spesso privati dell'apporto dei naturali punti di riferimento, gli anziani, custodi della memoria. Fra mostre, celebrazioni, eroi e terzi divenuti tali, vorrei nel mio piccolo contribuire condividendo un passaggio di quei giorni avvenuto a Trani.

All'angolo fra via Pietro Palagano e via San Gervasio insiste una gradevole palazzina liberty quella della famiglia Salvati. Un nucleo tipico di quegli anni formato da Filippo e Vera con i loro sei figli. Nominato notaio in Sardegna rinuncia alla libera professione per stare accanto ai suoi cari, svolge l'attività di ragioniere nella ditta dei familiari, la distilleria De Feo, (che sarà poi assorbita dalla Stock). Sono anni sicuramente non semplici, soprattutto per i ragazzi, Nico colonnello della Pai (Polizia dell'Africa italiana) nel frattempo è stato fatto prigioniero; Rino è contrammiraglio medico sull'incrociatore Duca d'Aosta assisterà a una delle più grandi tragedie dopo l'armistizio: l'attacco della Luftwaffe che provocherà l'affondamento della corazzata Roma, dove troveranno la morte 1352 uomini; anche Nardo tenente di vascello è partito per la guerra. Le ragazze Lucia Nina e Pina completano gli studi.

All'indomani del 12 settembre Trani è una città scossa dove molti preferiscono spostarsi su zone più sicure come bari che era stata già liberata dai nazisti. Il giorno seguente fu bombardata la caserma Duca delle Puglie. La mattina del 14 settembre del 1943 un aereo tedesco decolla da Barletta bombardando nuovamente la città. Furono colpiti l'ufficio postale con l'attigua abitazione dei Palumbo e probabilmente per errore casa Salvati. Due bombe sono cadute sulla palazzina lo scenario che si presenta è tragico, il portone con la rampa delle scale è stato completamente spazzato via, le stanze da letto sono distrutte. Nel bombardamento perde la vita, un'affittuaria, Teresa Romanelli di sessantacinque anni. Pina, la piccola dei Salvati ha vent'anni, in quel momento si sta recando nello studio per prendere alcuni libri, la bomba cade su di lei, la stanza le precipita addosso sommergendola dalle macerie, Lucia e Nina sono con la madre nella parte rimasta parzialmente integra del fabbricato. Tempestivamente il padre, aiutato dal dirimpettaio Mimì Servodio, che nonostante la tensione di un bombardamento col pericolo altissimo di un secondo, esce subito dalla sua abitazione per dare una mano ai Salvati. Mimi Servodio è un imprenditore tessile famoso per il suo maglificio. Riescono a estrarre Pina dalle macerie: il suo corpo è interamente coperto di sangue, per miracolo è ancora viva, anche se priva di sensi. Letteralmente a braccia il papà e Mimì Servodio senza indugi corrono a piedi verso l'ospedale, a quei tempi sito in piazza Gradenigo nell'ex monastero degli agostiniani.

La disperata corsa è stoppata da alcuni militari tedeschi in piazza Bisceglie, i quali vedendo le condizioni della ragazza fanno intendere che vogliono porre fine alle sue sofferenze, ritenendola ormai irrimediabilmente compromessa. Costringono a far posare Pina per terra e intanto passano minuti che potrebbero essere vitali. Decisivo l'intervento di Servodio che masticando qualcosa di tedesco riesce a convincere i militari a lasciarli proseguire per raggiungere l'ospedale poiché Pina respirava ancora.

Mauro Piracci, racconta nel volume del fratello Raffaele "Accadde a Trani nel 43" la sensazione che provò quella mattina abitando a ridosso di via San Gervasio: «Le bombe sembravano cadute in casa i vetri erano in frantumi una colonna di fumo denso si levava da casa Salvati». In seguito in compagnia di padre Mignone, barnabita, cappellano militare del Presidio si recò all'ospedale civile per sincerarsi sulle condizioni di Pina. Ricordo ancora quando si parlava dell'accaduto, molto di rado a dire il vero, forte era la voglia di non ricordare ma era impossibile penso per lei dimenticare. Viva per miracolo, con delle schegge conficcate in testa ma che fortunatamente non avevano arrecato danni vitali, sorridendo accennava allo squittio dei topi presenti in ospedale che divoravano l'ambita cioccolata che le avevano portato.

Pina dedicò la sua vita all'insegnamento e alla famiglia, vivendo sempre con quegli ospiti fortunatamente silenziosi e immobili, le schegge della bomba che non fu mai possibile asportare. La mia stima va a Mimì Servodio, un uomo che non esita un attimo pur mettendo a rischio la sua stessa vita a prodigarsi per i valori della fratellanza della Vita. Grazie per il suo gesto spontaneo, un esempio che merita d'esser ricordato. Riportando questa testimonianza non posso fare a meno di esprimere la mia gratitudine per i tuoi insegnamenti, spesso tante cose si comprendono a posteriori ma l'amore e la passione che hai trasmesso, caratteristiche serenamente delineate in te, rimarranno indelebili. Sono stato fortunato e sono orgoglioso di esser stato tuo nipote, grazie Nonna Pina.
  • I fatti del 1943
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