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Salute d'asporto
Proteine, metabolismo e salute: quando la quantità fa la differenza
Ce ne parla il biologo Giuseppe Labianca
sabato 5 settembre 2026
10.12
Negli ultimi tempi, chiunque si dedichi alla spesa quotidiana o segua le tendenze in fatto di benessere avrà notato una vera e propria invasione di prodotti "high protein": pane, budini, barrette e tanti altri prodotti (persino la pizza High Protein!). Dopo anni in cui i carboidrati sono stati ingiustamente messi sul banco degli imputati e indicati come i principali responsabili dell'aumento di peso, le proteine sono diventate le nuove e indiscutibili eroine della nostra tavola. Si è così diffusa la convinzione spontanea che consumarne in grande quantità sia una scelta sempre virtuosa, capace di garantire forma fisica, tonicità e salute muscolare senza alcun tipo di controindicazione.
Tuttavia, la ricerca scientifica, soprattutto in oncologia, invita a guardare oltre le mode del momento e ad analizzare la questione con maggiore consapevolezza. Le proteine sono indubbiamente mattoni fondamentali per la nostra sopravvivenza, indispensabili per preservare i muscoli e sostenere il sistema immunitario, ma la loro introduzione non sfugge a una regola aurea della nutrizione, ovvero l'organismo umano funziona attraverso un delicato equilibrio, all'interno del quale anche un eccesso prolungato può trasformarsi in uno stimolo metabolico non privo di rischi.
Per comprendere cosa accade quando esageriamo con le quote proteiche quotidiane dobbiamo sbirciare dentro le nostre cellule. Quando introduciamo un'elevata quantità di amminoacidi, il corpo non si limita a utilizzarli per i suoi bisogni strutturali, ma invia al fegato e ai tessuti un segnale ben preciso, indicando che c'è un'abbondanza di carburante e che è il momento di crescere. In questo scenario si attivano specifici fattori di crescita e complessi proteici – come l'asse dell'ormone IGF-1 e il segnale molecolare mTORC1 – che funzionano come veri e propri interruttori della proliferazione cellulare. Se da un lato questi meccanismi sono utilissimi nelle fasi di sviluppo o per riparare i tessuti, dall'altro una loro iperattivazione cronica può finire per creare un ambiente favorevole alla crescita di cellule anomale o pre-cancerose, rallentando al contempo quei naturali processi di "pulizia" con cui il nostro corpo elimina le componenti cellulari ormai invecchiate o danneggiate.
Questa evidenza molecolare, tuttavia, non deve spingere a ingiustificati allarmismi né indurre a eliminare drasticamente le proteine dal piatto. Gli studi condotti negli ultimi anni dimostrano infatti che l'impatto di un apporto proteico elevato non è mai assoluto, ma è strettamente legato a due fattori cruciali: la fonte da cui provengono e la nostra età.
A fare la differenza è soprattutto l'origine delle proteine che scegliamo di portare a tavola. L'eventuale aumento del rischio è infatti guidato quasi esclusivamente da un consumo eccessivo e sistematico di proteine di origine animale, in particolare quando legate a carni rosse e soprattutto a carni conservate o trasformate. Al contrario, quando la quota proteica proviene dal mondo vegetale – come nel caso di legumi, cereali integrali, frutta secca e semi – il quadro cambia radicalmente. La presenza contestuale di fibre, antiossidanti e sostanze antinfiammatorie naturali neutralizza queste criticità, nutrendo il microbiota intestinale e proteggendo la salute cardiovascolare e metabolica.
Altrettanto determinante è la variabile anagrafica, infatti se nella mezza età un apporto proteico particolarmente elevato può risultare delicato a causa della forte risposta dei fattori di crescita cellulare, la prospettiva si ribalta completamente a partire dai 65 anni. Con l'avanzare dell'età, infatti, il rischio principale diventa la perdita di massa e forza muscolare, e in questa fase della vita un apporto proteico generoso ed adeguato si trasforma in un prezioso alleato per preservare l'autonomia e la vitalità.
In nutrizione, come spesso accade, la strada migliore non passa mai dalle demonizzazioni o dalle restrizioni estreme, ma dalla consapevolezza. Non occorre rinunciare alle proteine, ma riscoprire la ricchezza della tradizione mediterranea: dare più spazio ai legumi, variare le fonti alimentari e preferire i cibi freschi rispetto ai prodotti iper-processati dell'industria. Riconoscere il valore della qualità e sapersi orientare con equilibrio nelle diverse fasi della vita resta, ancora una volta, il vero segreto per trasformare la tavola in un quotidiano strumento di prevenzione e benessere
Tuttavia, la ricerca scientifica, soprattutto in oncologia, invita a guardare oltre le mode del momento e ad analizzare la questione con maggiore consapevolezza. Le proteine sono indubbiamente mattoni fondamentali per la nostra sopravvivenza, indispensabili per preservare i muscoli e sostenere il sistema immunitario, ma la loro introduzione non sfugge a una regola aurea della nutrizione, ovvero l'organismo umano funziona attraverso un delicato equilibrio, all'interno del quale anche un eccesso prolungato può trasformarsi in uno stimolo metabolico non privo di rischi.
Per comprendere cosa accade quando esageriamo con le quote proteiche quotidiane dobbiamo sbirciare dentro le nostre cellule. Quando introduciamo un'elevata quantità di amminoacidi, il corpo non si limita a utilizzarli per i suoi bisogni strutturali, ma invia al fegato e ai tessuti un segnale ben preciso, indicando che c'è un'abbondanza di carburante e che è il momento di crescere. In questo scenario si attivano specifici fattori di crescita e complessi proteici – come l'asse dell'ormone IGF-1 e il segnale molecolare mTORC1 – che funzionano come veri e propri interruttori della proliferazione cellulare. Se da un lato questi meccanismi sono utilissimi nelle fasi di sviluppo o per riparare i tessuti, dall'altro una loro iperattivazione cronica può finire per creare un ambiente favorevole alla crescita di cellule anomale o pre-cancerose, rallentando al contempo quei naturali processi di "pulizia" con cui il nostro corpo elimina le componenti cellulari ormai invecchiate o danneggiate.
Questa evidenza molecolare, tuttavia, non deve spingere a ingiustificati allarmismi né indurre a eliminare drasticamente le proteine dal piatto. Gli studi condotti negli ultimi anni dimostrano infatti che l'impatto di un apporto proteico elevato non è mai assoluto, ma è strettamente legato a due fattori cruciali: la fonte da cui provengono e la nostra età.
A fare la differenza è soprattutto l'origine delle proteine che scegliamo di portare a tavola. L'eventuale aumento del rischio è infatti guidato quasi esclusivamente da un consumo eccessivo e sistematico di proteine di origine animale, in particolare quando legate a carni rosse e soprattutto a carni conservate o trasformate. Al contrario, quando la quota proteica proviene dal mondo vegetale – come nel caso di legumi, cereali integrali, frutta secca e semi – il quadro cambia radicalmente. La presenza contestuale di fibre, antiossidanti e sostanze antinfiammatorie naturali neutralizza queste criticità, nutrendo il microbiota intestinale e proteggendo la salute cardiovascolare e metabolica.
Altrettanto determinante è la variabile anagrafica, infatti se nella mezza età un apporto proteico particolarmente elevato può risultare delicato a causa della forte risposta dei fattori di crescita cellulare, la prospettiva si ribalta completamente a partire dai 65 anni. Con l'avanzare dell'età, infatti, il rischio principale diventa la perdita di massa e forza muscolare, e in questa fase della vita un apporto proteico generoso ed adeguato si trasforma in un prezioso alleato per preservare l'autonomia e la vitalità.
In nutrizione, come spesso accade, la strada migliore non passa mai dalle demonizzazioni o dalle restrizioni estreme, ma dalla consapevolezza. Non occorre rinunciare alle proteine, ma riscoprire la ricchezza della tradizione mediterranea: dare più spazio ai legumi, variare le fonti alimentari e preferire i cibi freschi rispetto ai prodotti iper-processati dell'industria. Riconoscere il valore della qualità e sapersi orientare con equilibrio nelle diverse fasi della vita resta, ancora una volta, il vero segreto per trasformare la tavola in un quotidiano strumento di prevenzione e benessere







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