Talking

Dal tran tran dei non-luoghi ai Tom Tom

Di Eleonora Russo

Eppure c'è stato un periodo nella vita di molti in cui uno dei regali più ambiti era la carta da lettera. Di tutti i tipi, i profumi, le forme e fantasie. Si scrivevano le lettere agli amici lontani, al fidanzatino al militare, al parente che viveva al nord o semplicemente all'amichetto di banco. C'era la penna profumata, quella colorata, quella gigante con tutti i colori, tutte inesorabilmente puzzavano e macchiavano dita, mani, braccia e quant'altro. Dal triste foglio protocollo alla carta riciclata all'ultimo grido (o fatta maldestramente in casa), il principio era lo stesso: il desiderio di comunicare. Non si parlava di dipendenza da carta colorata o della morte dell'italiano o di analisi psicologica delle letterine ritagliate dai giornali per comporre un messaggio (tipo lettere minatorie, ma nessun criminologo è mai intervenuto a riguardo), non c'erano persone che rimanevano attaccate ore alla cassetta della posta. C'erano pacchi di buste da lettera, con baci di un rossetto dal colore improbabile sbavato sulla busta, tristi macchie di lacrime, inchiostro o scie di una impacciata mano sudata, foto inesorabilmente appiccicate ad una graffetta colorata piegata a forma di cuore, ecc...

Alla luce di questo, mi chiedo come siamo evoluti (o involuti, che dir si voglia) verso una comunicazione multimediale che degenera dall'uso all'abuso? Lontana da questi tempi gloriosi, la psicologia contemporanea definisce le Nuove Dipendenze (la dipendenza da internet, il gioco d'azzardo patologico, la dipendenza da sesso, la cyberporno dipendenza, la dipendenza da lavoro, ecc.) come "un gruppo di disturbi eterogenei che implicano il coinvolgimento in un'abitudine ripetitiva e persistente tesa a modificare lo stato di coscienza dell'individuo".

Tutte le dipendenze hanno in comune un meccanismo di dissociazione che consente di allontanare dalla coscienza tutto ciò che è doloroso, facendo entrare l'individuo in un circolo vizioso di vergogna-senso di colpa-alleviamento della sofferenza . C'è un dato che però a volte sfugge: una dipendenza è la punta dell'iceberg di altre problematiche. Nonostante questo si urla allo scandalo della tecnologia che avanza e ingloba povere anime indifese, che prima di "allora" vivevano in pace con il mondo. Così le famigerate technological addictions sono diventate la patologia del terzo millennio, ma la tecnologia non è forse la chiave d'accesso per quello che potremmo definire il Paese delle Meraviglie? Tutto è possibile, bisogna fare attenzione a quale Coniglio Bianco si insegue, a quel che dice il Brucaliffo e a non fare la fine delle Ostrichette. Eppure c'è più allarmismo per Face Book che per la dipendenza da gioco. Forse perché allo stato giova economicamente avere flotte di grattatori e scommettitori? Chi può dirlo.

Si è passati dalla necessità di definire la società moderna come una degenerazione dell'inter-relazione, un abominio di agglomerati di individui soli e depressi, la mancanza di luoghi di aggregazione, di valori, dell'assenza dell'istinto dell'aggregazione all'additare internet come un luogo di scambi promiscui, un'enorme occhio del grande fratello, un eccessivo voyerismo, un degrado morale in via di cronicizzazione, terreno fertile, purtroppo, per la pedofilia. E se fossimo passati dai non-luoghi alle mappe virtuali? Mark Augé parla di Non Luoghi, spazi in cui "milioni di individualità si incrociano senza entrare in relazione sospinti o dal desiderio frenetico di consumare o di accelerare le operazioni quotidiane". Una sorta di sub modernità fondata sul qui ed ora, caratterizzata da precarietà, ma soprattutto da puro individualismo: le persone non interagiscono tra loro, non danno spazio alla loro soggettività. Se quindi (a livelli non patologici) un ragazzo di 20 anni sente l'impellenza di condividere i suoi pensieri, la sua musica, i suoi libri, le sue foto, i "pezzi di sé" tra una tastiera e uno schermo, non cerca forse di sfuggire ad un non-luogo in cui l'unica identificazione è resa possibile dal passaporto, dalla carta di credito, da un riconoscimento astrattamente sociale?

La tecnologia dovrebbe essere usata come un accessorio, un surplus che agevoli determinate tipologie di relazioni, non diventare l'unica possibilità per un adolescente (e non) di entrare in contatto con tutto ciò che lo circonda. Tocchiamo la sfera patologica nel momento in cui l'interazione uomo-macchina è contraddistinta da tre elementi: l'attività, ad esempio la pornografia on line, diventa un abitudine prioritaria; la modificazione del tono dell'umore, l'individuo diventa euforico o tranquillo a seconda dei casi e infine la tolleranza (come nelle droghe il soggetto ha esigenza di assumere quantità sempre più elevate). Dovrebbe rappresentare un campanello d'allarme, ad esempio, il non avere più relazioni con persone "fisiche", ma identificare i propri amici solo ed esclusivamente con le identità virtuali o semireali che si incontrano on line, essere ossessionati dal web, permettere ad un mondo che è solo virtuale di impadronirsi di una dimensione spazio-tempo reale che andrebbe dedicata alla famiglia, alle relazioni, al lavoro. Tuttavia se un isolamento di questo genere avviene non dovremmo pensare che la tecnologia sia la causa, ma, purtroppo, una conseguenza di un sistema allargato (familiare, sociale, di coppia) che in quel momento non funziona in maniera adeguata e non è supportivo rispetto alle reali esigenze dell'individuo.

On line tutto sembra possibile, ma è intangibile, irreale: la patologia non è nel computer, ma nel confondere l'impossibile con la realtà.

Alice rise: «È inutile che ci provi», disse; «non si può credere a una cosa impossibile.» «Oserei dire che non ti sei allenata molto», ribatté la Regina. «Quando ero giovane, mi esercitavo sempre mezz'ora al giorno. A volte riuscivo a credere anche a sei cose impossibili prima di colazione.» ( Lewis Carroll- Alice nel Paese delle Meraviglie)
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