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Depressione post lauream

Di Eleonora Russo

Studere, studere, post mortem, quid valere? (studiare, studiare, dopo la morte cosa vale?). Recitavano i latini. Si può dire che lo studente, chi più chi meno, nella sua carriera scolastica, soprattutto se protratta, tocchi le principali patologie riportate nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali: delirio di persecuzione («Il docente che ce l'ha solo con me»), pavor nocturnus (alzarsi urlando dopo aver sognato di frequentare l'università e non aver dato ancora l'interrogazione di filosofia del secondo trimestre), allucinazioni (vedere note minuscole del manuale X che gli altri non vedono), attacchi di panico da appello, narcolessia sui libri, strani rituali scaramantici pre esame tipici dell'ossessivo compulsivo, ansia da separazione dal divano per pomeriggi interi, depressione da lutto per la perdita di denaro nelle tasse universitarie, bulimia nella merenda pomeridiana, delirio di onnipotenza («Rifiuto il 29»), mutismo elettivo con l'assistente universitario X («Rispondo all'appello solo se mi chiama il professore»), sdoppiamenti di personalità («Con i miei genitori sono uno studente in regola con esami, in realtà ne ho dati 2 in 2 anni»).

Tra ansia da prestazione pre esame e disturbo post traumatico da stress dopo ogni esame, gli anni passano intervallati da gioie e dolori. C'è chi si riduce all'ultimo, chi va in ritiro autistico/mistico per mesi. «Se l'esame va bene è merito mio, se va male è sfiga» (o viceversa). La motivazione allo studio più che una altalena è una montagna russa e il futuro diventa sempre più carico di aspettative man mano che ci si avvicina al traguardo prefissato. C'è chi si blocca ad un esame, chi all'ultimo, chi alla tesi. Sono tanti i fattori che si intersecano nell'arresto: dal calo motivazionale propriamente detto, alla difficoltà effettiva di un esame rispetto alla propria preparazione, alla paura del dopo.

E' appunto il dopo il problema. Gli anni di studio sono anni di costruzioni di grandi castelli in aria, di cui teorie, autori e manuali sono gli architetti per eccellenza, i master sono i condoni, gli stage la tassa variabile del mutuo, il precariato la minaccia di sfratto. Ogni anno cambiano gli scenari e gli arredamenti, ma soprattutto l'idea del mestiere. Tutto mentre magari si fa un lavoro che non c'entra nulla con la meta, ma che serve da un lato a creare una certa indipendenza economica e più inconsciamente (e fisiologicamente) ad entrare nel tessuto economico sociale, in una condizione come quella universitaria italiana che purtroppo è fin troppo lontana dalle logiche del mondo del lavoro. Se si è fuori corso, lavorare o lavoricchiare è il metodo migliore per attutire i sensi di colpa. Infine dopo anni di patemi arriva la tanto desiderata laurea (spesso anelata più dai genitori che dagli studenti). Dottore …e poi?

La società, oltre gli anni sui libri, pretende la famigerata esperienza, non pagata ovviamente e l'umore basso prende il sopravvento sull'ottimismo. Cercando di ignorare gli annunci fantascientifici di lavoro che vogliono il laureato di 23 anni con due di esperienza nel settore e l'allarmismo sulla disoccupazione e il precariato che il giornalista (ben stipendiato e magari con un contratto a tempo indeterminato) propone, bisogna tenere a mente che mai nessun manager di azienda è andato a citofonare a casa del neo laureato depresso. La tristezza, il pessimismo, lo sconforto post laurea, laddove si manifestano sono sentimenti normali e fisiologici. Servono a fermarsi e riflettere su una nuova fase del proprio ciclo vitale: l'ingresso nel mondo del lavoro. L'importante è non abbattersi al primo rifiuto, un pò come in amore e cercare di non rimanere dottori sedotti e abbandonati dal mondo universitario e lavorativo.

Lady Windermere: «Fumate?»
Ernest: «Sì, devo ammettere che fumo»
Lady Windermere: «Sono contenta. Un uomo deve sempre avere un'occupazione...girano troppi fannulloni per Londra»
(L'importanza di chiamarsi Ernesto - Oscar Wilde)
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