Talking

Ingrato come un figlio

Scrive Eleonora Russo

Prima dell'infelice utilizzo del termine bamboccioni, amorevolemente sdoganato da Tommaso Padoa-Schioppa, nella metà degli anni '90, compariva nei meandri delle pagine di qualche rivista musicale il termine mutandari, sostantivo avente svariatissime accezioni. In particolare in alcuni ambienti underground, per licenza poetica, è utilizzato anche per indicare il cosiddetto «signorino grande», la cui permanenza nella casa paterna è tale da renderlo un complemento d'arredo. Secondo la mia fantasiosissima interpretazione, l'etimologia del termine potrebbe derivare dall'abitudine sud-materna di comprare fino ad inoltrata e tarda età le mutande ai figli.

Per le femminucce il fenomeno è destinato a estinguersi, o comunque a ridursi, grazie alle vaste tipologie di slip, che mandano in crisi la cinquantenne media, tra taglie, fantasie improbabili, materiali moderni, colori e forme che spesso ricordano più dei fili interdentali (perdendo completamente la ragion d'essere della mutanda stessa – ipse dixit). Fatta eccezione per quelle genitrici-personal shopper che, talvolta più delle figlie, hanno gusto nella scelta dell'imputato indumento, dinanzi alla visione del leopardato o della scritta di pailettes «seguimi» o «help» (che non ho mai capito), dalla bocca della mamma comune parte un unico grido dall'arme: come caspiterina lo lavo? Così avviene il miracolo: «Camprali tu!». Uno dei primi passi per lo svincolo. Del resto, se ci riflettiamo su un attimo, cosa rappresenta di più la libertà se non la scelta di un indumento intimo destinato alla visione di pochi (l'elastico a tutti, il resto a qualche eletto)?

L'acquisto autonomo dell'indumento incriminato avviene statisticamente più di rado tra gli uomini, convinti che il cassetto del comodino auto produca slip, tutti uguali, al massimo bianchi e neri. Quelli più in voga hanno la scritta indicante il genotipo (non diciamo la marca per non far pubblicità, ma son quelle tre-cinque-euro per intenderci). Inoltre alcuni maschietti credono che la sparizione delle calze bucate (per la legge di Murphy individuate l'ultima volta inesorabilmente nel negozio di scarpe o al bowling) siano fenomeni di poltergeist. Ma, come il mutandaro può porre fine alla schiavitù?

Al di là di fattori facilitanti come avere un contratto lavorativo a tempo determinato, trovare un affitto che non sia un salasso, l'avere già una casa a disposizione o fare un terno al lotto fidanzandosi con qualcuno che ne ha ereditata una (leggi e impara a memoria il manuale «Come diventare bella, ricca e stronza» di Giulio Cesare Giacobbe), non si spiega come, nella nostra città in particolare, ci siano da una lato famiglie intere che vivono con un solo stipendio e dall'altro giovani adulti, indipendenti economicamente, che vivono piuttosto a lungo con i genitori. Che ci sia, tra il dire e il fare, un abisso chiamato comodità travestita da sensi di colpa?

Premettendo che lo svincolo dalla famiglia di origine non è semplice, nemmeno quando si varca la soglia di casa in abito nuziale, vivere da un'altra parte nella stessa città è culturalmente inconcepibile per la maggior parte delle madri corredo-dipendenti. Si convive tranquillamente con fidanzati e amici negli anni dell'università, o per motivi lavorativi in altre città. E' come se, in una sorta di «lontano dagli occhi lontano dal cuore», ci debba essere un buon motivo per lasciare mammà.

Quello che ci manca completamente è la concezione del vivere sotto due tetti diversi a pochi chilometri di distanza e senza fede al dito, laddove lo stipendio e il contratto lavorativo lo permettano. In Benvenuti al Sud di Luca Miniero (remake del film francese Giù al nord di Dany Boon) la scena in cui Mattia, preso da mille sensi di colpa, decide di staccarsi dalla madre iperprotettiva e onnipresente, è commovente. I due non si dicono praticamente nulla, la mamma capisce che è arrivato il momento di lasciarsi e, teneramente, ripone in una vetrinetta la tazza con l'elefantino che il figlio adopera ogni mattina da oltre 30 anni. Simbolicamente la donna riconosce che il figlio è cresciuto e conserva l'immagine di bambino come puro ricordo.

Spesso il senso di colpa nel lasciare i genitori da soli, laddove non ci siano problematiche serie ovviamente, è un paravento. Quello che il tranese medio spende tra parrucchiere, palestra, macchinoni, mega serate, firme sopra firme e tutto ciò che è puramente manifestazione della cultura dell'apparire, mantiene i figli dei commercianti all'università, mentre lui rimane a casa bello, stirato e inamidato tra le braccia di una madre (iper criticata dall'ingrato) che nel fare tutto al posto suo per amore, blocca qualsiasi spinta autonoma. Per andar via ci vorrebbe una spinta da parte dei genitori stessi.

Alfredo Canevaro, nel libro Quando volano i cormorani afferma che «i nostri genitori, oltre a darci la vita e l'amore necessario per la nostra crescita, devono darci la conferma di noi stessi (riconoscere l'autonomia e il disegno del progetto esistenziale in libertà, le nostre valenze come persone originali). Solo che quanto appartiene a noi ce l'hanno loro e non sempre ce lo vogliono dare per paura di perderci. Se ti siedi a tavola e ti sazi, la cosa più frequente che potrebbe succederti è alzarti e andartene per la tua strada». Si rimane a casa, montandosi piuttosto la tv in macchina, per tanti motivi, ma il principale è il terrore di non farcela tra bollette, condominio, spese, pulizie, alimentazione e quello strano marchingegno chiamato lavatrice.

Il lavoro dovrebbe essere sinergico: da un lato il desiderio di provare ad essere indipendenti e la conseguente propensione al cambiamento delle proprie abitudini di vita, rinunciando al superfluo, dall'altro la fiducia da parte dei genitori affinché si crei la disposizione mentale necessaria per lasciare il nido, volando senza lasciarsi tarpare le ali da stupidi retaggi culturali.
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