Toni e timbri

Dagherrotipi del Kaos

Toni e Timbri 33 - di Tony D’Ambrosio

- Se le stelle avessero degli occhi guarderebbero altre stelle. Se i paesi avessero degli occhi guarderebbero le stelle. Se le cose avessero degli occhi guarderebbero le stelle. Perché le stelle non hanno il peso che ci ha il Sole, ma come lui governano la vita dei pianeti intorno a loro.

Platopanciariccia correva ad occhi insù. La Sanpappana aveva appena decretato il ripartire della corsa cosmica, tramutando la sua voce in un canto del suo autore.

- Vedo solo te, e la stella che è davanti non c'è più – diceva Gadamer.
- Ma l'hai sentita la voce di D'Ambrosio poco fà?
- Non so chi sia T'Ambrollo. Io son Gadamer e non so chi sia.
- D'Ambrosio... - lo corresse Panciariccia - E' lui che sta scrivendo questa corsa.
- Ma non il mio rovello.
- Che vuol dir rovello?
- Ad intuizione, non lo so.
- Questa cosa delle stelle che ho detto prima, per esempio, la penso davvero io o me la fa pensare lui?
- Io penso a lime e stelle. Non c'è quel che deve esserci, ma la tua schiena tanto grande.

Gadamer lo superò.

- Ci sono stelle più grandi di Eliosole, ma nella nostra testa il Sole essendo ciò che ci dà vita, è anche ciò che ce la leva. Noi possiamo guardare le altre stelle, ma non possiam guardare il Sole. Lo si ama, ma è un padre troppo serio per essere amato come si amerebbe un padre-amico. Una stella è distante, non ha nulla a che fare con la nostra vita... si ama la sua luce che noi possiam guardare, e non possiam guardar la luce di Eliosole, perché Eliosole è troppo vicino ai nostri occhi... E' per colpa sua che viviamo, che io parlo e morirò...

Numerico Morato filosofeggiava. Era nata: dalla teoria del serpente che si fa uccello per attrazion solare, era nata la filosofia su quella stella.

- Il sole fa le foto, ma le stelle, oltre a farli, se li fa fare i dagherrotipi del Caos.
- Cosa vuol dire dagherrotipo del Caos? – Finanzio Tuttoquanto arrancava, non ce la faceva a stargli dietro con la testa.
- Loro si fan fotografare. E sono dagherrotipi. Dagherrotipi del Caos...
- Sì ma che vuol dire dagherrotipi del Caos?
- Guardare chi dà vita senza vivere... – Numerico sembrava echeggiar le sue parole, non produrle, aveva la faccia di un bambino - Lanciare gli occhi oltre l'apparire nostro di un istante, guardare eternità. Io posso fotografare coi miei occhi tutto questo se fotografo una stella. Mi sento placido se la fotografo, è morta la mia morte se la fisso, è il balzo dove la mia voglia di mangiare viene messa a ninna, dove il mio star male vien lasciato galleggiar in cosa? Niente, se fotografo una stella. Le stelle son piccine e praticabili. Enormi solo nel pensiero. Son giganti ma dormienti epperciò buone. Son domestiche pur se siderali, il Sole non lo è. Son più grandi della testa di uno spillo, e forse persin del primo cielo intorno a noi. Ma mi fa impazzir l'idea della loro indifferenza. E la amo perché mi garantisce bene l'idea dell'immortalità. Perché se immagino l'immortalità dentro lo spazio mi dà sollievo immaginare come i compagni di avventura forse un po' noiosa che sarà l'esser sempre vivo saranno luci solide e semprassai ospitali. Perché dove sarà che si sarà dopo il morire? Forse in uno spazio senza stelle?

Numerico Morato non si fermava più.

- O forse in uno spazio dove le soste saranno docili e gentili, finalmente prive di cose oggetti ninnoli tempeste ma pavimenti immensi bianchi luminosi un poco mossi senza gravità perciò con fiato eterno per poter correre scegliendo di rimaner per terra ma non soffrendo nelle membra la stanchezza di un vivere mortali?

Finanzio Tuttoquanto si era distaccato, Numerico non si era accorto di far filosofia da solo. Finanzio aveva rallentato il passo sino a farsi raggiungere dalla Sanappapana. La Sanpappana precedeva adesso Tony che precedeva Finanzio Tuttoquanto.

- Che ci fai tu qui? Ti avevo scritto accanto a Numerico Morato... – ingiunse Tony al contabil derelitto.
- Non ce la faccio più, ti prego, Tony...
- E' la prima volta che mi incontri e già mi dai del tu...
- Non ho niente fa perdere, fammi morire sparire ma la filosofia di quello là io non la reggo, non capisco, son distrutto... Ti prego lasciami qui, non scriver che ritorno da Numerico scrivi che arranco e che sto male per favore...
- Ecco che ci dà la stella! – Numerico tre leghe avanti proseguiva non accorgendosi di non aver più nessuna anima dietro le spalle - Nella stella non c'è morte! Non c'è la sua idea! La stella dà la sensazione di qualcosa che consenta vita altrove, ma dove il problema della 'vita' non sussiste! E' il gesto che consente un avvenimento, non l'avvenimento stesso! Non c'è sofferenza nella stella, ma qualcosa che la determina lontanamente...

In fondo aveva ragione, Numerico aveva ragione. Per questo D'Ambrosio s'attardava a ritornare a Zigghezzagghe! Perciò soffriva di mattina nel non saper come iniziare 'sto cacchio di racconto, nella coscienza avendo l'obbligo di ottemperar democrazia di narrazione, ma volendo rimaner su questa stella! Eh sì perché, ad esempio, da quanto tempo si stava ignorando Geppino Fottuttìo? Non s'era rotto quel poveraccio lì fermo nello studio del D'Ambrosio? Da quanto tempo si indugiava sulla stella? Che faceva Geppino diavoletto? Durante questo lungo viaggio sulla stella, che s'era lambiccato di inventarsi il Fottuttìo diabolico e mellifluo? Era davanti al computer di D'Ambrosio. Il suo autore, dall'altra parte della scrivania, dormiva, da non si sa quante settimane, il capo riverso un po' all'indietro, un sonno di bambino, il chiaro sonno di una fuga: troppo lo sconcerto per la proposta di contratto fra personaggio e autore propostagli dal Fottuttìo Geppinoncello, per non cercar ricovero in un sonnesco oblìo. Geppino lo guardava, guardava il monitor, guardava Tony, e poi il monitor ancora. Giovanna Alberotanza, fuori, regolava conti e fatture. Era tornata ormai al lavoro. Sistemava, rispondeva. Ogni tanto bussava alla porta di D'Ambrosio.

- Tony?
- Sono indaffarato - da dentro lo studio la sua voce - tutto quello che tu fai è totalmente giusto, condivido appieno ogni responsabilità che tu ti prendi, se ci saranno degli errori nell'operato tuo li ascriverò completamente a me, ma non seccarmi, non entrare, sono assai più che indaffarato!...

Era un linguaggio strano, Tony non aveva mai parlato così. Ma erano successe tante di quelle strane cose in quel luogo ultimamente, ne era uscita così tanto tumefatta la povera Alberotanzina, che saggezza impose a quella donna di non andare oltre nella curiosità, e ricever come se nulla fosse l'informazione di un capo che non usciva da ormai non si sa quanto dal suo studio. Già, già, già, ma chi rispondeva alla segretaria da dentro lo studio, se Tony dormiva? Chi dava alla Sanpappana la capacità di camuffar meravigliosamente la voce dell'autore? Perché questi personaggi erano in grado di assumer le fattezze vocali del D'Ambrosio? Non erano gli autori a poter far fare a chicchessia la voce che a lor pare? E come pare a loro? Che stava succedendo? Ma chi lo stava proseguendo, questo amabile racconto....?
Toni e timbri

Toni e timbri

Il paese di Zigghezzagghe

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