Toni e timbri

Due piccioni, una fava

Toni e Timbri 26 - di Tony D’Ambrosio

Geppino guardava Tony dritto negli occhi. Ma nel suo sguardo non v'era aria di sfida, il muso fermo e magari duro d'un uomo d'un pezzo che ammette una sola o al massimo due, delle repliche possibili: o con me, o senza di me! No, Geppino aveva la doppia risorsa, come posso dire, d'una fermezza 'mossa', una duttilità decisa, una plastica stabilità. Con Geppino il senso di ogni ossimoro (binomio linguistico contraddittorio), veniva un po' rivoluzionato come un po' l'algebra che il Graziassai prima, Panciariccia poi, ribaltarono decidendo che due più due faceva prima cinque, poi sei. Geppino aveva un modo di fissarti che poteva assomigliare al sapore di un brasato misto a spigola, o che ne so, un succo d'arancia con dentro il cioccolato. Era una novità. Non potevi dire non ci fosse determinazione nelle sue parole; ma si intrasentiva, all'interno di esse, la sorda disponibilità a potersi far 'trattare': trattare come si tratta un prezzo, un costo, un guadagno. Non era mellifluo, né ruffian ma questi due inquilini abitavano in affitto la casa della risolutezza, della certezza delle proprie azioni. Un bell'intrigo.

Tony lo guardava stupefatto, non credeva di aver concepito un personaggio così molteplice nella catarifrangenza prolissa e centrifugante di punti di riferimento sparsi in un insieme senza limite, irriconoscibile. Le sue pose erano quelle di un uomo molto morale. La sua condiscendenza di un galantuomo. Ma nei suoi discorsi c'era come pasta morbida di qualcosa che può decidersi dopo se farla diventare pasta sfoglia o pasta frolla, base per una torta dolce, o base per una torta salata. Un marmo molle, si può dire? Non voleva arrivare da nessuna parte, voleva rimanere in città. Si poteva credere a questa trasformazione di metafora nella sua letteralità? Perché prese alla lettera l' "arrivare", negandolo?

- Sono nato nella tua testa, che vive a Zigghezzagghe. Perciò voglio vivere e morire qui...
- Non ti sembra un po' retorico?
- Romani, concittadini sono venuto a seppellire Cesare, non a lodarlo...

Tony era divertito. Sotto sotto, pur non trapelandolo, era divertito. L'eclettismo del personaggio era debordante. Che c'entrava quella citazione adesso? Come vaga reminiscenza del paradigma retorico con cui Marc'Antonio, facendo finta di elogiare Bruto, gli preparava prima la barella, poi la bara? Era puro nozionismo. Dove l'aveva preso? A chi l'aveva rubato? Era appena stato concepito eppur così avviato...

- Piantala creatura... che fai, lo scemo con me? non pensi che non casco alle tue stupidate?
- Shakespeare era uno stupido?
- Certo meno di te... Cosa vuoi, che vuoi dire con l'elezioni che ci saranno tra poco, dove vuoi esser situato? Comanda...

Geppino Fottuttìo non era stupido, ed intendeva l'umorismo di D'Ambrosio. Sapeva che poteva sedurlo, ma certo in modo non simile al suo comportamento fin'allora. Ci voleva più chiarezza.

- Questa vocina dentro...
- Quale? – replicò Tony ora indispettito da troppa vaghezza.
- Una vocina che mi dice, da sempre...
- Da sempre cosa, che sei nato a Ottobre del 2009?!...
- Una vocina che mi dice, forse mia madre...? che mi dice che bisogna stare all'interno del sistema... ma non troppo in evidenza... essere e non essere...
- Non parli come una persona umile, sei falso, vai a mercanteggiare altrove...

Tony, spazientito, si alzò dalla scrivania.

- Io esco una decina di minuti, se ti ritrovo quando rientrerò, ti faccio a pezzi...

Sapeva di essere stato troppo duro, ma voleva vedere dove l'avrebbe condotto questa posizione. In fondo lo stavano decidendo insieme, l'autore e il personaggio, come sarebbe stato Geppino nel racconto di D'Ambrosio. Ora faceva i conti davvero per la prima volta su come un personaggio, quanto più è felice nella creazione di un autore, tanto più è un parto collettivo le cui mani, quelle di chi scrive, sono solo quelle di un'ostetrica. Geppino apparteneva a quella categoria di personaggi da inconscio collettivo, contenuti nell'immaginario universale di un'antropologia duale, potente e dimessa insieme, che nel raccordo epidermico di un archetipo di servo con quello di padrone, nell'anello di congiunzione atavico fra una barzelletta e una tragedia, fra un giustiziato e un giustiziere, fra un rubagalline e un santo, fra un apostolo ed un cugino mercante dell'apostolo, in tutto questo insieme armonico e distonico all'istesso tempo, realizzavano una identità precisa, misteriosa, e forse molto, molto rappresentativa.

Amleto ironizzava sulla confusione fra pranzo funebre e pranzo nuziale parlando di "economia". Ecco, il valore di certe figure è proprio quello di ospitare, nella propria disponibile identità, due cose in una. E forse Trilussa allora, parafrasando il mio Geppino, potrebbe dire "...un po' come er Fottuttìo... se ddovemo disquisì de parte e controparte, famo sintesi, dimezzamo la rottura de cojoni, pjando co 'na fava, du piccioni...".
Toni e timbri

Toni e timbri

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