Toni e timbri

Miracoli e rinculi

Toni e Timbri 21 - di Tony D’Ambrosio

C'è una strana scala che congiunge il buco nero della fantasia che si fa carne, e quella zona della corteccia cerebrale dove si annidi la sua nascita. Questa scala è leggermente in discesa (o in salita, ovvio), attraversa buona parte del cosmo (con buona pace di stelle e pianeti che vi si ritrovano davanti), e non ha ringhiere. Questa scala, armati con ogni oggetto possibile, in una coesione sbalorditiva, con lo slancio di un battaglione eroico avendo nulla a perdere, stavano scendendo Panciariccia e i suoi colleghi, un po' frustrati, di racconto. Volevano sorprendere D'Ambrosio col Fottuttìo Geppino, sorprenderlo per ammazzar l'intruso supponente e dare una legnata ammonitiva al suo bizzarro autore. Ma quando D'Ambrosio, mormorando 'è proprio come me l'ero immaginato', guardando Geppino Faccialuco (un soprannome fra i tanti del suddetto), si ritrovò di fronte la certezza di una buona disposizione del novello personaggio, lo ricongedò momentaneamente.

Tu esci fuori proprio da dove pensavo io. Sei una brava persona, sembra. Ma ti ho fatto io, e adesso tu vai fuori e aspetterai dieci minuti. Parleremo, va bene, parleremo un po'. Ma poi ti andrai a preparare ed allenare, perché personaggi come te ne nascon pochi, e dovrai farti trovar pronto: ci sono grandi attese, non disattendiamo. Ora vattene, ti chiamo io più tardi.

La Alberotanza, la segretaria del D'Ambrosio, scioccata, svenne. D'Ambrosio ebbe un sussulto ma Geppino Fottuttìo, baldante, prese in braccio quella donna e con un cenno d'intesa al suo autore la condusse su un divano all'esterno dello studio per cercar con calma, e sangue freddo, di risvegliarla. Non appena Tony si rimise alacre davanti al suo computer, nello spazio quantotemporale dal quale stavano colando giù, no, meglio, calando giù Panciariccia e tutti i suoi commilitoni, accade qualcosa d'inaudito: anzi, d'inimmaginabile: come rapiti da un risucchio gravitazionale lento ed incessante, tutti quei fantastici figuri si ritrovaron senza appoggio alcuno a far la via a ritroso. Come mongolfiere roteanti su se stesse, con il volto che si raddolciva piano piano d'una meraviglia che non poteva preludere a quel che stava per succedere ma che tolse, lì per lì, il colore di una rabbia per mutarlo in quello di un 'ma che succede!', Franco Scalzi, Gino Triste, Panciariccia e tutti gli altri, si guardavano l'un l'altro, smarriti in questo movimento dolce e misterioso senza averne alcuna potestà. Qualcuno cominciò ad immaginar che fosse l'autore che stava scrivendo questo; altri credettero di ravvisare in quell'evento il miracolo di Panciariccia, ma non c'erano state tracce, nessuna avvisaglia di ciò: e poi che miracolo di Panciariccia poteva essere mai questo? 

Era un miracolo che stava avvolgendo ognuno. Tutti si resero conto che si stava tornando a casa, cioè nel paese di Zigghezzagghe: si stavano riattraversando i cieli di quel luogo amato, dove la sede del Partito di Panciariccia si era allagata e Panciariccia se ne stava lì a volersi vendicare. Sì, si voleva vendicare - eccoci lì, eccoci tornati ai blocchi di partenza - vendicare... e mentre rimugginava quale potesse essere la strategia della vendetta, uno sforzo sovrumano, un'espressione tesa e dolorante come di gestante che stia per mettere al mondo una creatura, fecero ingresso nel paffuto viso di Panciariccia. Franco Scalzi, l'usciere, Gadamer, i tre contabili e tutti gli altri, pronti a dileggiar fin lì il povero Panciariccia, allibirono: come anima che si stacchi dal corpo per volarsene via chissà dove, Panciariccia stava partorendo, dalla testa, dal tronco, dalle gambe, prima nelle forme lievi di un fantasma, poi in quelle inequivocabili di una cosa fatta in carne e ossa, un altro... un altro... un altro Panciariccia! Furomno secondi muti e assurdi. Il neonato aveva le stesse identiche fattezze del padre - anzi, della madre -, che guardava distrutto quel suo alter ego a terra mentre gli altri non si muovevano del loro shock. Panciariccia 2 vestiva una strana salopette colore azzurro scuro. Il primo, il nostro, quello che ben conosciamo, dopo aver ripreso fiato, dopo avere pensato 'ma cosa ho fatto!?' guardando a lungo il suo gemello, alzò lo sguardo verso i suoi compari di partito. Gli si aprì, lento, un sorriso.

Io sono quel che faccio. E se ho fatto l'idraulico da ragazzino, oggi torno ragazzino perché lo sono ancora. Perché sono ancora idraulico e lo sarò per sempre. Presto su, alzati - si rivolse al suo gemellino ancora un po' stordito a terra - che c'è da sistemare qualche impiccio!!
    Toni e timbri

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    Il paese di Zigghezzagghe

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