
Cinema e Teatro
Kafka nel regno dei cieli
domenica 17 marzo 2013
Ore 19.30 7 euro
Marluna Teatro - Via Alianelli, 20
Nell'ambito della rassegna "I mulini al vento", l'associazione Marluna Teatro ospita nel suo teatro lo spettacolo "Kafka nel regno dei cieli", scritto, diretto e interpretato da Andrea Cramarossa.
L'attore Jiddish Lowy, decide di mettere in scena l'appellativo col quale il padre di Franz Kafka lo apostrofò: "scarafaggio". L'attore, spesso maldestramente, tenta di tradurre in poesia il linguaggio incomprensibile dell'insetto, sperando di dare voce all'incomprensione che tinge costantemente il rapporto tra un padre e suo figlio. Così, i mostri, rapiti dal coraggio di mostrarsi, divengono la traduzione trasfigurata di una allegoria che, fino all'ultimo, non si sa se mai renderà giustizia a quel senso di solitudine e di isolamento, al quale Kafka era solito abbandonarsi nella sua stanza. Ed è proprio lì, in quella stanza, in quel luogo, che i sogni si consumano come fuoco, bruciando nel fiato di polmoni ormai stanchi e malati. Una occasione per sondare, scandagliare, tuffarsi nel mare immenso dei legami famigliari, in particolare nel rapporto tra un padre e un figlio. Una occasione per parlare di quel come ci vediamo e di quel come ci vedono gli altri, in quella, alle volte, straziante dicotomia schizofrenica che non permette ciascuno di noi di essere ciò che è o di rappresentare l'idea che ha di sé, un'idea che, scontrandosi coi buoni usi di una società, diventa il pensiero e la concretezza di ciò che chiamiamo mostro.
L'attore Jiddish Lowy, decide di mettere in scena l'appellativo col quale il padre di Franz Kafka lo apostrofò: "scarafaggio". L'attore, spesso maldestramente, tenta di tradurre in poesia il linguaggio incomprensibile dell'insetto, sperando di dare voce all'incomprensione che tinge costantemente il rapporto tra un padre e suo figlio. Così, i mostri, rapiti dal coraggio di mostrarsi, divengono la traduzione trasfigurata di una allegoria che, fino all'ultimo, non si sa se mai renderà giustizia a quel senso di solitudine e di isolamento, al quale Kafka era solito abbandonarsi nella sua stanza. Ed è proprio lì, in quella stanza, in quel luogo, che i sogni si consumano come fuoco, bruciando nel fiato di polmoni ormai stanchi e malati. Una occasione per sondare, scandagliare, tuffarsi nel mare immenso dei legami famigliari, in particolare nel rapporto tra un padre e un figlio. Una occasione per parlare di quel come ci vediamo e di quel come ci vedono gli altri, in quella, alle volte, straziante dicotomia schizofrenica che non permette ciascuno di noi di essere ciò che è o di rappresentare l'idea che ha di sé, un'idea che, scontrandosi coi buoni usi di una società, diventa il pensiero e la concretezza di ciò che chiamiamo mostro.
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