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Giovane ucciso a Trani, gli psicologi pugliesi: «I ragazzi fanno ciò che hanno imparato: la violenza come modello»
Il presidente dell’Ordine, Giuseppe Vinci: «Dobbiamo insegnare loro a gestire rabbia, frustrazione e conflitto»
Trani - domenica 16 agosto 2026
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«Una giovane vita distrutta e un'altra segnata per sempre da un gesto orribile e irreparabile. Nel dolore profondo delle rispettive famiglie, cui dobbiamo tutti sentirci vicini, e nello sgomento di ognuno di noi. Possiamo superare la paura ponendoci domande sul tipo di mondo che abbiamo costruito e stiamo costruendo, sentendoci tutti parte in causa. I giovani fanno ciò che hanno imparato all'interno di contesti privati e sociali che non hanno creato loro. E quando non hanno acquisito gli strumenti per riconoscere e gestire le proprie emozioni, soprattutto quelle più intense come rabbia, frustrazione, paura o senso di rifiuto, si innalza il rischio, sempre presente, di reazioni violente, tanto più quanto più la violenza è stata osservata, sperimentata o percepita come una modalità possibile per affrontare il conflitto». A dirlo è Giuseppe Vinci, presidente dell'Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi della Regione Puglia, intervenendo sulla tragedia di Trani, dove un ragazzo appena maggiorenne è morto dopo essere stato accoltellato al termine di una rissa.
Per lo psicologo, la violenza resta una responsabilità individuale, che va fermata e sanzionata in ogni modo, «ma oggi abbiamo competenze scientifiche che spiegano bene quali processi precedano un comportamento aggressivo e, soprattutto, dove sia possibile intervenire prima che esploda».
Gli organi di informazione individuano come elemento scatenante una presunta situazione di "ragazza contesa", descritta in termini che finiscono per ridurre la persona a un oggetto di contesa. Questo ci deve far riconoscere la necessità di una costante educazione sessuo-affettiva nella scuola, per far maturare un diverso modo di concepire e vivere le relazioni affettive, e umane in generale, nell'interesse di tutti.
«La capacità di autoregolazione emotiva non è un interruttore che si accende da sola» sottolinea lo psicologo. «È una competenza che si costruisce attraverso le relazioni, l'esempio degli adulti e l'esperienza. Un ragazzo impara anche osservando come gli adulti affrontano la rabbia, il dissenso e il conflitto. E dobbiamo riconoscere che oggi, purtroppo, in ogni tipologia di relazione, la forza del diritto – cioè di ciò che è giusto e condiviso – viene regolarmente sostituita dal diritto della forza: se posso fare qualcosa, vuol dire che posso farla, senza altro criterio. Lo vediamo nelle relazioni tra le nazioni, come testimoniato dalle guerre di invasione in corso, lo vediamo nelle relazioni sociali, dove assistiamo all'arricchimento illimitato di una minoranza di persone mentre moltitudini umane sono in difficoltà a volte estreme, lo vediamo nelle relazioni quotidiane tra persone, come ci racconta la cronaca di questi giorni. Per questo dobbiamo interrogarci sui modelli che siamo diventati di fronte alle nuove generazioni, e sul mondo che stiamo loro consegnando».
Se minacce, aggressività, sopraffazione e reazioni violente vengono proposte e percepite come strumenti abituali per ottenere rispetto, difendersi o risolvere un conflitto, possono progressivamente essere interiorizzate come modalità relazionali possibili.
«Su queste dinamiche è necessario e possibile intervenire, aiutando i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze, a riconoscere e distinguere emozioni e pensieri. Provare rabbia, ad esempio, è un'esperienza umana e fisiologica: ciò che deve essere appreso è come riconoscerla, darle un significato e regolarla senza trasformarla automaticamente in un'azione».
È qui che entra in gioco l'educazione alle emozioni, che non significa semplicemente insegnare ai ragazzi a "controllarsi". Significa aiutarli fin dall'infanzia a dare un nome a ciò che provano, comprendere da dove nasce un'emozione, tollerare la frustrazione, gestire il rifiuto, riconoscere i segnali di crescente rabbia e sviluppare strategie per riportare l'attivazione emotiva a un livello che consenta di pensare e decidere.
Per questo, accanto alla responsabilità personale, l'Ordine richiama il tema della prevenzione. L'unica possibilità che si ha di ridurre il rischio della violenza è la creazione nei contesti di vita dei ragazzi occasioni concrete di ascolto e di accompagnamento: nella scuola, nelle famiglie, nei servizi territoriali e nei luoghi di aggregazione.
«Un compito difficile, complesso e faticoso, ma entusiasmante. Dobbiamo aiutare insegnanti e genitori in ogni modo possibile, attraverso la creazione e il rafforzamento di servizi psicologici continuativi e di opportunità sociali che hanno già dimostrato efficacia» conclude il presidente dell'Ordine. «Per non rassegnarci passivamente alla deriva violenta in cui siamo immersi e di cui siamo in fondo parte. Per dare e darci la speranza attiva e operosa di migliorare noi stessi e il mondo che abitiamo. La psicologia professionale continuerà a dare il suo contributo in tal senso – che è anche l'essenza stessa del lavoro psicologico – unendolo al contributo di tutti gli altri soggetti sociali e istituzionali coinvolti».
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