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“Il Deturpatore di Trani”: odori, degrado e opere ferme, il grido d’allarme dalla zona nord

Alcuni residenti denunciano i disagi legati alle emissioni del depuratore, alla presenza dell’isola ecologica e allo stato di abbandono di alcune aree strategiche

Riceviamo e pubblichiamo la nota a firma di Giuseppe di Liddo e Lucia Di Gifico (resistenti di via Romito).
Nel nord di Trani c'è un punto preciso in cui la città cambia aria. Letteralmente. Non è segnato, non è dichiarato, non è riconoscibile su nessuna mappa ufficiale. Eppure esiste. Si percepisce prima ancora di vederlo, come certe cose che non hanno bisogno di essere nominate per farsi riconoscere.

È lì che prende forma ciò che, con un'ironia lo chiameremo "il Deturpatore di Trani". Non è un soprannome innocente. È una distorsione del linguaggio nata quando il linguaggio normale non basta più a descrivere ciò che accade. Perché qui il problema non è la presenza dell'impianto in sé, ma ciò che si diffonde attorno a esso: un'aria che cambia densità, che entra negli spazi privati senza chiedere permesso, che altera la percezione stessa della quotidianità.
Ci sono giornate in cui la zona sembra trattenere il respiro. E altre in cui lo restituisce tutto insieme, senza filtro.

Tutto questo smette di essere notizia e diventa abitudine. Una di quelle abitudini silenziose che modificano il modo in cui si vive un luogo: finestre che si chiudono senza pensarci, tempi all'aperto che si accorciano, soglie invisibili che decidono quando uno spazio è abitabile e quando non lo è.

Ma qui non si sta parlando di un vezzo, né di una sensibilità individuale. Si sta parlando di una cosa più semplice e più radicale:
- Del diritto all'aria pulita.
- Del diritto di poter tenere le finestre aperte.
- Del diritto di respirare senza che diventi una scelta condizionata dal luogo in cui si vive.
- Diritti elementari, che non dovrebbero mai diventare oggetto di abitudine.

Forse è proprio qui che il "Deturpatore" smette di essere soltanto un soprannome. Perché quando una presenza invisibile riesce a modificare il modo in cui si vive una casa, un balcone o una semplice serata estiva, non si sta più parlando di un disagio occasionale. Si sta parlando della qualità della vita.

Osservando ciò che accade attorno a questo luogo, la riflessione finisce inevitabilmente per allargarsi ad altre realtà della stessa zona.

A poca distanza, l'isola ecologica ci porta a riflettere: quanto un'infrastruttura appartiene ancora al contesto in cui si trova, quando quel contesto cambia velocemente natura e densità?

Una zona che si sta trasformando in senso residenziale e commerciale impone inevitabilmente unan riflessione sul rapporto tra servizi, spazio e vita quotidiana.

In questo contesto, ci si interroga sull'equilibrio tra infrastrutture di servizio e trasformazione urbana, chiedendo una riflessione sulla loro compatibilità con il nuovo assetto del territorio.

Non si tratta quindi di mettere in discussione l'utilità di un servizio necessario alla città, ma di interrogarsi sul rapporto tra le infrastrutture e il territorio che cambia. Le città si trasformano, crescono, assumono nuove funzioni. E forse, insieme a loro, dovrebbero evolversi anche alcune scelte che appartengono a stagioni urbanistiche diverse.

Lo stesso tema del tempo che passa e delle trasformazioni incompiute emerge osservando un'altra grande area della zona nord. L'ex area Angelini è uno di quei luoghi in cui il tempo non procede: si accumula. I lavori risultano fermi da circa due anni. Uno spazio che resta in attesa di diventare ciò che era stato immaginato. Due anni possono sembrare soltanto un dato cronologico. Ma in una città che cambia rappresentano un tempo sufficiente per trasformare l'attesa in incertezza. L'ex Angelini è oggi uno spazio sospeso tra ciò che era e ciò che avrebbe dovuto diventare. E quando i luoghi restano in attesa troppo a lungo, finiscono per raccontare una storia simile a quella di altri spazi dimenticati della città.

Tra questi, l'ex Mattatoio. Oggi appare come uno spazio fragile, segnato dal degrado e da una percezione diffusa di abbandono, con elementi che richiedono attenzione anche sul piano della sicurezza.

CONCLUSIONI
A questo punto il quadro non può più essere considerato come una somma di episodi isolati o percezioni occasionali. Il tema centrale resta uno: la presenza costante di emissioni odorigene provenienti dal depuratore, che continuano a incidere in modo diretto sulla qualità della vita quotidiana dell'area.

Si tratta di emissioni permanenti di cattivi odori, che in più momenti riportano indietro la memoria del territorio a condizioni che si ritenevano superate. Condizioni precedenti agli interventi di efficientamento realizzati negli anni scorsi, che avevano ridotto parzialmente l'impatto del depuratore, ma che oggi non sembrano più sufficienti a garantire una stabilità duratura della situazione.

A queste criticità si sommano ulteriori disagi derivanti dalla presenza dell'isola ecologica, che in alcuni momenti appare sempre più assimilabile a una gestione non pienamente ordinata degli spazi, con ricadute percepite sul decoro e sulla qualità complessiva dell'area.

Per questo motivo, diventa indispensabile che la futura amministrazione consideri questa situazione come una priorità immediata e non rinviabile.

Non si tratta di una questione secondaria o estetica, ma di un tema che riguarda direttamente la salute pubblica, la vivibilità quotidiana e il diritto fondamentale dei cittadini a vivere in un ambiente salubre.

Il "Deturpatore" non è più soltanto un nome. È un punto fisso nella percezione del luogo. Una presenza che non si descrive solo, ma si vive. E quando una condizione entra nella vita quotidiana al punto da modificare gesti elementari, allora non è più solo una questione narrativa. È una questione di diritti. Il Deturpatore è il nostro quartiere.
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