Apatheia

24 dicembre

Vi regalo una storia per il Natale

Alle 5 erano già svegli Annina e Ninuccio, con gli occhi sgranati nel loro letto di legno buono, di intarsi ed intagli barocco, si sono guardati con lo sguardo pieno di cose da fare e ne avevano di lavoro da sbrigare in una sola mattinata. Il cielo era plumbeo dietro la finestra zuccherata di brina, la stanza gelata e qualche fiocco ogni tanto scendeva lentamente come una piuma, fuori c'era il rumore di quelle giornate da vivere senza troppi pensieri. Era il 24 dicembre, il giorno della vigilia e i due nonnini avevano tanto da fare per preparare la solita degna festa ai loro sei figli e 15 nipoti. Ninuccio aveva fatto per 40 anni il ferroviere, su e giù per le rotaie, pietre gialle ed orologi fermi. Per suo nipote Marco era il capostazione, comandava ai treni di fermarsi e di partire con la sua vecchia lanterna grigia. Giorni e giorni di sole e di pioggia tra gli scambi di una vita mai cambiata. A volte si fermava a guardare le rotaie che non si incontravano mai ma che stavano sempre vicine come lui e la sua Annina, pochi soldi e sei figli da mandare avanti ma ora finalmente poteva godersi i frutti di questo treno che non si era mai fermato. Come tutti i ferrovieri, poteva viaggiare senza biglietto, lui e tutta la sua famiglia e questa era una punta di orgoglio anche perché i suoi figli, quando erano piccoli, si sentivano importanti per questo. Tutti gli anni, il primo maggio, portava i suoi figli a Venezia, partivano di notte e vi arrivavano di mattina, passavano tutto il giorno tra gondole e canali con due panini a testa nello zaino e la sera ripartivano per tornare a casa.

Per tutto l'anno i suoi figli erano sparsi per tutta l'Italia ma per le feste tornavano al paese e, forse dopo 7 anni, questa volta vi tornavano tutti insieme. Annina doveva preparare l'impasto per le frittelle e intanto Ninuccio doveva andare alla Piazza del pesce per comprare le cime di rapa e i limoni. "Mi metto la cravatta che mi hanno regalato a Natale dell'altro anno" pensava mentre l'annodava sulla camicia bianca delle feste. Fuori c'era un viavai di gente con le liste della spesa, i camion davanti alle vetrine dei negozi scaricavano pesce, frutta, vino e panettoni. I poveri e gli zingari s'impadronivano dei loro soliti negozi e dei caffè sperando di ricevere più soldi da tutta questa commossa ed insolita confusione. "Poveri zingari" pensava Ninuccio "che non possono rivedere i loro nipoti" ed elargiva loro qualche spicciolo. Le donne si muovevano più sicure e scaltre tra le bancarelle del pesce e della frutta mentre gli uomini erano un po' disorientati e guardavano con invidia quelli seduti in piazza tra i caffè che fumavano e fingevano di non essere interessati alla festa. Il prete, davanti alla chiesa, sistemava la paglia vicino alla culla nella grotta controllando il suo orologio pieno di ansia per la processione della natività mentre gli operai, sempre i soliti, sostituivano le lampadine fulminate dalle luminarie, scansando bimbi che, ridendo e schiamazzando, correvano sul sagrato gelato. Il campanile suonava rintocchi intonati, scampanii che inondavano di gioia la festa dei bimbi ed i ricordi lontani dei loro genitori. Due zampognari, soffiando nel ceppo dell'otre, percorrevano il corso principale seguiti da bimbi che intonavano insieme i canti natalizi mentre dei Babbo Natale ne prendevano in braccio alcuni facendosi accarezzare la lunga barba bianca e lasciandosi fotografare in cambio di qualche spicciolo. Ninuccio tornò a casa con le cime di rapa, i limoni e due baccalà da friggere insieme alle frittelle, accese l'albero ed il presepe perché stavano arrivando già i primi nipotini. Con i figli cominciarono a spostare le sedie, il tavolo che era sul balcone per le cene estive per unirlo a quello della sala e quello della cucina. Cominciarono spostare divani, poltrone, insomma cominciò l'opera di una vera e propria impresa di costruzioni, tra i bambini in delirio che partecipavano ai complicati preparativi. "Il tavolo della cucina non passa dall'ingresso della sala" e subito cominciavano convegni e discussioni di esperti su come farlo passare. "Mettiamolo gambe all'aria", "No, laterale", "Bisogna smontare le gambe" "Ci sbrighiamo prima se stacchiamo la porta", ognuno diceva la sua ed alla fine si faceva come tutti gli anni, si spostava la libreria davanti all'ingresso della sala. La squadra addetta all'immersione delle cartellate nel vin cotto si era già messa all'opera mentre quella dell'apertura delle cozze controllava lo stato degli arnesi e delle pirofile. Le frittelle erano stese sul tavoliere pronte ad essere farcite di acciughe, pomodoro, mozzarella e ricotta forte, alcune venivano lasciate vacanti per potervi fare la scarpetta con le cime di rapa. I mandarini profumavano di Natale e la buccia veniva utilizzata per coprire i numeri sulle cartelle della tombola, qualche libro veniva posizionato sotto le gambe del tavolo della cucina per metterlo allo stesso livello degli altri tavoli. Ormai c'erano tutti, era arrivata anche la zia con gli amaretti ed i torroncini, lo zio con le bengala e lo zio che teneva sempre il tombolone.

Per Ninuccio era più divertente e piacevole preparare la festa che viverla perché poi passava in fretta, finiva e lui ci restava male. Infatti ci restò male anche quella volta tanto che a mezzanotte, mentre brindavano e si scambiavano gli auguri, mentre erano dimezzati perché alcuni erano andati a messa, si commosse a tal punto da mettersi a piangere. Aveva un dolore alla testa da qualche settimana ed aveva prenotato una visita di nascosto da Annina all'ospedale ma gliel'avevano programmata per aprile. "Ad aprile è Pasqua" aveva pensato Ninuccio "e non ci stanno soldi per pagare un dottore a pagamento". Ninuccio non aveva mai pianto a Natale ma quell'anno pianse e quando gli chiesero perché piangesse disse: "Perché quando finisce la festa ho paura che sia l'ultima volta. Non è facile organizzare una festa così, mettere seduti attorno ad un tavolo come questo quasi trenta persone". Aveva ragione Ninuccio, non è mica facile senza di lui.
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