Apatheia

A messa con mia madre

Una valanga di suoni, stati d'animo ed emozioni

Per caso, mi son trovato in chiesa a messa, per una ricorrenza ed ero accanto a mia madre che a messa ci va ogni domenica o forse più. Io non ci andavo da almeno vent'anni o forse più. Che tenerezza! I canti sono sempre gli stessi, un po' stonati, propiziatori, benevoli e benefici come le preghiere, fatte di voci che si inseguono senza farti ben capire cosa si voglia precisamente pretendere da Dio. Una valanga di suoni, bisbigli, di donne, bizzoche esperte e bambini che sanno le preghiere a memoria come le poesie, di uomini mezzi addormentati che non vedono l'ora di tornare a casa per la sintesi della partita di pallone. Voci che non finiscono mai insieme, diventano rade, poi due, poi una che alla fine si perde echeggiante dal transetto al presbiterio. Ma mia madre aveva l'aria di chi conosce ogni mossa del prete e dei suoi chierichetti, mi guardava sottecchi con la sua aria di condanna e, peggio ancora, di perdono, soprattutto aveva l'espressione di chi, anche se non può più insegnare altro al figlio, qui, in questo luogo tutto suo, può e può dire ancora molto soprattutto ad un figlio perduto come me. Alzava la voce per farmi sapere che sapeva meglio di tutti come si prega Dio e cantava intonata più di tutti i salmi. Quando il prete ha elevato l'ostia ed il calice mia madre, che soffre di artrite e non fa altro che lamentarsi per i suoi dolori lancinanti, si è inginocchiata impavida ed orgogliosa quasi sottolineando, con il rumore dei suoi ginocchi sull'inginocchiatoio, il dovere ed il piacere di farlo.

Don Aldo, credo negli anni settanta, decise di montare dei cuscinetti mobili sul legno duro degli inginocchiatoi, una novità quasi blasfema che non esisteva in nessun'altra chiesa se non nella sua San Giuseppe. Era tanto blasfema che ogni volta, prima di elevare le particole diceva a bassa voce di abbassare lentamente i cuscini per non far rumore. Ma San Giuseppe primeggiava di novità blasfeme, mi ricordo infatti la chitarra di Fernando invece dell'organo sacro che accompagnava allegramente i salmi.

Mentre mia madre era in ginocchio pensavo che poi avrei dovuto aiutarla a rialzarsi da quella sua cieca ed indolore devozione e cercavo, nella mia memoria, di ricordare quale fosse il momento in cui bisognava alzarsi in piedi, per precipitarmi ad aiutarla. Si è alzata da sola con fierezza, contrita ma solo per scena. Poi ho notato che tutti si son seduti tranne mia madre ed un'altra decina di persone perlopiù anziane. Loro si son seduti solo dopo che il prete ha chiuso l'ostensorio. Un estremo rispetto più che devozione. Per mia madre, sedersi prima sarebbe come non accompagnare un ospite che sta andando via, sedersi e lasciarlo andar via da solo.

La messa è finita e ce ne siamo andati in pace ma mentre uscivo dalla chiesa ero pervaso dal profumo piacevole e suadente dell'incenso, profumo che ho continuato ad annusare anche fuori sui miei vestiti, ho pensato ancora a mia madre in ginocchio. Mi è venuta in mente "La madre" di Giuseppe Ungaretti che era in ginocchio, decisa, era una statua davanti all'eterno, come già l'eterno la vedeva quando era ancora in vita. Mi sono augurato che mia madre avesse ragione su Dio, non tanto per me che non lo meriterei ma per lei che, un po' zoppicante, va sentendosi laudare benignamente d'umiltà vestuta, nella sua chiesa, tra le sue madonne, i suoi santi e soprattutto il suo prete che se non la vede arrivare si preoccupa e la chiama. Ci resterebbe davvero male altrimenti.
La madre di Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d'un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d'ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all'eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m'avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d'avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.
    Apatheia

    Apatheia

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