Apatheia

L’amica morte

La storia di Pietro: oltre alla terapia possiamo avere un buon motivo per vivere o per sopravvivere

Un giorno arrivò in reparto Pietro, un contadino di sessantacinque anni a cui avevano diagnosticato un tumore in stato avanzato. Dopo l'intervento chirurgico non gli diedero molte speranze, gli dissero che sarebbe vissuto al massimo altri due o tre mesi e gli consigliarono di venire da noi per tentare di migliorare questa aspettativa di qualche mese con un ciclo di chemioterapia. Arrivò accompagnato dalla moglie e i figli, sembrava che lo avessero portato lì con la forza. Infatti la prima cosa che disse quando entrò nella stanza del medico che doveva visitarlo fu: «Non so me vist midc ind alla vita mei, tutt mo l stac a vdè» («Non ho mai visto medici nella mia vita, tutti ora li sto vedendo). Aveva compreso la sua grave situazione ma non era spaventato, un po' preoccupato, non era la morte a spaventarlo ma gli aghi, le siringhe e il sangue, sapeva che la vita era come la sua terra, si semina, si nasce e si muore.

La moglie di Pietro era una donna di chiesa, a lei non avevano detto tutta la verità, le avevano detto qualcosa, ma nulla che lasciasse presagire morte o cose del genere. Lei però aveva intuito che qualcosa non andasse per il verso giusto e pregava la Madonna affinché intercedesse presso Dio per far guarire suo marito Pietro.

Pietro invece era un contadino, Dio probabilmente c'era ma a lui importava poco, lui viveva di lune e di soli, di giorni per piantare e giorni per raccogliere, di pioggia e di vento, sere di formaggio e vino, notti sfinite. Erano i giorni della semina il suo Dio anzi la vita vissuta giorno per giorno. Quando gli infilavo l'ago in vena per somministrargli la chemioterapia, Pietro urlava e poi sveniva come se qualcuno lo stesse accoltellando ma poi si riprendeva e tornava ad avere il suo distacco giornaliero dalle cose, un distacco amorevole, Pietro odorava di terra. Spesso capitava che si trovasse, per la somministrazione della chemio, nella stessa stanza con una donna molto ricca, colta e raffinata, tanto raffinata che la finezza sembrava aggraziare anche i segni disumani e feroci di quella morte imminente che si portavano sulla testa. Pietro la osservava, poi diceva che il suo orto era accanto al camposanto e che mentre zappava vedeva passare i funerali di tutti, ricchi e poveri. La donna non ci faceva caso.

Pietro è durato due anni anziché due mesi come tutti pensavano e lui stesso ci ha spiegato il motivo di questa inattesa sopravvivenza. Quando veniva da noi per fare la chemioterapia diceva: «Dottò ie non pozz mrè mo pcchè teng da piantè l mlanzan» («Dottore non posso morire adesso perché devo piantare le melanzane»). Un'altra volta: «Dottore non posso morire ora perché devo preparare le bottiglie di salsa». Ancora: «Oggi non posso morire perché devo piantare i pomodori». Un giorno ci spiegò: «Devo insegnare queste cose a mio figlio, poi potrò morire». Questo suo impegno e questa sua preoccupazione lo hanno fatto vivere per altri due anni, non la chemioterapia ma questo suo dovere di padre, di contadino. Diceva: «La morte è amica mia, sa che deve aspettare».

Un giorno ebbero un piccolo incidente con l'auto proprio mentre lo accompagnavano a fare la chemio, nulla di grave ma lui si sentì molto in colpa nei confronti del figlio e qualche giorno dopo morì.

Pietro era un contadino e con le sue certezze matematiche che gli venivano dalla terra, di vita vissuta giorno per giorno, ci ha insegnato che oltre alla medicina, oltre alla terapia, possiamo avere un buon motivo per vivere o per sopravvivere.
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