Apatheia

La fine del ventennio

Un senso di vuoto più che di liberazione

Anche questo ventennio sta per finire. Ho un senso di vuoto più che di liberazione. È come quando uno scopre di avere un brutto male che per essere debellato necessita di un intervento importante e demolitivo. Per sopravvivere, naturalmente egli accetta che gli venga amputata una gamba ad esempio. È salvo ma senza una gamba, è vivo ma non potrà più correre. Il male ha corroso profondamente, prima di venire eliminato, ha trascinato anche la parte sana. Ha lasciato un vuoto che per un istante appanna la vista dell'uomo libero. Lo lascia intontito, sbandato, incredulo, basito. È come la fine di una sanguinosa guerra, i vinti si guardano, si scrutano tra le macerie che fino a quel momento erano trincee dove trovare rifugio. Ora sono resti di vite e case distrutte. Gli orizzonti sono lontani e visibili da tutte le parti. Bisogna ricominciare. Da zero.

Basta con governi parassiti, nazionali e cittadini, che depredano e saccheggiano il popolo. Basta con uomini che sono al potere da sempre e sono amici sempre delle stesse persone, sia che siano di destra che di sinistra. Basta con uomini che sono gli stessi sempre e ovunque ci sia denaro da prendere. Basta ad un mondo dove una madre non può comprare le scarpe per il suo bambino e c'è chi percepisce 60.000 euro, obolo pletorico anche per chi moltiplicasse pani e pesci. Basta per le opportunità ereditarie. Le opportunità devono essere uguali, tutti sulla stessa linea di partenza e si aspetta chi resta indietro.

Certo limitarsi a dire che sono tutti uguali è un locus plurium inutile e dannoso. Meglio un sano razzismo in certi periodi, meglio l'odio per dire che siamo diversi, meglio il combattimento che il compromesso. Meglio fare la guerra e perdere che la pace per vincere. Non accetto questo stato di cose. Limitarsi a dire che la politica è sporca ovvero la polis, la città è sporca e non provare a ripulirla, ad esempio non delegando altri, prendendosi l'onere e l'onore, mi sembra tipico di quel girone dantesco che ospitava un certo Celestino V. Il tempo per i nichilisti-intraprendenti-vanesi è finito. Dobbiamo partire dal basso, dal popolo perché è il popolo che conosce i problemi. Il giovane disoccupato, il lavoratore sfruttato, il padre o la madre di famiglia che perde il lavoro, il pensionato che non arriva a fine mese, chi resta solo e necessita di assistenza. Siamo noi che conosciamo i problemi e solo noi possiamo risolverli non chi abita in lussuose ville o gira per circoli riservati. Ai borghesi, oggi, diamo la loro divisa. Possiamo provarci.

Nessuno potrà farlo per noi. È inutile strepitare con aria persuasa: «Ecce homo». Non c'è l'uomo se non quello tra gli uomini e che si confronta con questi, senza timore di diminuire o scalfire la sua leggenda, senza prosopopea. L'uomo su cui scommettere è un uomo che non teme il popolo, non ha paura di essere come il suo popolo, non si vergogna di tornare ad essere uno qualunque nel suo popolo.

Non potrà farlo il personaggio in della città, che diventerebbe solo lo scudo, il prestanome di altri, dei soliti veterani della politica, che ci hanno condotto impunemente fino a questa tragica situazione. Non potrà farlo il vecchio, esperto, ferrato, solito decano politico, non l'ha fatto in tanti anni di onorevole attività politica, perché dovrebbe farlo ora? Nemmeno il bravo padre, il padre premuroso, amorevole con i suoi figli. Questo non basta. Il sindaco nuovo che vogliamo deve denunciare ogni illegalità, deve rilanciare la città, deve garantire la giustizia e l'uguaglianza dei cittadini, delle strade, dei quartieri. Il sindaco che voglio, devo incontrarlo per strada, nel supermercato, dal farmacista. Devo dargli il tu come fanno i cristiani quando pregano Dio. Non deve essere un nome o un fantasma. Non deve essere come un padre con i suoi figli. Deve andare oltre. È facile essere amorevoli con i propri figli. Quasi tutti sanno esserlo anche gli assassini. Deve essere giusto con tutti i figli della città.

Ovunque si cercano uomini simbolo, eroi che arrivano sempre dopo il saccheggio, uomini super partes. È la disperazione che ci fa credere nell'esistenza di queste divinità. La speranza è la forza del tiranno. La sapienza ci rende uguali. Nemmeno dio è super partes altrimenti non ci sarebbero così tanti dei ognuno per difendere i confini di questo o quel popolo.

Limitarsi a dire che il mio è un sogno o un incubo senza indicare un'altra strada sicura, reale o realistica è inutile. Non è il tempo.

Ernesto Guevara de la Serna diceva: «Quando si sogna da soli è un sogno, quando si sogna in due comincia la realtà». Ho scoperto che qualcun altro sta facendo il mio stesso sogno. Vogliamo provare?
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