Apatheia

Il fumo dei mesi e la distanza

Il calendario dei ricordi

Mentre tornavo a casa all'alba dopo una nottataccia di lavoro, all'orizzonte un fumo grigio e nero saliva lento disegnando esse ed o, s'intrecciava ora col sole ora col vento e si vestiva di nebbia ed rugiada. È luglio, i prunai che lambiscono le strade roventi s'infuocano silenziosi e fumano qua e là danzanti fino ai temporali irruenti dell'estate, il profumo del sole e del sale dei bambini che saltano sulle onde, la sabbia che raschia il pavimento, la frutta fredda e l'acqua.

Ad agosto, le sagre e le feste di paese, le processioni, le strade illuminate, le Madonne ed i Santi, i confratelli e le donne vestite di nero. Le bancarelle degli uomini colorati, neri come la notte che se ti sorridono per prendersi in giro, i loro denti bianchi possono accecarti ed i loro occhi tornare per un attimo a casa. Fumano la loro stanchezza distesi sui marciapiedi, scansati dalle nostre passeggiate e cacciati dalla polizia. A settembre, ricomincia la scuola, i bambini coi grembiuli bianchi e blu, l'aria fredda che presto si riscalda, le ultime onde di mare, l'odore dei libri nuovi e le storie di quelli di seconda mano strappati, scritti, firmati. Li ho venduti per uscire la sera e li rivorrei tutti indietro.

Nel mese di ottobre mi piace passeggiare di domenica mattina per le vie del centro, respirare le prime frescure aggrottato da quel sole non ancora freddo e, soprattutto, camminare nella nebbia che fuma dai fruttivendoli aperti insoliti al dì di festa per vendere le caldarroste. Fumano gli angoli del paese, rendono l'aria profumata, sfocano le case ed i volti dei viandanti. Quando ne ho voglia, preferisco acquistarle crude, cuocermele a casa, inciderle una ad una come faceva mia nonna, metterle nella padella forata e starmene vicino ai fornelli a girarle e rigirarle mentre il fumo si insinua in ogni angolo della casa e della memoria. Le castagne arrostite mi ricordano novembre. Che mese è novembre! È il mese dei morti, dell'odore dei crisantemi, dei lumini rossi, dei cimiteri affollati pronti e tornare semivuoti, poi il profumo delle castagne, delle domeniche di ragù. A fine novembre, ancora pervasi di cenere, carbone e castagne, cominciava, dalla domenica del Cristo Re ma per noi bambini ancor prima, la voglia di Natale, di luci, di festa. Mamma addobbiamo l'albero, facciamo il presepe? Deve prima passare il mese dei morti.

Mia madre, la notte tra l'uno ed il due novembre, lascia la tavola apparecchiata per la notte. Quando eravamo bambini ci raccontava che in quella notte le anime dei nostri cari defunti, tornavano per visitarci. Una notte piena di paura ma anche magia, speranza, dubbi. Ricordo che una volta feci un segno sulla bottiglia di vino così la mattina avrei potuto verificare se qualcuno avesse bevuto. Non ho mai potuto verificarlo perché mia madre si svegliava sempre prima di noi e sparecchiava per poi dirci che avevano spazzolato tutto soddisfatti.

Poi arrivava dicembre, l'aria più fredda, pungente, le prime luci colorate sui balconi. Abitavo di fronte alla chiesa di San Giuseppe, è la chiesa da dove si avvia, il ventiquattro dicembre, la processione della natività. I preparativi fervevano fin dai primi giorni di dicembre e pochi giorni prima dell'inizio della novena, intorno all'otto, la chiesa veniva interamente ricoperta di luci. Erano talmente luminose che anche la mia stanza sembrava un presepio. Nella strada i ragazzi si divertivano sparando miccette e l'aria si inondava di fumo e odore di polvere da sparo. Il fumo sfocava le case ed i volti dei viandanti, affievoliva la tristezza dell'anno che ci lasciava.

A gennaio il freddo congela il respiro che diventa come fumo, fumo che circonda le parole e gli sguardi delle persone accorte. È da poco iniziato un nuovo anno, figlio del freddo e di una notte di festa, echeggiano tintinnii di bicchieri, brindisi che ingannano i dolori dell'anno finito abbracci e strette di mano augurali per un anno migliore. Siamo più vecchi di un anno ma siamo sopravvissuti e speriamo di camminare di mese in mese per fare di nuovo festa, per bere ancora un altro spumante.

Febbraio è il mese dei bambini e, forse, è il mese più odiato dagli adulti. Corto e amaro. Infastiditi dai colori, dai coriandoli tra i capelli e delle stelle filanti che si aggrovigliano ai legacci. I coriandoli volano in piazza, diventano fumo, fanno riflessi colorati, si infilano negli spazi più impensati e resistono per anni, le voci e le risa attutiscono i pensieri, i loro passi di corsa, zigzagano tra i nostri cellulari, la nostra stanchezza del lavoro o del non lavoro.

A marzo, dopo le maschere e i colori, arrivava più forte della primavera, impassibile, seria e triste la quaresima. Ma a noi bambini non ci faceva un baffo. Sapevamo che sarebbe passata e che ci aspettava di nuovo una festa. Intanto l'alito non diventava più fumo, la natura iniziava piano piano a risvegliarsi, il sole ad essere meno timido. Si poteva correre in villa tra una pioggia ed un arcobaleno. Il fumo che si alzava sotto le nostre scarpe mentre ci rincorrevamo sulla lumaca rendeva fioco il suono dei rimproveri di papà e mamma intenti a discutere sui loro affanni. Le sbucciature alle ginocchia da nascondere per non avere il resto.

Aprile, l'odore forte dell'incenso, il sagrestano si ergea fiero col petto e con la fronte, dondolando il suo turibolo lucidato ed il fumo impregnava ogni cosa. Era il mese delle processioni, dei sepolcri, delle scarcelle. Il giovedì santo, tutti rigorosamente insieme, si andava a fare i sepolcri, le chiese che dovevano essere rigorosamente dispari e non meno di sette. La notte alla tre, la Madonna vestita di nero, i pianti, le urla e mia nonna in lacrime che ci ammoniva solenne: «Zitti, esce la Madonna!». Il sabato alle tre di pomeriggio la processione dei misteri, e dopo si correva a casa perché tutti insieme bisognava preparare lo gileppo. I profumi invadevano senza difesa ogni parola ed ogni sguardo della famiglia. Lo gileppo bisognava girarlo sempre nello stesso senso e non ci dovevano stare nelle vicinanze donne col mese.

A maggio nascevano i fiori, mio padre ci portava in campagna, passeggiavamo tra i profumi delle rose e delle viole, il fumo dei rovi bruciati dai contadini. A giugno finiva la scuola, il fumo sprigionato dei cancellini impregnati di polvere di gesso che ci lanciavamo addosso, i professori eleganti e severi, la lavagna piena di poesie, l'odore dei banchi neri.

È luglio, è di nuovo luglio.
  • Rino Negrogno
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La rubrica di Rino Negrogno

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