
Politica
Rino Negrogno: «La precarietà non salva»
Intervento del responsabile delle politiche sociali e del lavoro di Sel
Trani - mercoledì 26 febbraio 2014
10.00
In un sistema plutocratico immorale e senza vie d'uscita come il nostro, si può promuovere una utopia meritocratica senza che il merito sia acquistabile o quantomeno vi sia la certezza che sia reale e scevro dalla morale imposta dalla stessa plutocrazia vigente? Se il plutocrate di turno impone che uno dei suoi sia dirigente, ministro o assessore acquistandone il merito dal politico a cui ha permesso con i suoi soldi di comprare i voti per essere eletto, chi e come proverà di essere il vero meritevole senza essere immorale, folle? Potremmo anche chiederci quale sarebbe stato il vero politico eletto senza i soldi di quel plutocrate e di conseguenza quali sarebbero stati i dirigenti meritevoli ed i loro subordinati? In tutto questo vince chi è nato sul podio e perde che deve guadagnarsi da vivere.
La flessibilità e quindi la precarietà si inserirebbero in questa, da certi figuri agognata, ballata della meritocrazia dove chi merita lavora e chi non merita non lavora o lavora meno. Ma come si stabilisce il merito? Faccio un esempio elementare: il capo chiede di svolgere delle mansioni non adeguate al ruolo ed allo stipendio di un gruppo di lavoratori precari perché egli sa che piùfa produrre ad un determinato costo, più sarà ritenuto migliore di altri capi. A queste richieste, due lavoratori si adeguano mentre altri due no. Chi dei quattro lavoratori verrà ritenuto meritevole? Si dirà che i due che hanno assecondato il capo sono dei bravi lavoratori e saranno assunti di nuovo perché hanno permesso al capo di produrre di più ed all'azienda di guadagnare di più senza aumentare né i costi né tantomeno gli stipendi giacché la qualifica dei lavoratori è rimasta inferiore rispetto alle mansioni. I lavoratori che hanno fatto valere i loro diritti verranno ritenuti dei pessimi lavoratori quindi non lavoreranno più o lavoreranno di meno. I due che lavorano di meno, essendo precari, probabilmente non potranno nemmeno pagare un affitto ma sicuramente non contrarranno un mutuo per acquistare una casa quindi il costruttore costruirà meno case e quelli che lavorano nell'edilizia non lavoreranno, i venditori di materiale per l'edilizia non venderanno, chiuderanno la loro attività ed i dipendenti, sia quelli esemplari che quelli indomiti, resteranno senza lavoro ed aumenteranno il numero dei precari da dove bisognerà a piacere scegliere quelli più meritevoli.
I figli dei lavoratori potranno vivere degnamente, quindi essere liberi di crescere, studiare, creare, progettare e staccarsi dalla famiglia, in base alle richieste del capo dei loro padri. Sempre che un lavoratore non usi altri stratagemmi meno ortodossi ma "comprensibili" per superare gli altri. I figli dei lavoratori più flessibili tenteranno, spesso invano, concorsi per accedere a facoltà universitarie a numero sempre più chiuso, si laureeranno con grandi sacrifici, se i padri non si umilieranno e saranno quindi resi stabilmente precari, dovranno farlo loro lavando i piatti a poco prezzo in qualche locale fino alle tre del mattino per poi entrare finalmente anche loro a pieno titolo in questo ciclo vorticoso, viziato e plutocratico della meritocrazia e della precarietà.
I 16 vigili di Trani sono un esempio di questa esasperata ed inumana precarietà. Prima si costringono dei lavoratori alla precarietà resa più atroce dalla speranza opportunamente rinforzata da proroghe in vista di stabilizzazioni e poi improvvisamente tutto finisce con un impietoso arrivederci e grazie anzi addio. Gli uomini, le loro speranze, i loro sogni e soprattutto, le loro famiglie, non servono più, non interessa a nessuno quello che accadrà loro dopo, dopo quella destabilizzante precarietà che finisce per diventare, dall'abisso, l'unica possibile salvazione. Se è vero che la stabilizzazione non tiene conto del merito misurabile con un eventuale concorso, è vero anche che non dovrebbe essere permessa questa lunga agonia del lavoro precario anche perché il lavoratore precario prorogato ed illuso, non cerca alternative e si ritrova, dopo anni di instabilità, finito. Quando si commette l'errore, inconsapevolmente o consapevolmente se non volontariamente di prorogare per anni la precarietà e la speranza, l'unico rimedio possibile per rimediare al danno ed agli anni sottratti irrimediabilmente, dovrebbe essere la stabilizzazione del lavoratore, di tutti.
La flessibilità e quindi la precarietà si inserirebbero in questa, da certi figuri agognata, ballata della meritocrazia dove chi merita lavora e chi non merita non lavora o lavora meno. Ma come si stabilisce il merito? Faccio un esempio elementare: il capo chiede di svolgere delle mansioni non adeguate al ruolo ed allo stipendio di un gruppo di lavoratori precari perché egli sa che piùfa produrre ad un determinato costo, più sarà ritenuto migliore di altri capi. A queste richieste, due lavoratori si adeguano mentre altri due no. Chi dei quattro lavoratori verrà ritenuto meritevole? Si dirà che i due che hanno assecondato il capo sono dei bravi lavoratori e saranno assunti di nuovo perché hanno permesso al capo di produrre di più ed all'azienda di guadagnare di più senza aumentare né i costi né tantomeno gli stipendi giacché la qualifica dei lavoratori è rimasta inferiore rispetto alle mansioni. I lavoratori che hanno fatto valere i loro diritti verranno ritenuti dei pessimi lavoratori quindi non lavoreranno più o lavoreranno di meno. I due che lavorano di meno, essendo precari, probabilmente non potranno nemmeno pagare un affitto ma sicuramente non contrarranno un mutuo per acquistare una casa quindi il costruttore costruirà meno case e quelli che lavorano nell'edilizia non lavoreranno, i venditori di materiale per l'edilizia non venderanno, chiuderanno la loro attività ed i dipendenti, sia quelli esemplari che quelli indomiti, resteranno senza lavoro ed aumenteranno il numero dei precari da dove bisognerà a piacere scegliere quelli più meritevoli.
I figli dei lavoratori potranno vivere degnamente, quindi essere liberi di crescere, studiare, creare, progettare e staccarsi dalla famiglia, in base alle richieste del capo dei loro padri. Sempre che un lavoratore non usi altri stratagemmi meno ortodossi ma "comprensibili" per superare gli altri. I figli dei lavoratori più flessibili tenteranno, spesso invano, concorsi per accedere a facoltà universitarie a numero sempre più chiuso, si laureeranno con grandi sacrifici, se i padri non si umilieranno e saranno quindi resi stabilmente precari, dovranno farlo loro lavando i piatti a poco prezzo in qualche locale fino alle tre del mattino per poi entrare finalmente anche loro a pieno titolo in questo ciclo vorticoso, viziato e plutocratico della meritocrazia e della precarietà.
I 16 vigili di Trani sono un esempio di questa esasperata ed inumana precarietà. Prima si costringono dei lavoratori alla precarietà resa più atroce dalla speranza opportunamente rinforzata da proroghe in vista di stabilizzazioni e poi improvvisamente tutto finisce con un impietoso arrivederci e grazie anzi addio. Gli uomini, le loro speranze, i loro sogni e soprattutto, le loro famiglie, non servono più, non interessa a nessuno quello che accadrà loro dopo, dopo quella destabilizzante precarietà che finisce per diventare, dall'abisso, l'unica possibile salvazione. Se è vero che la stabilizzazione non tiene conto del merito misurabile con un eventuale concorso, è vero anche che non dovrebbe essere permessa questa lunga agonia del lavoro precario anche perché il lavoratore precario prorogato ed illuso, non cerca alternative e si ritrova, dopo anni di instabilità, finito. Quando si commette l'errore, inconsapevolmente o consapevolmente se non volontariamente di prorogare per anni la precarietà e la speranza, l'unico rimedio possibile per rimediare al danno ed agli anni sottratti irrimediabilmente, dovrebbe essere la stabilizzazione del lavoratore, di tutti.
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