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Cronaca
Lorena, un lutto che riguarda tutti noi. Il Centro SAVE di Trani: «Insegniamo ad accettare i no»
"Fondamentale il lavoro sinergico di rete e rafforzare in modo decisivo la collaborazione tra i Servizi Sociali, le Forze dell'Ordine, i Pronto Soccorso e l'intera cittadinanza»
Trani - mercoledì 9 settembre 2026
A Squinzano si sono celebrati i funerali di Lorena Isceri, 45 anni, originaria del Salento, uccisa nei giorni scorsi dall'ex compagno Federico Vella, che dopo averla rapita sotto casa a Firenze e rinchiusa nel bagagliaio della sua automobile l'ha gettata da un viadotto dell'A1, a Barberino del Mugello. Ed è doveroso sentire che il lutto per Lorena riguarda tutti noi. Lo ha ribadito la testimonianza del Centro antiviolenza SAVE di Trani, che ogni giorno ascolta e accoglie le richieste di aiuto di tante ragazze e tante donne e dove le operatrici, proprio per questo, si sentono coinvolte in prima persona in ciò che è accaduto.
È una vicenda che dovrebbe riguardare tutti noi, responsabili di una comunità che spesso non si capisce bene dove stia andando e proprio dentro questo prezioso servizio che esiste a Trani, il senso di responsabilità cresce sempre di più.
La bara bianca di Lorena ha attraversato una comunità intera stretta nel dolore, tra la chiesa gremita, il maxischermo sul sagrato, i palloncini rossi e bianchi e gli amici che hanno voluto accompagnarla con uno striscione: «Lorena sei cresciuta con noi, ora cammini nella luce, ma resterai per sempre qui, dove sei amata».
Ma sono state soprattutto le immagini del padre Franco a raccontare, senza bisogno di altre parole, quello che accade quando una figlia muore e un genitore deve lasciarla andare, ciò che nessun genitore dovrebbe mai essere costretto a fare. Prima ha baciato la fotografia di Lorena appoggiata sulla bara, poi l'ha sollevata davanti alle centinaia di persone presenti, mentre l'applauso cresceva dentro e fuori dalla chiesa, e in quel momento l'uomo che nei giorni scorsi aveva rivolto alla politica un appello perché si trovasse finalmente il modo di fermare questa strage è tornato a essere semplicemente un papà che non voleva lasciare andare la sua adorata figlia.
La scena di quel padre che insegue una bara, ma anche quella delle videocamere e delle macchine fotografiche che riprendono una scena troppe volte vista, lascia addosso un senso di impotenza drammatico, di un dejavu che rasenta lo spettacolo della retorica e della cronaca del dolore. È questo il punto: serve qualcosa che vada alla radice del problema tra i più giovani, ma che arrivi anche al nocciolo della questione tra gli uomini e le loro idee consolidate.
È difficile, davanti a immagini come queste, non sentirsi in qualche modo tutte sorelle, madri, amiche di Lorena, come se la sua storia entrasse improvvisamente nelle nostre case e nelle nostre paure, perché ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che non accetta la sua volontà, la sua autonomia, la sua decisione di interrompere una relazione, il lutto non può essere soltanto quello della famiglia che quella donna lascia.
Lo scrive con parole nette il Centro SAVE – Centro antiviolenza di Trani, che da anni incontra sul territorio donne che cercano uno spazio sicuro nel quale poter raccontare quello che stanno vivendo, spesso quando ancora non riescono a chiamarlo violenza.
«Ci stanno dicendo che i femminicidi sono in calo e che non c'è alcuna necessità di distinguere il femminicidio da un qualsiasi altro omicidio. Ma finché una donna continuerà a essere uccisa in quanto donna — perché sceglie di dire "No", perché sceglie di essere autonoma e indipendente, o perché decide di separarsi — noi non possiamo e non dobbiamo spegnere i riflettori».
Oggi, però, ci sono addirittura forze politiche che enfatizzano o negano la natura stessa del femminicidio, come se riconoscere il carattere specifico di questa violenza significasse fare una distinzione ideologica o inutile. Ma chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per comprenderle e per affrontarle. Negare che esista una violenza legata al fatto di essere donna significa rendere ancora più difficile il lavoro di chi ogni giorno prova a proteggere, ascoltare e accompagnare chi chiede aiuto.
È questo il punto sul quale vale la pena fermarsi, anche mentre il Paese guarda alle immagini del funerale di Lorena: i numeri possono raccontare una tendenza, possono essere utilizzati per stabilire se un fenomeno cresce o diminuisce, ma davanti a una sola donna uccisa perché ha esercitato la propria libertà, davanti a una sola famiglia costretta a stringere una bara invece di una figlia, una sorella, una compagna, un'amica, quel numero resta comunque una sconfitta.
E il caso di Lorena, per la sua ferocia, per quei venti minuti di agonia raccontati nelle ricostruzioni e per ciò che è emerso sull'aggressione, appare emblematico e agghiacciante, anche perché l'autopsia ha stabilito che la donna era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto.
«Ma quante "Lorena" o "Giulia", o come le nostre concittadine Teresa e Patrizia, ci sono ancora? Quante donne vivono tuttora nel terrore, con la costante paura che la persona con cui condividono la vita — da anni o da troppo poco tempo — possa da un momento all'altro fare loro qualcosa di grave?», si chiede il Centro SAVE.
La domanda non è retorica, perché dietro le cronache che arrivano ogni giorno ci sono donne che continuano a vivere dentro relazioni segnate dalla paura, donne che spesso arrivano a chiedere aiuto dopo avere sopportato a lungo, cercando di convincersi che quella gelosia sia amore, che quel controllo sia preoccupazione, che quella minaccia sia soltanto un momento di rabbia, che quella persona che amano possa cambiare.
«Sono tantissime le donne che incontriamo ancora oggi — circa 70 da gennaio, oltre a una trentina di appuntamenti mai concretizzati — che desiderano soltanto vivere libere, ma non possono farlo per timore. Donne che hanno paura persino di denunciare, spaventate dall'idea di peggiorare la propria situazione o di rimanere sole».
Ed è proprio qui che il dolore per Lorena torna a essere una responsabilità collettiva, perché non basta indignarsi quando una donna viene uccisa, non basta accendere i riflettori nei giorni immediatamente successivi a un femminicidio e poi lasciarli spegnere fino alla prossima tragedia, così come non basta chiedere alle donne di riconoscere i segnali se poi, intorno a loro, non esiste una rete capace di raccogliere quella paura e trasformarla in protezione.
«Per questo è fondamentale incrementare e affinare il lavoro sinergico di rete. Sul nostro territorio la rete funziona bene, ma dobbiamo rafforzare in modo decisivo la collaborazione tra i Servizi Sociali, le Forze dell'Ordine, i Pronto Soccorso e l'intera cittadinanza».
Un concetto che oggi è tornato anche nelle parole del presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, che ha raccontato di avere parlato telefonicamente con Franco Isceri e di essere rimasto profondamente colpito dalla sua voce e dalla sua dignità, rilanciando la richiesta di lavorare sull'educazione all'affettività e al rispetto, a partire dalla scuola. «Non esistono ragioni per ammazzare. L'amore e la violenza non sono conciliabili», ha scritto Decaro, chiedendo che ai bambini e ai ragazzi venga insegnato fin dai primi anni che cosa significa amare.
Perché la prevenzione, quella vera, comincia molto prima della denuncia, molto prima del pronto soccorso, molto prima di una telefonata alle forze dell'ordine, e forse comincia proprio nel modo in cui insegniamo a un bambino che l'altro non gli appartiene, che un rifiuto non è un'offesa, che una separazione non è una colpa, che una donna non perde il diritto di essere libera nel momento in cui decide di non amare più un uomo.
«Dobbiamo entrare nelle scuole, nelle parrocchie e in tutti i luoghi di aggregazione per arrivare alle famiglie, agli uomini, alle donne, ai ragazzi e alle ragazze per parlare di educazione sesso-affettiva e per promuovere la cultura della non violenza, del non possesso, della gentilezza e del rispetto reciproco. Insegniamo ad accettare i "no"».
Sono parole che oggi acquistano un peso ancora maggiore, mentre Squinzano saluta Lorena e mentre il padre, dopo avere parlato nei giorni scorsi a un'Italia intera chiedendo alla politica di mettere da parte divisioni e appartenenze per affrontare insieme il problema, stringe per l'ultima volta la bara bianca della figlia.
E forse proprio dalle sue parole bisogna ripartire, perché il suo appello non è soltanto quello di un padre che chiede giustizia per Lorena, ma quello di un uomo che chiede agli altri uomini, alle istituzioni, alla politica e alla società intera di non considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.
«Facciamo nostre le parole disperate e coraggiose del papà di Lorena: lavoriamo tutti insieme affinché tutto questo non accada mai più», conclude il Centro SAVE.
E allora oggi il lutto di Lorena riguarda tutti noi, anche Trani, anche le nostre comunità, anche quelle donne che forse in questo momento stanno ancora cercando il coraggio di dire ad alta voce che hanno paura. Perché a Trani esiste un Centro antiviolenza, esistono professioniste che possono ascoltare, aiutare a leggere i segnali, distinguere la crisi di una relazione dal pericolo concreto, costruire insieme una via d'uscita quando una donna non riesce ancora a vederla.
Perché forse è proprio questo che dobbiamo imparare dalle storie che finiscono troppo spesso sulle pagine di cronaca: non aspettare che il pericolo diventi tragedia, non chiedere a una donna perché non abbia denunciato prima, non giudicare il momento in cui ha deciso di chiedere aiuto, ma costruire intorno a lei una rete abbastanza forte da permetterle di uscire dalla paura.
Lorena oggi non può più farlo. Ma altre donne sì. E per loro, per le nostre Teresa, per Patrizia, per tutte le donne che hanno paura e per quelle che ancora non hanno trovato le parole per dirlo, i riflettori non devono spegnersi.
È una vicenda che dovrebbe riguardare tutti noi, responsabili di una comunità che spesso non si capisce bene dove stia andando e proprio dentro questo prezioso servizio che esiste a Trani, il senso di responsabilità cresce sempre di più.
La bara bianca di Lorena ha attraversato una comunità intera stretta nel dolore, tra la chiesa gremita, il maxischermo sul sagrato, i palloncini rossi e bianchi e gli amici che hanno voluto accompagnarla con uno striscione: «Lorena sei cresciuta con noi, ora cammini nella luce, ma resterai per sempre qui, dove sei amata».
Ma sono state soprattutto le immagini del padre Franco a raccontare, senza bisogno di altre parole, quello che accade quando una figlia muore e un genitore deve lasciarla andare, ciò che nessun genitore dovrebbe mai essere costretto a fare. Prima ha baciato la fotografia di Lorena appoggiata sulla bara, poi l'ha sollevata davanti alle centinaia di persone presenti, mentre l'applauso cresceva dentro e fuori dalla chiesa, e in quel momento l'uomo che nei giorni scorsi aveva rivolto alla politica un appello perché si trovasse finalmente il modo di fermare questa strage è tornato a essere semplicemente un papà che non voleva lasciare andare la sua adorata figlia.
La scena di quel padre che insegue una bara, ma anche quella delle videocamere e delle macchine fotografiche che riprendono una scena troppe volte vista, lascia addosso un senso di impotenza drammatico, di un dejavu che rasenta lo spettacolo della retorica e della cronaca del dolore. È questo il punto: serve qualcosa che vada alla radice del problema tra i più giovani, ma che arrivi anche al nocciolo della questione tra gli uomini e le loro idee consolidate.
È difficile, davanti a immagini come queste, non sentirsi in qualche modo tutte sorelle, madri, amiche di Lorena, come se la sua storia entrasse improvvisamente nelle nostre case e nelle nostre paure, perché ogni volta che una donna viene uccisa da un uomo che non accetta la sua volontà, la sua autonomia, la sua decisione di interrompere una relazione, il lutto non può essere soltanto quello della famiglia che quella donna lascia.
Lo scrive con parole nette il Centro SAVE – Centro antiviolenza di Trani, che da anni incontra sul territorio donne che cercano uno spazio sicuro nel quale poter raccontare quello che stanno vivendo, spesso quando ancora non riescono a chiamarlo violenza.
«Ci stanno dicendo che i femminicidi sono in calo e che non c'è alcuna necessità di distinguere il femminicidio da un qualsiasi altro omicidio. Ma finché una donna continuerà a essere uccisa in quanto donna — perché sceglie di dire "No", perché sceglie di essere autonoma e indipendente, o perché decide di separarsi — noi non possiamo e non dobbiamo spegnere i riflettori».
Oggi, però, ci sono addirittura forze politiche che enfatizzano o negano la natura stessa del femminicidio, come se riconoscere il carattere specifico di questa violenza significasse fare una distinzione ideologica o inutile. Ma chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per comprenderle e per affrontarle. Negare che esista una violenza legata al fatto di essere donna significa rendere ancora più difficile il lavoro di chi ogni giorno prova a proteggere, ascoltare e accompagnare chi chiede aiuto.
È questo il punto sul quale vale la pena fermarsi, anche mentre il Paese guarda alle immagini del funerale di Lorena: i numeri possono raccontare una tendenza, possono essere utilizzati per stabilire se un fenomeno cresce o diminuisce, ma davanti a una sola donna uccisa perché ha esercitato la propria libertà, davanti a una sola famiglia costretta a stringere una bara invece di una figlia, una sorella, una compagna, un'amica, quel numero resta comunque una sconfitta.
E il caso di Lorena, per la sua ferocia, per quei venti minuti di agonia raccontati nelle ricostruzioni e per ciò che è emerso sull'aggressione, appare emblematico e agghiacciante, anche perché l'autopsia ha stabilito che la donna era ancora viva quando è stata gettata dal viadotto.
«Ma quante "Lorena" o "Giulia", o come le nostre concittadine Teresa e Patrizia, ci sono ancora? Quante donne vivono tuttora nel terrore, con la costante paura che la persona con cui condividono la vita — da anni o da troppo poco tempo — possa da un momento all'altro fare loro qualcosa di grave?», si chiede il Centro SAVE.
La domanda non è retorica, perché dietro le cronache che arrivano ogni giorno ci sono donne che continuano a vivere dentro relazioni segnate dalla paura, donne che spesso arrivano a chiedere aiuto dopo avere sopportato a lungo, cercando di convincersi che quella gelosia sia amore, che quel controllo sia preoccupazione, che quella minaccia sia soltanto un momento di rabbia, che quella persona che amano possa cambiare.
«Sono tantissime le donne che incontriamo ancora oggi — circa 70 da gennaio, oltre a una trentina di appuntamenti mai concretizzati — che desiderano soltanto vivere libere, ma non possono farlo per timore. Donne che hanno paura persino di denunciare, spaventate dall'idea di peggiorare la propria situazione o di rimanere sole».
Ed è proprio qui che il dolore per Lorena torna a essere una responsabilità collettiva, perché non basta indignarsi quando una donna viene uccisa, non basta accendere i riflettori nei giorni immediatamente successivi a un femminicidio e poi lasciarli spegnere fino alla prossima tragedia, così come non basta chiedere alle donne di riconoscere i segnali se poi, intorno a loro, non esiste una rete capace di raccogliere quella paura e trasformarla in protezione.
«Per questo è fondamentale incrementare e affinare il lavoro sinergico di rete. Sul nostro territorio la rete funziona bene, ma dobbiamo rafforzare in modo decisivo la collaborazione tra i Servizi Sociali, le Forze dell'Ordine, i Pronto Soccorso e l'intera cittadinanza».
Un concetto che oggi è tornato anche nelle parole del presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, che ha raccontato di avere parlato telefonicamente con Franco Isceri e di essere rimasto profondamente colpito dalla sua voce e dalla sua dignità, rilanciando la richiesta di lavorare sull'educazione all'affettività e al rispetto, a partire dalla scuola. «Non esistono ragioni per ammazzare. L'amore e la violenza non sono conciliabili», ha scritto Decaro, chiedendo che ai bambini e ai ragazzi venga insegnato fin dai primi anni che cosa significa amare.
Perché la prevenzione, quella vera, comincia molto prima della denuncia, molto prima del pronto soccorso, molto prima di una telefonata alle forze dell'ordine, e forse comincia proprio nel modo in cui insegniamo a un bambino che l'altro non gli appartiene, che un rifiuto non è un'offesa, che una separazione non è una colpa, che una donna non perde il diritto di essere libera nel momento in cui decide di non amare più un uomo.
«Dobbiamo entrare nelle scuole, nelle parrocchie e in tutti i luoghi di aggregazione per arrivare alle famiglie, agli uomini, alle donne, ai ragazzi e alle ragazze per parlare di educazione sesso-affettiva e per promuovere la cultura della non violenza, del non possesso, della gentilezza e del rispetto reciproco. Insegniamo ad accettare i "no"».
Sono parole che oggi acquistano un peso ancora maggiore, mentre Squinzano saluta Lorena e mentre il padre, dopo avere parlato nei giorni scorsi a un'Italia intera chiedendo alla politica di mettere da parte divisioni e appartenenze per affrontare insieme il problema, stringe per l'ultima volta la bara bianca della figlia.
E forse proprio dalle sue parole bisogna ripartire, perché il suo appello non è soltanto quello di un padre che chiede giustizia per Lorena, ma quello di un uomo che chiede agli altri uomini, alle istituzioni, alla politica e alla società intera di non considerare inevitabile ciò che inevitabile non è.
«Facciamo nostre le parole disperate e coraggiose del papà di Lorena: lavoriamo tutti insieme affinché tutto questo non accada mai più», conclude il Centro SAVE.
E allora oggi il lutto di Lorena riguarda tutti noi, anche Trani, anche le nostre comunità, anche quelle donne che forse in questo momento stanno ancora cercando il coraggio di dire ad alta voce che hanno paura. Perché a Trani esiste un Centro antiviolenza, esistono professioniste che possono ascoltare, aiutare a leggere i segnali, distinguere la crisi di una relazione dal pericolo concreto, costruire insieme una via d'uscita quando una donna non riesce ancora a vederla.
Perché forse è proprio questo che dobbiamo imparare dalle storie che finiscono troppo spesso sulle pagine di cronaca: non aspettare che il pericolo diventi tragedia, non chiedere a una donna perché non abbia denunciato prima, non giudicare il momento in cui ha deciso di chiedere aiuto, ma costruire intorno a lei una rete abbastanza forte da permetterle di uscire dalla paura.
Lorena oggi non può più farlo. Ma altre donne sì. E per loro, per le nostre Teresa, per Patrizia, per tutte le donne che hanno paura e per quelle che ancora non hanno trovato le parole per dirlo, i riflettori non devono spegnersi.
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