Apatheia

La piazza del pesce: il rito del ciambotto

Il ricordo di Rino Negrogno, il mercato e le "lapidi"

La nostra vita è caratterizzata dalla ripetitività degli eventi, dalla ritualità, siano questi riti religiosi come il Natale, la Pasqua, le feste patronali o laici come i compleanni, le commemorazioni, gli anniversari, i festival, le sagre. Le feste religiose hanno soppiantato nel corso dei secoli le feste pagane spostando la venerazione o il timore degli uomini nei confronti della natura o di dei umani specializzati nei vari settori inerenti l'umanità, quindi naturali, in venerazione e timore nei confronti di un unico Dio, unico in quel determinato luogo, cultura e usanze. Il rito diventa l'unità di misura della nostra vita, un punto fermo da dove partiamo e dove dobbiamo e vogliamo arrivare, pregando quel Dio che celebriamo nel rito stesso affinché ci conceda questa possibilità. Questo dover partire ed arrivare di nuovo al punto di partenza ci permette di avere delle certezze assiomatiche spazio temporali che sopperiscono alle incertezze antropologiche e, nello steso tempo, questa speranza di poter di nuovo celebrare quel rito, ci priva della volontà di rischiare qualsiasi cambiamento o quanto meno della possibilità di porci lucidamente di fronte agli eventi che corrono da un rito all'altro.

La spesa nella piazza del pesce era un rito per i tranesi, anche per me lo era. Ricordo quando mia nonna solea intra di quei colonnati andarci il sabato mattina a comprare il pesce per il ciambotto e la frutta da Mimì, un fruttivendolo che ricordava vagamente Ciccio Ingrassia. Mimì aveva sempre una matita infilata sopra l'orecchio destro che utilizzava per fare il conto veloce come una calcolatrice. I pescatori urlavano che il loro pesce era il più fresco spruzzandolo abilmente, con fare esperto infilavano i loro coltelli tra le branchie dei poveri pesci ancora vivi che si dimenavano, li avvolgevano in fogli di carta arrotolati a forma di cono e, con le mani imbrattate di sangue, sistemavano i soldi nelle loro cassette di legno. La puzza delle interiora putrefatte al sole pervadeva l'aria e le mosche sfrontate si appiccicavano addosso come sanguisuga. Però era bello, romantico, perché c'era mia nonna, perché eravamo bambini, era poetico quel suono metallico di voci e di coltelli e, soprattutto, era un rito, il rito di tutti i sabati, l'arrivo del più gradito giorno, pien di speme e di gioia, un rito come il Natale, anzi, non era Natale se non si andava in piazza del pesce per comprare il capitone da Tonino, il sedano e i mandarini da Mimì. Quando tornavo a casa le scarpe e il naso erano ancora impregnati di questa puzza e, avendo la suola tipica degli adolescenti, simili ad un battistrada se non proprio ai cingoli di un carro armato, capitava anche di trovarci incastrato qualche tentacolo di cefalopode.

Prima che quelli pro piazza del pesce mi maledicano o quelli pro lapidi degli Ordinamenta Maris mi benedicano vorrei precisare che non so bene se la piazza sia meglio ora o prima o prima ancora che costruissero le colonne di cemento. Vorrei solo considerare e far considerare come sia determinante per noi la celebrazione del rito, qualunque esso sia e come esserne privati ci disorienti fino a non permetterci una valutazioni critica degli eventi o anche un giudizio estetico.

A sentire alcuni, sembra che piazza Longobardi sia l'unica piazza vuota, dove chiudono le attività, e chiudono perché vi sono piazzate delle cose obbrobriose. A me sembrano vuote anche le altre piazze e mi sembra vi siano installazioni di cattivo gusto anche altrove e comunque mi sembrano vuote anche quelle piazze non usurpate.

La piazza è luogo di incontro e di scontro, se resta vuota la colpa non è della piazza ma di chi non ha più voglia né di incontrarsi e né di scontrarsi.
  • Piazza Longobardi
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