Francesco Tomasicchio
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Attualità

Il problema delle concessioni demaniali marittime, l'Italia a un bivio

Una riflessione di Francesco Tomasicchio, dottorando di ricerca in Diritto comparato

Mediante l'approvazione del voto di fiducia al decreto "Milleproroghe", la maggioranza parlamentare ha accolto la linea 'temporeggiatrice' del Governo Meloni concernente il nodo legato alla proroga di un anno delle concessioni demaniali marittime, procrastinando il preteso recepimento della direttiva Bolkestein richiesto dalla Commissione europea al 31 dicembre 2024.

Tuttavia, tale decisione è stata oggetto di una inusitata e dura riserva da parte del Colle, il quale ha ammonito il Governo e lo ha esortato a intervenire il prima possibile affinché l'ordinamento italiano si conformi alle prescrizioni sovranazionali in materia di libera concorrenza. Il che pone una serie di problemi rilevantissimi, non solo dal punto di vista economico-produttivo dei concessionari italiani – per il loro lavoro, per la loro storia e per la loro risalente tradizione – ma anche da un punto di vista costituzionale.

A questo proposito, il Colle pare aver richiamato all'ordine (presunto) l'esecutivo, ricordandogli gli obblighi europei, omettendo, però, del tutto ogni necessaria valutazione sul particolare e complicatissimo contesto giuridico che, in materia di concessioni marittime, riguarda l'Italia. Infatti, nel nostro paese regna l'incertezza giurisdizionale più assoluta in merito. Allo stato degli atti, risultano pendenti due ricorsi: il primo (e più importante) è quello avente a oggetto la rimessione di più quesiti pregiudiziali effettuata dal T.A.R. per la Puglia di Lecce alla Corte di giustizia dell'Unione europea. Tra i quesiti proposti da questo giudice amministrativo risalta anzitutto il dubbio – più che fondato – della legittimità della direttiva Bolkestein che, se ritenuta di armonizzazione, sarebbe incorsa in una palese violazione dell'iter procedimentale, in quanto approvata senza il requisito della unanimità dei voti, come espressamente richiesto dai Trattati. Il secondo, invece, è il ricorso in Cassazione proposto dall'associazione di categoria dei balneari contro le oramai note sentenze gemelle dell'Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato per eccesso di potere giurisdizionale, in quanto, secondo la non immotivata tesi dei ricorrenti, l'organo supremo della giurisdizione amministrativa avrebbe travalicato la propria sfera di competenza giurisdizionale, invadendo, con tutta evidenza, una prerogativa che la Costituzione riserva al solo legislatore. Il che configurerebbe, come se non bastasse, un palese conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, su cui l'ultima parola spetta alla Corte Costituzionale, la quale però, a quanto pare, avrebbe anticipato la non fondatezza del ricorso alle Camere durante la precedente legislatura.

È in siffatta cornice che si collocano, da un lato, la riserva dissenziente del Quirinale e, dall'altro, le necessità di ulteriore e motivata proroga del Parlamento. Inoltre, da quanto traspare dagli articoli 10-ter e quater del "Milleproroghe" concernenti i rinnovi, le intenzioni del potere esecutivo non possono essere interpretate come volte, intenzionalmente, a eludere le prescrizioni europee in materia di libera concorrenza prorogando oltremodo le scadenze. Esse, piuttosto, rivelano l'imprescindibile necessità di ottenere il tempo adeguato all'istituzione di un apposito e qualificato tavolo tecnico che possa elaborare criteri di gara precisi, dettagliati e trasparenti e che, soprattutto, siano in grado di uniformarsi all'elevata qualità di offerta turistica che i balneari italiani hanno dimostrato di saper garantire nel corso del tempo. Non è, dunque, il modello spagnolo quello preso a riferimento dal legislatore italiano, ovvero quello di proroghe disposte sine die.
Infine, non può dimenticarsi che, laddove la direttiva sovranazionale è stata applicata in Italia, essa non sembra aver garantito né la continuità del servizio né la tradizione del posto di riferimento, né, tantomeno, una piena ed effettiva applicazione della libera concorrenza. L'esperienza del caso di Trieste potrebbe rappresentarne un emblema e, al contempo, un serio campanello d'allarme.

Per tale ordine di ragioni, il Governo Meloni dovrà gestire molto cautamente non solo le pressioni di Bruxelles, ma anche le valutazioni interne che sembrano – velatamente e di primo acchito – remargli inspiegabilmente contro. In gioco non vi è solo la credibilità del suo Presidente, che ha preso in precedenza seri impegni con gli operatori di questo fondamentale settore dell'economia nazionale, ma la sopravvivenza e l'unicità del settore balneare italiano stesso. Sembra che l'opportunità e la volontà di porre, per la prima volta, in dubbio il diktat e il dogma infrangibile del meccanismo concorrenziale preteso, a tutti i costi, dall'Unione europea, spettino al Governo italiano. In questo marasma politico e istituzionale, gli operatori del settore balneare non potranno permettersi di rimanere disorganizzati e disuniti, dovendo dimostrare la propria compattezza e la validità delle proprie ragioni, anche per porre Governo e Parlamento nelle condizioni di poter efficacemente tutelare l'interesse nazionale.
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