Apatheia

Nascere a Trani, non se ne può più

Si torna a parlare di ospedale

Per Epicuro la morte non esiste perché, quando noi viviamo, lei non c'è, mentre quando c'è lei non ci siamo noi. Quindi non esiste né per i vivi né per i morti, perché per i vivi non c'è e i morti non ci sono più. Spesso però, purtroppo, prima che gli atomi epicurei si scompongano capita qualche malattia che ti porta ad entrare negli angusti corridoi che ricordano quelli di grande modestia, di luce soffusa e di porte in legno grezzo de «Il processo» di Kafka. Che senso di oppressione.

Al contrario di quello che riteneva Epicuro per la morte, la malattia esiste e soprattutto esiste il malato. Sì perché quando siamo malati esistiamo di più sia per noi stessi che per chi ci sta vicino. Quando siamo malati di una malattia grave, mortale, abbiamo paura. Abbiamo paura sia per noi che per chi lasciamo soprattutto se lasciamo un figlio perché pensiamo che possa non farcela senza il nostro aiuto. Immaginate il dramma? Il dramma di pensarci fino all'ultimo, sapere che questo sarà l'ultimo pensiero. Ho visto malati che hanno trattenuto fino all'ultimo respiro quell'espressione fatta di mille espressioni che mutano velocemente per non mostrare la paura, per mostrare la forza, a volte l'eleganza. Ho visto malati imbarazzati per il cattivo odore della morte quando arriva. Ho visto anche malati che hanno stretto la mia mano perché non volevano andar via. Sono, purtroppo, costretto a pensare spesso a quando un giorno anch'io sarò malato o vecchio, bisognoso di aiuto, di qualcuno che mi tenga per mano mentre percorro la strada che porta verso la fine. Perdonatemi se scrivo cose tristi ma, come diceva il grande Tenco: «Quando sono felice esco».

Per Carlo Manuali «il compito fondamentale dei servizi non è quello di rispondere a bisogni immediati, ma quello di produrre bisogni reali». Per Franca Ongaro Basaglia «la medicina accetta, come fondamento del suo intervento, il carattere naturale delle condizioni di vita degli uomini, confermando come fenomeni naturali ciò che esse producono». «Il che – spiega - non può non ripercuotersi sul modo in cui l'individuo ha vissuto e vive le proprie sofferenze e anche sul modo in cui accetta e subisce le stesse condizioni di vita cui è costretto, assolvendo la medicina un ruolo rinormalizzatore all'interno dell'organizzazione sociale». Per Luca Negrogno «la riorganizzazione ospedaliera potrebbe essere un momento per avviare processi di partecipazione e sottrarre la medicina al controllo delle caste politiche, tecniche e farmacologiche. Coinvolgere il punto di vista dei cittadini, dei malati, delle famiglie, sarebbe un modo per ripensare quel ruolo della medicina nella società. Ma gli ospedali sono bacini elettorali, erogatori di commesse, miniere di convenzioni e la salute sembra così un bene privato o un privilegio, che i sultani donano ai sudditi. Provare a pensare alla salute come bene comune, come l'acqua e l'aria dei referendum, forse sarebbe un primo passo».

Si torna a parlare di ospedale e temo che più ci avviciniamo alle votazioni più ne sentiremo parlare e ne sentiremo delle belle. Nascere a Trani. Di nuovo! Mi chiedo se ci sia davvero bisogno di un ospedale per far nascere a Trani o non basterebbe una vammar in giro per Trani. Vogliamo un ospedale a Trani come fosse una cattedrale ma se ci capita una malattia poco più grave di una carie e siamo più o meno ricchi o conosciamo qualche amico più o meno potente, corriamo subito al nord perché lì ci sono veri ospedali. Ma vogliamo l'ospedale a Trani perché si avvicinano le votazioni.
Più che un unico ospedale io vorrei un ospedale unico.

L'ospedale non è un affare da affidare al politico più potente, alla città più ridente, al cittadino più ricco, al manager più scaltro. L'ospedale non è un salvadanaio da rompere con l'avvento delle votazioni. L'ospedale, per molti, diventa l'ultima dimora. Rendiamola serena, coloriamola come si fa pietosamente con quei reparti per il ricovero dei bambini, addobbiamola con luci colorate anche quando non è Natale, riempiamola di luci perché nulla sia nell'ombra. Riempiamo questa dimora di personale preparato e motivato. Se ne costruiamo uno solo ne avremo di più di personale e tra tanti è più facile trovare uno buono. Costruiamolo in un posto dove tutti possano arrivarci impiegandoci lo stesso tempo e tutti lo vedano, come il Castel del Monte.
La storiella della chiusura dell'ospedale di Trani e dello spostamento dei reparti e del personale a Bisceglie mi fa venire in mente quella leggenda in cui credeva mia nonna a proposito della processione dei Misteri. «La processione deve uscire per forza - mi diceva - perché altrimenti se la prende Barletta». La processione a Barletta e l'ospedale a Bisceglie.

I nuovi politici, quelli all'avanguardia, quelli che vogliono salvare Trani per intenderci, non pensino che i tranesi oltre a voler nascere a Trani siano anche degli ebeti da piazza Venezia, non proclamino con insistenza: «Nascere a Trani, vincere e vinceremo». A chi non piacerebbe avere l'ospedale sotto casa? Chi non lotterebbe per averlo? Ma dovranno anche spiegare, i politici nuovi, se i soldi per mantenere un ospedale per ogni paese ce li mettono loro, oggi come oggi, quando ci dicono che lo spread sale e lo stipendio scende, quando ci dicono che i soldi sono finiti, quando ci dicono che al posto della pensione ci daranno direttamente un loculo, sempre che ci sia posto. Più che un ospedale con un campanile, più che un ospedale per propaganda, preziosa merce di scambio per racimolare voti, più che un ospedale come medaglia di cui fregiarsi, vorrei un ospedale unico, non raro, unico.
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