Storie di città

Il giullare: facciamo teatro per non sentirci a disagio

Rosa Barca e le nostre storie di città

Come alimentare il senso di inutilità dell'uomo moderno? Emarginandolo, buttandolo via come una sigaretta solo perché è diverso. Vito Carbonara lo sa e sa soprattutto che arrendersi non è certamente l'atteggiamento migliore da assumere nella lotta alla sopravvivenza e nella sfida all'esclusione sociale. Vito ha quarant'anni suonati, una camicia militare e un carisma da eterno ragazzino che trasmette inevitabilmente al pubblico sotto i riflettori del palco. Attore, ha fatto teatro amatoriale con l'Associazione Arcka di Bari e poi professionale con Teatro Kismet e vanta anche una collaborazione nel film "Mio cognato" di Alessandro Piva. Dire che è diversamente abile fa la differenza?

Si è concluso il festival del teatro nazionale della disabilità "Il giullare" che ha visto andare in scena, sul palco del centro Jobel, anche le capacità artistiche di Vito, al fianco di altri disabili che nei diversi appuntamenti serali si sono confrontati con tenacia e successo con il ruolo di attore. Il festival, in particolare, ha visto la partecipazione di sei compagnie teatrali composte da attori diversamente abili e non che hanno sfruttato l'efficacissimo strumento del teatro per dimostrare che, come su un palco, anche nella vita di tutti i giorni le differenze che caratterizzano l'uomo appartengono alla sfera delle abilità e non alla sfera dell'essenza.

La rassegna nazionale ha riscosso un trionfo di pubblico ma soprattutto di sensibilità dalla parte di spettatori e persone che si sono avvicinati con delicatezza all'interpretazione dei giovani attori. «Il bilancio complessivo è stato ottimo. Il festival, nel suo secondo appuntamento a Trani, è andato meglio del previsto» dice un'educatrice dell'associazione Promozione sociale e solidarietà di Trani, impegnata da oltre dieci anni sul territorio in una serie di iniziative per dare risposte concrete ai bisogni assistenziali di chi vive una condizione di disagio.

L'emozione non conosce barriere architettoniche, le ignora e gli applausi e gli sguardi compiaciuti, sorridenti e talvolta commossi che emergono dalle poltrone della platea sono una grande testimonianza di come non ci siano ostacoli che non possono essere abbattuti e come nulla sia impossibile se si ha la volontà di vincerli. Gli stessi attori disabili in primis hanno sconfitto le loro barriere, quelle fatte di paure semplici, di timori di esibirsi davanti ad un pubblico, di sbagliare una battuta o dimenticarla. In questo avremmo noi qualcosa da imparare. «Le vere barriere che attanagliano la mente dell'uomo – spiega Cinzia - sono quelle culturali. Noi vogliamo combattere proprio quelle. L'idea che sta alla base della nostra associazione è quella per cui, davanti agli occhi, abbiamo una persona e non una persona con delle difficoltà. Grazie al teatro, il disabile non è disabile. Il palco gli da l'occasione di esprimersi e di far conoscere le sue abilità».

Il festival è stato, senza dubbio, una importante occasione per promuovere una cultura dell'accessibilità globale, una cultura che impari a rispettare le differenze garantendo a tutti uguali opportunità. «Bisogna provare a mettere fuori ciò che si ha dentro»: è così che ci si accorge che essere diversi in realtà non vuol dire altro che essere speciali. E' proprio vero. E se lo dice Vito dobbiamo crederci perché da questa sfida si può uscire vittoriosi.
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