Paolo Crepet a Trani Prendetevi la luna
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Paolo Crepet a Trani: «La vita è inciampo, ma nessuno lo dice»

Ieri la conferenza-spettacolo "Prendetevi la luna" in piazza Duomo. Si è parlato di infanzia, amore, crescita, desiderio, orizzonti e limiti

Parlare di infanzia, amore, crescita, desiderio, orizzonti, limiti, ironia, bellezza, passione in un'ora e mezza, senza interruzioni e senza perdere il filo conduttore. Il sociologo e docente Paolo Crepet ci ha dimostrato che è possibile e lo ha fatto ieri, in piazza Duomo, con la conferenza-spettacolo "Prendetevi la luna", con cui sta girando l'Italia.

«Spesso dimentichiamo che il mondo parte dai bambini e li trascuriamo. In ogni scuola dovrebbe esserci una siepe, affinché un bambino possa nascondersi, possa giocare, possa esserci o non esserci - ha affermato - oggi i piccoli sanno cosa sono i pixel, ma non cosa sono i pastelli, non sanno più giocare e quindi non imparano a perdere».

Chi non sa perdere non sbaglia, e chi non sbaglia non ha delle conseguenze. E chi non ha delle conseguenze, non cresce. Qui sta tutto. Così è entrato in gioco, nel suo monologo, il concetto di limite.

«Conoscere i limiti e imparare a superarli, questo è il bello, spesso invece dimentichiamo che il limite rappresenta una via da seguire e non un cancello».
14 fotoPrendetevi la luna: Paolo Crepet a Trani
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Tutto ciò che ha a che fare con la protezione eccessiva, con la tutela e con il politicamente corretto è stato apertamente criticato dal sociologo.

«Forse non ci rendiamo conto dell'importanza di raccontare le favole, dell'importanza di Cappuccetto Rosso così come la conosciamo - ha aggiunto - ci stanno abituando a pensare che i bambini non debbano cadere mai, che debbano essere stupidi ma perfetti».

Sono tre i pilastri della vita che lo stesso Crepet ha indicato ai presenti come barlumi da tenere sempre a mente.

«Autostima, autonomia e creatività: ci stanno abituando ad avere tutto e ci stanno allontanando dal senso del desiderio, ma se non cadiamo mai non desidereremo mai nulla e la conseguenza è pericolosissima: senza desiderio, non produrremo nessuna passione».

Secondo il sociologo non lo abbiamo fatto apposta, ma l'abbiamo fatta davvero grossa e siamo finiti in una strada che George Orwell avrebbe commentato in chissà che modo.

«Oggi anche il concetto di solitudine è cambiato radicalmente, siamo soli in mezzo agli altri, non ci guardiamo più negli occhi e non ci interessa sapere più nulla di loro. Basta pubblicare selfie e attendere commenti di perfetti sconosciuti che ci procureranno gioia perché sappiamo godere solo di noi stessi. Non possiamo permetterci di sbagliare o di essere imperfetti».

Persino uno dei nostri concimi più importanti, che è l'ironia, è andato perduto.

«L'ironia è una forma di intelligenza sottovalutata, prendersi troppo sul serio è stancante - ha sottolineato - quando da piccolo mi dissero che in me c'era un visionario, mio padre sbiancò, io oggi ne vado fiero. La vita è un grande inciampo, ma nessuno lo vuole ammettere».

Ed ecco che la sua attenzione si sposta nuovamente sul coraggio e sulle azioni difficili.

«Sono le difficoltà a muoverti, a farti venire voglia. Le cose facili, invece, hanno tutte lo stesso sapore. I miei nonni erano persone genuine, tuttofare. I nonni del presente e del futuro sono quelli che parlano con Alexa: non ci siamo evoluti in meglio».

Il focus si sposta nuovamente sulle relazioni, sulle emozioni, sull'amore.

«Amarsi è mancarsi, anche questo lo abbiamo dimenticato. Vivere insieme, cercarsi, chiedersi come stai. Il problema è che non ci cerchiamo più, non diamo importanza alla nostra presenza da qualche parte perché preferiamo stare comodi, con la certezza che possiamo recuperare tutto da uno smartphone e, presto, da un visore. Tutti possiamo vedere un tramonto comodamente da casa. Ma potremmo mai sostituire quella corsa in macchina con quella ragazza per beccare gli ultimi dieci minuti di quello splendido arancione che non rivedremo mai più

Amore, passione ed erotismo sono tre punti chiave ai quali Crepet tiene molto.

«Passione è una parola pazzesca: ci sarà un motivo se si chiamano allo stesso modo la passione di Gesù e la passione di una notte d'amore. Ci sarà una ragione se si chiamano pene d'amore e non gioie d'amore. E poi c'è l'erotismo, che a me piace definire come "salire le scale": l'attesa di incontrare qualcuno, di sentirne il profumo e di vedere come sarà vestito. Anche vedere un tramonto è così erotico».

La più grande follia dei nostri tempi è proprio quella mania della perfezione che ci ha disabituato alle sconfitte e al dolore.

«Pensiamo a Sinner: tutti parlano delle sue vittorie, ma le vittoria si costruiscono con le sconfitte, attraverso cui si impara a diventare grandi. Pensate se gli avessero evitato i punteggi negativi, le partite perse e lo avessero portato direttamente al traguardo finale: che senso avrebbe? Nessuno. E perché con i figli dovrebbe funzionare diversamente? Oggi con l'intelligenza artificiale si ha tutto, non c'è più bisogno di pensare e di fare fatica. Oggi si bada solo a ereditare, non si pensa ad avere amici ma ad avere capitali: poi che racconteremo? Degli spritz fatti e degli affitti di ciò che abbiamo ereditato senza far niente?»

Quelle di Paolo Crepet sono parole forti, suggestioni.

«Cosa pensate che cerchino i marinai nella vita? La bonaccia o il vento? Io dico la seconda. La vita è dire di sì, è provarci, è avere voglia, è non avere paura delle paure».

Di quelle paure che ci rendono umani e non tutti d'un pezzo.

«Abbiamo scambiato il bello per il normale, ma l'anormalità dov'è finita? Chi lo dice che bisogna rimanere sempre intatti? Gli scarti sono interessanti, ciò che non ho scartato invece è noioso. I miei cocci sono molto meglio della mia interezza».

La parola con cui Crepet ha lasciato i presenti è libertà, che è anche impegno, ricerca, desiderio, appunto.

«Una volta conquistata, la libertà non è nostra per sempre, la possiamo perdere. E non la prenderanno eserciti o bandiere, ma semplicemente qualcosa che non ci fa più capire quanto siamo belli quando siamo pazzi, unici, irripetibili. Noi stessi».
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