Apatheia

8 marzo

È come se il 2 novembre regalassimo dei loculi a chi sta poco bene

È pleonastico ricordare che l'8 marzo si celebra la festa della donna per ricordare la tragedia avvenuta proprio l'8 marzo del 1908 a New York in cui morirono 129 operaie dell'industria tessile Cotton. Le operaie stavano scioperando per protestare contro le disumane condizioni cui erano costrette a lavorare. Il proprietario, un certo Mr. Johnsonm, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire dallo stabilimento, stranamente ci fu un incendio doloso e le 129 operaie, prigioniere all'interno dello stabilimento, morirono bruciate dalle fiamme. Nel 1946 si scelse la mimosa come simbolo della festa, un fiore di stagione che non costasse molto.

Anche mia madre lavorava, andava via la mattina dopo aver preparato i nostri vestiti ed i nostri grembiuli, dopo aver pulito la casa, dopo aver preparato il pranzo. Tornava alle 13, cucinava, mangiava in fretta, lavava le stoviglie e tornava al lavoro alle 15. Se tutto andava bene, tornava a casa alle 20 e 30, controllava i nostri compiti, preparava la cena e consolava mio padre che era l'unico avente diritto alla stanchezza post lavorativa, al dolore dei soprusi e delle umiliazioni frequenti all'epoca, diciamo così, all'epoca. Non era colpa sua, così gli avevano detto, con questo pane l'avevano cresciuto e, tutto sommato, conveniva non farsi troppe domande, almeno per gli uomini di allora. Ciononostante, mio padre, qualcosa la faceva, qualche faccenda, mi pare di ricordarla, una scopa, uno strofinaccio nella sua mano mi sembra di ricordarlo. Povero mio padre, anche lui lavorava molto, guadagnava poco e veniva sfruttato ampiamente dai padroni. Mia madre lavorava vicino casa, in un locale interrato con delle finestre in alto che corrispondevano a piccole fessure sopraelevate sul marciapiede e noi, di tanto in tanto, uscivamo per poterla vedere, ci inginocchiavamo accanto a quelle fessure e la guardavamo per qualche minuto, la nostra povera mamma, che lavorava così tanto per guadagnare così poco.

Se non ricordo male i suoi soldi servivano solo per pagare parte dell'affitto, ricordo che erano pochi e sicuramente ora non percepisce nessuna pensione per tutti quei sacrifici. Però non mostrava mai di essere stanca né la sofferenza per essere stata sfruttata o di essere infelice, almeno allora. O forse non potevamo vederlo, non potevamo saperlo. Ora sì invece, quei segni li mostra tutti, in maniera conclamata ed incurabili.

Alla cassa del supermercato regalavano creme per la bellezza alle donne. La cosa peggiore è che in un giorno in cui si dovrebbe commemorare la morte di lavoratrici sfruttate e uccise da un padrone inqualificabile, si tratta la donna ancora come oggetto da "incremare" per renderla bella a nostro piacimento. Ho chiesto al cassiere, uomo per l'occasione, se avesse potuto regalarne una anche a me, gli ho detto che avrei voluto sentirmi donna, avrei voluto provare quello che provano le donne a vederci così. È come se il 2 novembre per commemorare i defunti, regalassimo dei loculi a chi sta poco bene.

Vorrei non parlare più della festa della donna, della donna bella, della donna sfruttata, della donna violentata, della donna uccisa, della donna nelle liste rosa, della donna pari o della donna dispari. Vorrei parlare di altro, accetterei anche di chiamarci umano 1 ed umano 2, accetterei finanche le proteste dei forzitalisti difensori delle famiglie, di Dio e della patria ma vorrei parlare di altro. Vorrei parlare di un mondo (fatico a dire migliore), un mondo che sicuramente quando ce l'hanno consegnato non stava nel migliore dei modi possibili ma che comunque dobbiamo restituire nel modo migliore possibile.
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La rubrica di Rino Negrogno

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