Apatheia

Gigi Riserbato non serve restare sulla nave

Riflessioni che nascono da una domenica mattina

Ero in auto con mio figlio, ascoltavo Sunday Morning dei Velvet Undergraund, la storia di una domenica mattina, del risveglio dopo una notte di bagordi e abusi di droghe e alcol. Ero certo che mio figlio non potesse comprendere il significato del testo ma lo vedevo troppo preso da quella canzone, aveva gli occhi chiusi, sembrava che sognasse. Quando è terminata mi ha chiesto di rimetterla. Quel suono iniziale, penetrante, simile ad uno xilofono o ad una melodia da carillon, era quello che mi sembrava lo impressionasse di più. A me quella canzone fa venire in mente gli anni ottanta, quando in molti avevano evidentemente perso la rotta e alcuni dei miei amici li ho visti nei guai, altri finir male e allora non c'era niente che potessimo fare per aiutarli o comunque non sapevamo cosa fare. Mi fa venire in mente anche la giovinezza e la spensieratezza, il tempo passato troppo in fretta, i primi amori. Non ho resistito e gli ho chiesto cosa pensasse ascoltando quella canzone tanto da restare con gli occhi chiusi. Mi ha risposto: "Il Natale, quando facciamo l'albero con la mamma". Era proprio lo xilofono.

Domenica mattina, sempre con mio figlio, abbiamo visto un documentario sul Titanic. Davvero molto circostanziato, hanno mostrato aspetti che non conoscevo affatto. Hanno addirittura riprodotto il materiale che costituiva lo scafo e con appositi macchinari lo hanno sottoposto alla pressione presunta che avrebbe esercitato l'iceberg in quella sventurata notte. Che brutta storia quella del Titanic dove c'erano i ricchi ed i poveri, gli emigranti in cerca di fortuna. Mentre la nave affonda i ricchi possono salvarsi mentre i poveri un po' meno. La cosa che ha più colpito mio figlio è l'aria irreprensibile del capitano, con la sua barba bianca di esperienza, dopo aver fatto tutto quello che era nelle sue possibilità per salvare il salvabile e dopo aver riflettuto sulle sue responsabilità, si chiude nella cabina e aspetta di affondare con la sua nave. Mi ha chiesto come possa un uomo arrivare al punto di morire per una nave. Non ho saputo rispondergli, gli ho solo detto che si può anche morire per un ideale, per una nazione occupata, per un diritto negato e forse anche per una nave o per delle responsabilità.

Gigi Riserbato, sicuramente a mio figlio faresti impressione perché pur non avendo la barba bianca mi sembri uno di quei capitani di una volta che, mentre tutti scappano per spianare la strada della prossima campagna elettorale, per purificarsi e tornare puri, per dire che loro avrebbero ma non hanno potuto, tu, quasi ergendoti a gran dispitto, resti lì con la nave che inesorabilmente cola a picco. Gigi non serve, anzi, fa male alla nostra città.
  • Gigi Riserbato
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La rubrica di Rino Negrogno

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