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Attualità
Shoah, il componimento di Francesco Pagano per la Giornata della Memoria
L'olocausto visto con gli occhi di un bambino
Trani - martedì 27 gennaio 2026
10.14
In occasione delle Giornata della Memoria riceviamo e pubblichiamo il componimento poetico di Francesco Pagano (declamazione di Marco Pilone).
e i venti di guerra soffiavano poco,
allora eravamo solo bambini,
ancora ingenui, ancora piccini.
Tutta la strada era il mio mondo
e l'odore di pace mi girava intorno,
ed ogni cosa aveva un colore,
azzurro il cielo e giallo anche il sole.
Poi una mattina tutto cambiò
ed anche il sole si inginocchiò,
davanti alla rabbia di uomini rudi,
e dei nostri averi rimanemmo nudi.
La voce tremula della mia mamma
spesso cantava la ninna nanna,
e sussurrando che era un gioco,
su quel vagone, salimmo in loco.
Quasi di incanto persi i colori,
e le bellezze dai tanti sapori,
e tutto intorno scese il grigiore,
segno perduto del tempo migliore.
Lungo fu il viaggio da mattina a sera,
tutti ammassati in quella lettiera,
e fra il sussurro di qualcuno che canta,
è solo un gioco, ripeteva la mamma.
Ma il vero gioco era appena iniziato
perché ogni treno si era fermato,
ed in quel campo con le case scure
vi separato, fra pianti e paure.
A malapena rividi mia madre,
lungo quei viali, ma senza le strade,
lungo quei viali di fumo e fetore,
con i camini che offrivano orrore.
Tutto era fermo e senza parole,
grigio era il tempo e senza le ore,
solo la mamma mi dava speranza,
venuta in sogno nella mia stanza.
Passarono i giorni, passarono i mesi
fra quei soldati dai nervi tesi,
e io bambino di pochi anni
divenni duro fra sporchi panni.
Poi quell'orrore trovò la sua fine
con tutti gli altri finii di soffrire,
lungo quel campo io feci ritorno,
senza la mamma ma pieno d'orgoglio.
L'orgoglio vero di un bimbo segnato,
sopravvissuto ad un mondo malato,
ancora la mamma la vedo lassù
ma io da allora non gioco più
Shoah
Tutto era bello e mi pareva un gioco,e i venti di guerra soffiavano poco,
allora eravamo solo bambini,
ancora ingenui, ancora piccini.
Tutta la strada era il mio mondo
e l'odore di pace mi girava intorno,
ed ogni cosa aveva un colore,
azzurro il cielo e giallo anche il sole.
Poi una mattina tutto cambiò
ed anche il sole si inginocchiò,
davanti alla rabbia di uomini rudi,
e dei nostri averi rimanemmo nudi.
La voce tremula della mia mamma
spesso cantava la ninna nanna,
e sussurrando che era un gioco,
su quel vagone, salimmo in loco.
Quasi di incanto persi i colori,
e le bellezze dai tanti sapori,
e tutto intorno scese il grigiore,
segno perduto del tempo migliore.
Lungo fu il viaggio da mattina a sera,
tutti ammassati in quella lettiera,
e fra il sussurro di qualcuno che canta,
è solo un gioco, ripeteva la mamma.
Ma il vero gioco era appena iniziato
perché ogni treno si era fermato,
ed in quel campo con le case scure
vi separato, fra pianti e paure.
A malapena rividi mia madre,
lungo quei viali, ma senza le strade,
lungo quei viali di fumo e fetore,
con i camini che offrivano orrore.
Tutto era fermo e senza parole,
grigio era il tempo e senza le ore,
solo la mamma mi dava speranza,
venuta in sogno nella mia stanza.
Passarono i giorni, passarono i mesi
fra quei soldati dai nervi tesi,
e io bambino di pochi anni
divenni duro fra sporchi panni.
Poi quell'orrore trovò la sua fine
con tutti gli altri finii di soffrire,
lungo quel campo io feci ritorno,
senza la mamma ma pieno d'orgoglio.
L'orgoglio vero di un bimbo segnato,
sopravvissuto ad un mondo malato,
ancora la mamma la vedo lassù
ma io da allora non gioco più
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