Standing Ovation

Quel sorprendente Interludio

L’opera prima di Rino Negrogno. La recensione di Giovanni Ronco

Esordio letterario di tutto rispetto per il nostro concittadino Rino Negrogno. Infermiere barbuto e artista, con il debole per la scrittura. Il suo primo romanzo, ("Interludio", pubblicato da IL MIO LIBRO, 79 pagg., 10,50 euro) è una sorprendente performance di scrittura che s'innesta su tre rami: il personaggio principale, un tranese, verosimilmente l'autore stesso; il suo interlocutore, un viaggiatore, un turista giunto nella nostra città e bisognoso di guida e dritte per scoprirne la bellezza ed i tratti nascosti, nei confronti del quale il protagonista si offrirà come Cicerone; ed infine, terzo anello d'una declinazione narrativa di grande effetto, anche se a volte troppo "specchiata" nell'eleganza retorica, con termini di estrema ricercatezza (troppa per un dialogo tra due persone comuni), l'epopea ed il "teatro mentale" dei ricordi d'infanzia e di giovinezza, dei personaggi caratteristici o tragici, dei luoghi della memoria e delle rimembranze dell'autore, trasmesse, tra un'indicazione e l'altra, al turista "spugna": un interlocutore "passivo" che serve da "spalla" al protagonista e che non rivela la sua identità, pur ricordandogli sempre qualcuno con cui ha avuto familiarità.

Il racconto della vita e dei ricordi si snoda dunque al cospetto del turista, con le elucubrazioni più profonde ed anche a volte disperate, il sorriso sereno sulle debolezze della sua città, ma anche l'attenzione per problemi sociali come la coesistenza tra rom o extracomunitari e gente del posto. Emblematico a tal proposito il passaggio sui "vecchi luridi" che abusano sessualmente delle zingarelle in piazza della Repubblica, infilando la mano grinza nella maglietta della malcapitata per dare sfogo ai propri bassi istinti (fatto realmente accaduto e denunciato dallo stesso autore in diversi suoi interventi). Il romanzo breve di Rino non disdegna riflessioni e ricordi legati al suo rapporto col sacro (ricorda una confessione fatta dopo 20 anni di lontananza dal sacramento che non colmò pienamente quel bisogno mistico). Un' "esigenza" che di tanto in tanto, spesso e volentieri, emerge nel racconto, anche attraverso meditazioni, bisogno di silenzio, attenzione per i disperati della Terra e per le loro sofferenze (diversi i personaggi richiamati in tal senso nella "galleria" presentata da Negrogno, tra un'indicazione ed una meditazione); un po' come il Caracas di "Napoli Ferrovia" di Ermanno Rea. Interludio ci lascia con una grande ombra finale, che in verità pervade tutto l'arco della narrazione: la categoria implacabile del tempo che passa, con tutti gli annessi e connessi, positivi e negativi, che subentrano nell'arco esistenziale, vedi la bellezza dei dolci ricordi, ma anche le sofferenze portate dallo scorrere di quella divinità laica riconosciuta dall'autore (Crono, il Tempo). E l'ombra, o la liberazione più grande, il grande simbolo di questo mostro, il Tempo, la sua sacerdotessa spietata, sembra essere la vecchiaia. Un tema che suggeriamo all'autore per uno dei suoi prossimi romanzi. Ci ha informato di essere già alle prese col secondo.
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