Apatheia

La pioggia

Chissà se fanno venire più prurito le pulci dei cani o quelle dei barboni

Chissà se gli zingari ed i barboni hanno trovato un riparo sicuro sotto tutta questa improvvisa pioggia, chissà se quella bambina con la faccia sporca, sembra quasi cioccolato, che mi aspetta ogni giorno sotto i portici per chiedermi qualche spicciolo, ha la stessa voce registrata di una bambola e mentre tende la sua manina sporca guarda già altrove, studia chi sarà il prossimo, chissà se ha trovato un posto dove ripararsi, chissà cosa pensa di me che mentre le regalo qualche spicciolo le stringo la mano sporca e le sorrido, mi ruberebbe ogni cosa se solo mi distraessi un attimo, spero abbia trovato un posto asciutto dove andare. Chissà dove andrebbero a costruirsi una casa se potessero scegliere di non essere liberi, a che piano preferirebbero abitare, chissà se questa è libertà, chissà cos'è la libertà per i cani dei giardini, per quelli che si aggirano in branco di notte vicino alla stazione, per quelli abbandonati e per quelli nei canili allagati. Chissà se fanno venire più prurito le pulci dei cani o quelle dei barboni. Chissà se anche per i barboni e gli zingari si mobiliteranno e scriveranno articoli toccanti sui giornali. Chissà come picchia la pioggia sui vetri di una casa di riposo mentre le suore allestiscono il presepe, chissà come sembrano le luci intermittenti e lontane sotto la pioggia di una prigione. Chissà cosa pensa quella bambina con la faccia sporca mentre guarda gli altri bambini che, loro sì, qua e là saltando, fanno un lieto romore, davanti alle vetrine dei negozi piene di regali. Chissà cosa pensano della pioggia quelli che non hanno più un lavoro, chissà cosa pensa la loro compagna o il loro compagno, chissà come sono tristi i loro figli, chissà cosa pensano gli ammalati dietro i vetri appannati dell'ospedale mentre le goccioline zigzagano discese libere sulla finestra, chissà cosa provano quelli che non guariranno. Chissà cosa pensano quelli che non si possono amare, chissà cosa pensano quelli sotto le bombe.

Arrivato a casa entro in ascensore con un uomo che non conosco. Chissà cosa pensa lui che è chiuso in ascensore con me, io che ho la faccia di uno che sta pensando quello che ho appena scritto. Entrambi, pur di non affrontare lo sguardo dell'altro, ci interessiamo ad ogni cosa, anche alle più inane: dalla targhetta descrittiva del numero massimo di persone ed i chili trasportabili alla lunghezza delle unghie della mano sinistra. «Sono proprio invecchiato» penso guardando la mia barba più bianca che nera riflessa nello specchio. Quel luogo angusto risveglia le più remote paure e ti costringe ad uno spasmodico ed irrefrenabile interesse per fatti di cui non ti sei mai interessato altrimenti, pensieri disseminati negli angoli più remoti della mente. Se sei loquace e proprio non sopporti quegli interminabili istanti di silenzio, la prima cosa che dici è: «Accipicchia come piove». Ma menomale, siamo arrivati al piano.

Chissà se anche voi ci pensate, quando piove.
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