Alessandra Merra. <span>Foto Amedeo Lomonte</span>
Alessandra Merra. Foto Amedeo Lomonte
Attualità

Dalla Milano Design Week 2026 a Trani: la storia di Alessandra Merra e Gennaro Pazzi

Dopo gli studi al nord e un successo inaspettato all’ultima Milano Design Week Alessandra Merra e Gennaro Pazzi tornano in Puglia con un progetto che unisce artigianalità e sostenibilità


Sempre più spesso si parla di talenti e cervelli che vanno via dal sud e dall'Italia. Tanti giovani vanno a studiare al nord, anche perché alcuni indirizzi di studi di nicchia non sono ancora presenti qui al Sud e nella Puglia. Dopo di che, molti di loro decidono di rimanere a nord o di emigrare. Oggi, però, raccontiamo una storia diversa: la storia di chi è andato via ed è tornato. Una storia che restituisce speranza al sud dei giovani e di chi crede nei loro progetti.

Oggi raccontiamo la storia di Alessandra Merra, giovane designer laureata in Design del Prodotto al Politecnico di Torino, che ha anche conseguito un master al Politecnico di Milano e del suo socio Gennaro Pazzi, laureatosi in Scienze della Comunicazione a Torino. La loro storia è quella di un progetto nato per caso da un'intuizione di Alessandra, durante un sopralluogo sulle spiagge di Boccadoro. Aiutata nello storytelling del progetto da Gennaro, oggi crea pezzi unici partendo dagli scarti dei prodotti della lavorazione del marmo e della pietra, dando nuova vita a ciò che era destinato a essere abbandonato. Il suo progetto è stato notato durante la Design Week di Milano 2026 e ora si sta facendo conoscere in tutto il mondo.

Alessandra Merra e Gennaro Pazzi hanno parlato del loro progetto dagli albori, qualche anno fa, fino a oggi.
D: Alessandra, Qual è il vostro ambito lavorativo?

R: Bene, noi ci occupiamo di design del prodotto in generale, nello specifico ultimamente ci stiamo occupando di arredi e complementi di arredo. Abbiamo entrambi avuto delle esperienze parallele prima di entrare in questo settore come brand: io ho recentemente lavorato da AMDL Circle nello studio di architettura di Michele De Lucchi a Milano; quindi, ho avuto anche modo di progettare nell'ambito degli interni e dell'exhibit per allestimenti oltre che seguire da vicino la cura di collezioni di arredi. Gennaro si è occupato prevalentemente di progettazione di interior e di renderizzazioni curando quindi anche la parte di comunicazione del progetto. Però c'è sempre stato il sogno di creare un po' il nostro mondo, di realizzare i nostri oggetti e, appunto, far venir fuori qualcosa di puramente nostro.

D: Quindi, alla fine, il vostro progetto nasce per davvero.
R: Sì. Un paio d'anni fa siamo entrati in contatto con Legambiente Trani. Stavamo facendo una pulizia della spiaggia di quelle che l'associazione organizza soprattutto in estate, in maniera periodica. Siamo finiti nella zona "Boccadoro" che io, personalmente, proprio non conoscevo. Non ero mai stata lì; ci è stata raccontata la storia di quel luogo che, soprattutto tra gli anni '60 e '70 è diventato luogo di discarica di rifiuti inerti, pietra. Questi rifiuti occupano tutt'ora 5 km di spiaggia fra Trani e Barletta, e hanno fatto ritirare la spiaggia per parecchi metri. Da lì è nata questa idea di recuperare questi oggetti, di fare qualcosa con questi pezzi, in realtà, abbastanza per gioco. Inizialmente con lui (Gennaro) che aveva visto delle grandi lastre, pensammo che avremmo potuto fare dei tavolini, così le abbiamo recuperate, sempre con l'aiuto di Legambiente, e le abbiamo fatte diventare le unità iniziali per degli stand di una mostra che abbiamo fatto due anni fa ad Andria. L'idea era quella di vedere quegli scarti da una prospettiva diversa, non solo fare denuncia del luogo; far vedere questo luogo, ovviamente in modo provocatorio, però far vedere quel luogo da una prospettiva nuova. Il messaggio è:"OK, possiamo partire da questi scarti, che sono un problema, però non vediamoli come scarti, vediamoli come una risorsa che possiamo utilizzare."

D: Ecco perché è qualcosa di completamente nuovo. Qual è la parte più sfidante di questo progetto?
R: È difficile, nel senso che è molto più comodo se io, come progettista, decido di fare un tavolo con una forma "x" vado dal marmista, mi faccio tagliare il mio pezzo e ne posso riprodurre infiniti. Da questo punto di vista il nostro progetto sembrava difficilmente industrializzabile. Quindi, per ogni pezzo c'è da fare un progetto; per ogni pezzo c'è da fare uno studio, perciò il processo è più lungo. Sicuramente il risultato è artigianale perché, appunto, non si può produrre in serie, ogni pezzo è unico. Ogni pezzo ha anche quella bellezza e quel valore aggiunto perché ce l'hai solo tu, ed è stato lavorato a partire da quello scarto. Un'altra scelta che abbiamo fatto, inoltre, è stata quella di intervenire il minimo indispensabile sulla materia prima, lasciando le pietre quasi così come sono, per far sì che rimanesse intatto il racconto di quel posto.

D: Ma poi hai deciso di fermarti. Perché?
R: Io ho deciso di fare il master in furniture design. Sono ripartita e il progetto è rimasto ignoto, nel cassetto, per quanto i tavolini erano già stati realizzati ed apprezzati. Però noi li avevamo visti esclusivamente come prodotto funzionale alla mostra. Poi, parlandone un po' in giro, ci siamo resi conto che l'idea piace, che questi prodotti funzionano in tanti ambienti diversi, abbiamo capito che il progetto si poteva portare avanti. Siamo stati anche contattati da un'azienda locale interessata al nostro progetto.

D: Dunque, da questo momento comincia il vostro lavoro sul territorio. Cosa vi ha proposto quest'azienda?
R: Ci ha mandato delle foto di alcuni pezzi che loro avevano in magazzino: scarti che loro avrebbero escluso perché difficilmente lavorabili in maniera canonica, chiedendoci se fossimo interessati a una possibile collaborazione, se avessimo voluto fare una collezione insieme partendo proprio da quei pezzi. Da quel momento è tornato un po' il desiderio di portare avanti il nostro progetto, e ci siamo resi conto che quello che avevamo recuperato in spiaggia non era che un granello del problema dello scarto della lavorazione. Siamo rimasti anche abbastanza sbalorditi da quanto scarto c'è tuttora, semplicemente perché alcuni pezzi sono complessi da lavorare in macchina. Da questa esperienza ci siamo resi conto che questo progetto è potenzialmente scalabile, perché di scarti se ne producono a centinaia ogni settimana e, quindi, c'è effettivamente una possibilità di creare un prodotto che non si limita allo scarto che raccoglievamo in spiaggia, come abbiamo fatto. Effettivamente, ci siamo resi conto che, contrariamente a quanto pensavamo all'inizio, è un prodotto che può essere industrializzabile per quanto, appunto, ogni pezzo resta unico.

D: E, quindi, arriva la Milano Design Week. Com'è stata questa esperienza?
R: È stato anche lì abbastanza inaspettato, perché io ho completato il master a febbraio portando questo come progetto di tesi. Uno dei professori di commissione mi ha parlato di un concorso del Politecnico per esporre alla Design Week. Ho avuto solo una settimana di tempo per preparare tutto il materiale, abbiamo presentato la candidatura che poi è andata a buon fine. Abbiamo esposto dal 16 al 26 aprile, durante la Design Week, alla Fabbrica del Vapore di Milano. Chiaramente è stata un'esperienza bellissima, perché abbiamo avuto il feedback durante un evento riconosciuto nel mondo del design: è un evento importante. È stato è stato positivo vedere quanto il progetto piacesse; per noi è stato come un certificato di validità che ci dice che effettivamente è un progetto che funziona. La Design Week di Milano è un evento internazionale che attira designer da ogni parte del mondo; avere feedback di professionisti provenienti da paesi diversi ci ha fatto capire quanto il progetto interessasse davvero. Ci sono state anche delle gallerie di Milano che ci hanno chiesto di collaborare, a breve - infatti - i nostri prodotti saranno parte del catalogo di Artemest.

D: Cosa vi aspettate per il futuro?
R: Per il momento il nostro obiettivo è quello di portare i nostri prodotti nelle gallerie ma anche collaborare con realtà del territorio. Ci sono anche dei curatori della Design Week interessati al prodotto e stiamo progettando un altro bancone per uno show-room a Bari. In generale, stiamo riscontrando interesse, quindi cerchiamo di lavorare anche sul territorio perché ovviamente è sempre più bello lavorare a casa propria piuttosto che fuori. Diciamo che all'estero, a volte, viene valorizzato un po' di più, probabilmente anche per quel fascino diverso del prodotto che viene da lontano, ma comunque siamo molto contenti perché avevamo molta paura di partire perché, comunque, è un progetto ambizioso. Tuttavia, sono proprio le aziende che ci stanno spingendo senza che noi lo chiediamo.

D: Spesso i giovani vengono ostacolati da chi è più grande in progetti visionari e innovativi come il vostro; voi invece avete trovato chi vi ha sostenuti fin dall'inizio. Come ha impattato questo aiuto su di voi?
R: Sì, non ce lo aspettavamo in realtà, durante la prima esperienza con la mostra, quando eravamo più piccoli, parliamo di 2022, è stato più complesso comunicare i nostri obiettivi e la nostra visione. Ora abbiamo più consapevolezza. Certamente il contesto era differente: abbiamo riscontrato molte più difficoltà nell'ottenere credibilità in quello che stavamo facendo in quel momento nonostante, magari, persone dall'Australia ci stessero già commissionando prodotti dandoci completa fiducia. Quindi, eravamo già consci del fatto che il nostro progetto funzionasse ma, chiaramente, un conto è avere quella fiducia per una mostra, che è temporanea e con un'eco limitata, un altro è avviare un progetto che si concretizza in un vero e proprio brand.

D: Gennaro, come avete gestito la comunicazione e lo storytelling di questo progetto?
R: Abbiamo raccontato questo progetto, ovviamente, sui nostri portfolio. Dopo la mostra, in realtà, noi l'avevamo messo totalmente da parte perché avevamo entrambi dei programmi paralleli che stavamo portando avanti. Inizialmente, questo progetto era rimasto circoscritto alla mostra, nonostante abbiamo sempre conservato la motivazione e i principi che ci hanno spinti a cominciare. Durante la cura della mostra "Prospettive" infatti c'erano altre realtà provenienti dall'Australia e dalla Lituania ci hanno contattato: credevano nel progetto e ci hanno esposto la loro visione del recupero nel design dal punto di vista ambientale. La nostra idea era quella di denunciare ma, al tempo stesso, creare qualcosa di educativo; quindi, mostrare come anche altri designer interpretano il recupero anche in ottica di economia circolare. Però il progetto ci sembrava auto-conclusivo, eravamo soddisfatti di quella esperienza; l'abbiamo sempre raccontato nei nostri portfolio, quando andavamo a eventi, lo abbiamo raccontato su LinkedIn, fino a quando non abbiamo ricevuto le prime proposte da delle marmerie locali.

D: Qual è il vostro obbiettivo?
R: Il nostro obiettivo è quello di riuscire a comunicare questo progetto a persone che non sono del settore, perché - per fortuna – gli addetti ai lavori credono quasi più di noi in questo progetto, ci hanno dato veramente molta fiducia. Però è molto difficile farlo capire a chi non è del settore, così come è stato più complesso comunicare la mostra con la quale ci rivolgevamo ad un pubblico non di settore. Il progetto ha bisogno di tempo per poter essere raccontato e compreso. Ma, nonostante tutto, stiamo riscontrando tanta attenzione e coinvolgimento dalle persone a cui presentiamo i nostri lavori.
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