
Politica
"No" al referendum, il comitato Bene Comune spiega perché
Gli attivisti: «Siamo contrari a una riforma voluta dai poteri forti»
Trani - martedì 8 novembre 2016
Il comitato Bene Comune si schiera a favore del 'no' nel referendum sulla riforma costituzionale che si terrà il prossimo 4 dicembre.
«Questa decisione - spiegano gli attivisti del comitato - nasce dalla volontà di opporci fermamente ad una riforma che intende manomettere una parte consistente di quella Costituzione, nata dalla Resistenza e approvata da un'assemblea costituente scelta e legittimata dai cittadini. Al contrario di ciò che sta avvenendo oggi, in cui la riforma costituzionale è stata invece approvata da un Parlamento di "nominati" dai partiti, delegittimato da una sentenza della Corte costituzionale che, a causa della legge elettorale con cui è stato eletto, lo ha giudicato non rappresentativo della volontà popolare».
«Diciamo no - proseguono - a questa riforma che, dietro il pretesto ingannevole di ridurre i costi della politica e di snellire l'iter legislativo, mira in realtà ad accentrare il potere verso l'alto: dal Parlamento al Governo; dal Consiglio dei ministri al capo del Governo; dalle autonomie territoriali allo Stato; dagli elettori a una piccola frazione degli eletti. Basti pensare che il risparmio annuo per la modifica del senato ammonta a 50 milioni di euro e solo l'anno scorso il premier Renzi, per non aver accorpato il referendum sulle trivelle alle amministrative, ha bruciato 320 milioni di euro. Si tenga presente - aggiungono i rappresentanti di Bene Comune - che se è vero che i nuovi senatori non percepiranno indennità per il ruolo, continueranno a ricevere il cospicuo rimborso spese. Il problema quindi non è il numero dei parlamentari che è in linea con la media europea, ma le loro indennità e i loro rimborsi spese che sono molto superiori alla media».
Dal comitato Bene Comune contestano tutti i punti della riforma. «Contrastiamo - dicono - la tesi che il bicameralismo perfetto blocchi l'operosità del Parlamento, visto che nell'ultima legislatura i disegni di legge approvati con il numero minimo di due letture sono stati 301 su 391 leggi approvate in totale, e tenendo presente che quelli con più di quattro letture sono stati solo quattro. Il nostro è il Parlamento che legifera di più in Europa. Non possiamo attribuire alla Costituzione le colpe della politica. La legge Fornero è stata approvata in 16 giorni con solo due letture. Il lodo Alfano in 20 giorni. Quando c'è la volontà politica si fa tutto. Così come è falso che le competenze del Senato siano limitate, in quanto basta che un terzo dei senatori ne faccia richiesta - ricordano - per attivare la procedura di esame di una qualsiasi legge da parte del Senato che può durare fino a 40 giorni, e che per la ripartizione dei senatori per ogni regione basterebbero i senatori di tre regioni del nord (quelle con il numero maggiore di consiglieri regionali/sindaci - senatori) per ritardare l'iter legislativo».
Secondo il comitato Bene Comune «alla tanto decantata riduzione dei costi della politica, che in realtà si limiterebbe ad un taglio irrisorio rispetto a quello dichiarato, fa da contrappeso una riduzione in termini di democrazia che rappresenta un costo ben più elevato rispetto al misero risparmio economico. Si pensi che la Camera da sola decide la dichiarazione di guerra e sui trattati internazionali (si pensi al Ttip) e che, con l'Italicum, la prima forza politica, quella che ottiene un solo voto in più di ciascuna altra, ottiene il 54% dei seggi. Si viene cioè a minare di fatto - sostengono - il principio di sovranità popolare sancito nell'art. 1 della Costituzione. E lo si fa privando i cittadini del proprio diritto di votare i senatori che saranno invece scelti con modalità ancora poco chiare tra sindaci e consiglieri regionali; lo si fa attraverso il depotenziamento delle autonomie territoriali con l'introduzione della cosiddetta clausola di supremazia statale, secondo cui su proposta del Governo (e non del Parlamento che deve legiferare) lo Stato può intervenire legislativamente su materie non di sua esclusiva competenza sulla base di un supposto interesse nazionale, con tutti i rischi che ne conseguono per la tutela degli interessi specifici dei territori; lo si fa triplicando il numero di firme attualmente necessario per poter proporre una legge di iniziativa popolare (da 50mila a 150mila) e aumentando da 500mila a 800mila quelle necessarie per i referendum».
«Preferiamo concludere dicendo - chiosano - che siamo favorevoli al cambiamento, ma diciamo 'no' ad una riforma nata dalla volontà di Renzi, Boschi e Verdini e sostenuta dalle grandi banche, da Confindustria, dal Wall Street Journal, dalla Merkel, in sostanza da tutti quei poteri forti che si schierano insieme nell'attacco alla Costituzione antifascista e fondata sul lavoro, un'eresia per l'ideologia e la politica neoliberista».
Per sostenere le ragioni del 'no' nei prossimi giorni saremo presenti nelle piazze della nostra città con il "comitato per il no", e saremo presenti all'evento del 12 novembre alle 19 presso l'auditorium di San Luigi con Ugo Villani, docente dell'Università di Bari, e Michele De Palma della Fiom nazionale.
«Questa decisione - spiegano gli attivisti del comitato - nasce dalla volontà di opporci fermamente ad una riforma che intende manomettere una parte consistente di quella Costituzione, nata dalla Resistenza e approvata da un'assemblea costituente scelta e legittimata dai cittadini. Al contrario di ciò che sta avvenendo oggi, in cui la riforma costituzionale è stata invece approvata da un Parlamento di "nominati" dai partiti, delegittimato da una sentenza della Corte costituzionale che, a causa della legge elettorale con cui è stato eletto, lo ha giudicato non rappresentativo della volontà popolare».
«Diciamo no - proseguono - a questa riforma che, dietro il pretesto ingannevole di ridurre i costi della politica e di snellire l'iter legislativo, mira in realtà ad accentrare il potere verso l'alto: dal Parlamento al Governo; dal Consiglio dei ministri al capo del Governo; dalle autonomie territoriali allo Stato; dagli elettori a una piccola frazione degli eletti. Basti pensare che il risparmio annuo per la modifica del senato ammonta a 50 milioni di euro e solo l'anno scorso il premier Renzi, per non aver accorpato il referendum sulle trivelle alle amministrative, ha bruciato 320 milioni di euro. Si tenga presente - aggiungono i rappresentanti di Bene Comune - che se è vero che i nuovi senatori non percepiranno indennità per il ruolo, continueranno a ricevere il cospicuo rimborso spese. Il problema quindi non è il numero dei parlamentari che è in linea con la media europea, ma le loro indennità e i loro rimborsi spese che sono molto superiori alla media».
Dal comitato Bene Comune contestano tutti i punti della riforma. «Contrastiamo - dicono - la tesi che il bicameralismo perfetto blocchi l'operosità del Parlamento, visto che nell'ultima legislatura i disegni di legge approvati con il numero minimo di due letture sono stati 301 su 391 leggi approvate in totale, e tenendo presente che quelli con più di quattro letture sono stati solo quattro. Il nostro è il Parlamento che legifera di più in Europa. Non possiamo attribuire alla Costituzione le colpe della politica. La legge Fornero è stata approvata in 16 giorni con solo due letture. Il lodo Alfano in 20 giorni. Quando c'è la volontà politica si fa tutto. Così come è falso che le competenze del Senato siano limitate, in quanto basta che un terzo dei senatori ne faccia richiesta - ricordano - per attivare la procedura di esame di una qualsiasi legge da parte del Senato che può durare fino a 40 giorni, e che per la ripartizione dei senatori per ogni regione basterebbero i senatori di tre regioni del nord (quelle con il numero maggiore di consiglieri regionali/sindaci - senatori) per ritardare l'iter legislativo».
Secondo il comitato Bene Comune «alla tanto decantata riduzione dei costi della politica, che in realtà si limiterebbe ad un taglio irrisorio rispetto a quello dichiarato, fa da contrappeso una riduzione in termini di democrazia che rappresenta un costo ben più elevato rispetto al misero risparmio economico. Si pensi che la Camera da sola decide la dichiarazione di guerra e sui trattati internazionali (si pensi al Ttip) e che, con l'Italicum, la prima forza politica, quella che ottiene un solo voto in più di ciascuna altra, ottiene il 54% dei seggi. Si viene cioè a minare di fatto - sostengono - il principio di sovranità popolare sancito nell'art. 1 della Costituzione. E lo si fa privando i cittadini del proprio diritto di votare i senatori che saranno invece scelti con modalità ancora poco chiare tra sindaci e consiglieri regionali; lo si fa attraverso il depotenziamento delle autonomie territoriali con l'introduzione della cosiddetta clausola di supremazia statale, secondo cui su proposta del Governo (e non del Parlamento che deve legiferare) lo Stato può intervenire legislativamente su materie non di sua esclusiva competenza sulla base di un supposto interesse nazionale, con tutti i rischi che ne conseguono per la tutela degli interessi specifici dei territori; lo si fa triplicando il numero di firme attualmente necessario per poter proporre una legge di iniziativa popolare (da 50mila a 150mila) e aumentando da 500mila a 800mila quelle necessarie per i referendum».
«Preferiamo concludere dicendo - chiosano - che siamo favorevoli al cambiamento, ma diciamo 'no' ad una riforma nata dalla volontà di Renzi, Boschi e Verdini e sostenuta dalle grandi banche, da Confindustria, dal Wall Street Journal, dalla Merkel, in sostanza da tutti quei poteri forti che si schierano insieme nell'attacco alla Costituzione antifascista e fondata sul lavoro, un'eresia per l'ideologia e la politica neoliberista».
Per sostenere le ragioni del 'no' nei prossimi giorni saremo presenti nelle piazze della nostra città con il "comitato per il no", e saremo presenti all'evento del 12 novembre alle 19 presso l'auditorium di San Luigi con Ugo Villani, docente dell'Università di Bari, e Michele De Palma della Fiom nazionale.
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